Donne e persone LGBT+ difendere i diritti
17 Aprile 2026

Essere donna in Afghanistan significa vivere ogni giorno in uno dei contesti più ostili del mondo. Dopo il ritorno al potere dei Talebani nell’agosto 2021 — o, meglio, dopo la vergognosa fuga degli Stati Uniti e dei loro alleati — le libertà femminili, già fragili negli anni precedenti, sono state travolte da un’ondata di politiche che hanno annullato diritti fondamentali e relegato metà della popolazione all’invisibilità forzata. In un Paese in cui circa 23 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, donne e bambini sono i più esposti. Alle difficoltà di sopravvivenza si aggiunge la necessità di sottostare alle regole imposte dal regime, che entrano nella quotidianità condizionando ogni gesto e trasformando la paura in una presenza costante.
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ToggleTra le restrizioni più dolorose c’è il divieto per le ragazze di frequentare la scuola media,superiore e l’università. In Afghanistan una bambina può studiare solo fino ai 10-11 anni: dopo di allora, il futuro si chiude davanti ai suoi occhi. Non si tratta solo dell’impossibilità di ottenere un titolo di studio: significa condannare
intere generazioni alla dipendenza economica, alla vulnerabilità e all’impossibilità di costruire una vita autonoma.
Le donne non possono lavorare nella maggior parte dei settori, né accedere a parchi, palestre e luoghi culturali. Non possono viaggiare da sole senza un mahram, un accompagnatore maschio della famiglia.
Sono state escluse anche dalle ONG locali e internazionali, privando il paese di insegnanti, infermiere, assistenti sociali e professioniste che per anni hanno sostenuto i servizi di base.
L’abbigliamento femminile è rigidamente regolato: burqa o hijab integrale sono obbligatori e la loro mancata osservanza può portare a punizioni, arresti o violenze. Il corpo delle donne diventa così terreno di controllo ideologico: nascosto, sorvegliato, disciplinato.
Con il collasso del sistema giudiziario e il ritorno a forme di giustizia tradizionale, le donne non hanno più alcuna tutela contro matrimoni precoci, matrimoni forzati o violenza domestica. Le possibilità di chiedere aiuto o denunciare abusi sono praticamente nulle.
Nel mezzo della peggior crisi economica e alimentare degli ultimi decenni, le donne — soprattutto vedove e capifamiglia — sono le prime a soffrire la mancanza di cibo, cure mediche e mezzi di sostentamento. In molte famiglie, essere nate donne significa essere
le ultime a mangiare, le ultime a ricevere cure, le prime a morire.
A metà settembre 2025 il regime talebano ha iniziato a sospendere l’accesso alla fibra ottica in diverse province — tra cui Balkh, Baghlan, Kunduz, Badakhshan, Takhar — sostenendo la necessità di “prevenire l’immoralità”. Il 29 settembre, secondo Human Rights Watch, è iniziata una interruzione più ampia che ha coinvolto anche le reti mobili, portando la connettività sotto l’1%. Per moltissime donne, Internet non è solo una finestra sul mondo, ma un’ancora di
salvezza: uno spazio per studiare, lavorare, creare reti di solidarietà. Con il blackout, anche quest’ultima possibilità sta crollando.
Le autorità talebane parlano di tutela dei “valori morali”, ma molti osservatori internazionali leggono questa decisione come un ulteriore passo verso il totale controllo politico e sociale.
Dopo il 2021, l’accesso delle ragazze all’istruzione superiore è stato praticamente annullato. Di fronte ai divieti, migliaia di donne avevano trovato nell’online un’alternativa.
Con lo shutdown, però, anche le classi virtuali — per molte l’unica fonte di speranza — sono scomparse. Le comunità di sostegno, i gruppi di denuncia degli abusi, gli spazi sicuri di condivisione si stanno dissolvendo, lasciando un profondo senso di isolamento e
disperazione. Il blackout non è un incidente tecnico: è una nuova arma repressiva che colpisce con particolare durezza le donne, spegnendo l’ultimo spazio di autonomia, studio e voce.
Nonostante tutto, molte donne afghane continuano a protestare, a insegnare in scuole clandestine, a mantenere vivo un filo di resistenza. Le loro manifestazioni — spesso represse con violenza — sono atti di coraggio straordinario, testimonianze di una determinazione che nessun divieto riesce a spegnere.
Definire l’Afghanistan “il Paese peggiore dove nascere donna” non è
un’esagerazione retorica: è la fotografia di un presente durissimo, in cui nascere femmina significa essere private sin dall’infanzia della possibilità di costruire il proprio destino.
Ed è anche un appello alla responsabilità internazionale: perché finché una donna non sarà libera in Afghanistan, nessuna conquista potrà dirsi davvero completa.
L’articolo è stato pubblicato sul blog di ANPI Nicola Grosa il 24 novembre 2025
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