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Intervista ad Hambastagi

Pubblicazione: 27 Luglio 2022
di Linda Bergamo e Laura Quagliuolo

La persona con cui parliamo non ha la videocamera accesa. Per partecipare all’intervista, ha avuto accesso alla connessione a internet in un ufficio di una ONG, dove lavora un conoscente.

Chiedo se il tempo è bello lì: è estate. Mi dice subito che il clima politico invece è molto teso. Anche la popolazione afgana è stata colpita dal corona virus, la seconda grande ondata è in corso in questo momento e sta facendo molti morti, ma la gente ha ben altro di cui preoccuparsi. Il fatto che le forze NATO, e gli Stati Uniti in primis, stiano lasciando il paese, è un evento che solleva molti interrogativi per il futuro.

Eccoci qui, a 20 anni dall’invasione delle forze NATO, in particolare quelle statunitensi, a parlare della riconquista dei talebani. A parlare della loro possibile partecipazione al governo. Centinaia di miliardi di dollari dopo, una cifra equivalente al piano Marshall, un’Afghanistan distrutto e in preda alla guerra. Decine di migliaia di morti. Nel 2001 il progetto di ricostruzione prevedeva di instaurare una “democrazia di mercato”. Ciò che questo progetto è diventato è un governo transazionale [1] in cui la partecipazione degli afgani è solo di facciata, in cui i principali beneficiari dell’aiuto internazionale sono i paesi donatori, le imprese internazionali, qualche élite afgana. Di democratico non c’è niente, solo la corruzione è diffusa quanto i campi d’oppio, e le frodi elettorali non aiutano la popolazione a dare un senso a tutto questo circo.

Hambastagi, il partito della solidarietà, ha sempre affermato di essere contrario all’occupazione straniera. Ha sempre rivendicato la liberazione del paese, la giustizia per le vittime di oltre 40 anni di guerre e la partenza delle truppe NATO. Ma, aggiunge “per noi, liberazione del paese significa partenza delle truppe ma anche la fine dei finanziamenti stranieri a tutti i signori della guerra, alle milizie, ai gruppi terroristici.” Dicono di voler lasciare il paese, ma continueranno a finanziare milizie per procura, e a manovrare il loro governo fantoccio; questa per Hambastagi non è una vittoria.

I militanti del partito sono preoccupati per la maniera, non più ufficiale, con cui gli Stati Uniti tenteranno di restare in Afghanistan. Certo, gli USA supportano già il vicino e influente Pakistan collaborando con l’ISI, il servizio segreto pachistano. Gli Stati Uniti lasceranno in Afghanistan gli uomini di diverse potenti agenzie di contractors e cellule di intelligence che non figurano nell’accordo firmato con i talebani e che rimarranno probabilmente nel paese ben oltre l’11 settembre, data simbolica scelta da Joe Biden per formalizzare la partenza. Lo scopo finale, dice, è quello di permettere ai talebani di arrivare al governo. “Non sappiamo se saranno inclusi nel governo esistente, o se tutto l’apparato governativa sarà nelle loro mani.”

“Quello che constatiamo ogni giorno qui in Afghanistan, è che i talebani stanno guadagnando terreno, anche con la complicità del governo”. Inizialmente, sono riusciti a guadagnare consenso sul rancore del popolo verso le élites al potere. Nessuno ha dimenticato gli orrori degli anni ‘90 sotto il loro regime, ma in qualche modo i talebani negli anni passati erano sono riusciti a mettere in piedi una propaganda convincente. Oggi, in quest’opera di riconquista delle provincie e soprattutto delle periferie delle grandi città, stanno perdendo credibilità agli occhi della gente. Prima di attaccare una zona, inviano lettere alla popolazione intimando loro di arrendersi, o distruggeranno tutto. Che il popolo si arrenda o meno, entrano nella provincia o nel distretto e distruggono le scuole, le cliniche, gli uffici amministrativi. Impongono di partecipare alla preghiera, alle donne di indossare il burka, di uscire solo se accompagnate da un membro maschile della famiglia e di lasciare la scuola. Le donne sono costantemente sotto pressione. Ai ragazzi maschi è permesso andare a scuola, però spesso l’istituto educativo che frequentavano è stato trasformato in una scuola coranica, in una base operativa o altro, e gli/le insegnanti sono dovuti scappare, per paura di essere arrestati o uccisi. Giornalisti, medici, infermieri spariscono o vengono assassinati. La gente ha paura. Alcune famiglie vengono cacciate dalle loro case, occupate dalle milizie. Per molti ormai non c’è più differenza tra il governo e i talebani. In alcune provincie la violenza dilaga: Kandahar, Farah, Bamyan, Takhar e Badakhshan vedono molti dei loro distretti in guerra. Il discorso che i talebani tengono sul loro cambiamento, e sull’apertura ai diritti delle donne, è tutta fuffa. “Sono più selvaggi e folli che negli anni ‘90”.

“Posso farvi un esempio. Due settimane fa, i talebani hanno attaccato due distretti vicini, a 45 minuti da Bamyan. Sapete bene che nel passato, anche a Kabul, i loro crimini contro la minoranza hazara sono sempre stati feroci. La popolazione di questi distretti ha ricevuto delle lettere da parte dei talebani dicendo che se si fossero arresi, sarebbero stati tutti perdonati e non ci sarebbe stata guerra. È la stagione del raccolto qui a Bamyan, ci sono le albicocche pronte e altri frutti o verdure. La provincia vive di agricoltura. La guerra porta con sé distruzione, perdita dei raccolti e la popolazione di quest’area non se lo può permettere. Quindi hanno lasciato tutto nelle mani dei talebani, come richiesto nella lettera. Li hanno lasciati entrare. I compagni di Hambastagi hanno dovuto evacuare la città. Sono andati a rifugiarsi in un villaggio più lontano. I talebani sono entrati nella zona, hanno razziato, bruciato le scuole, i banchi e le sedie. Hanno arrestato gli ufficiali del governo, li hanno privati di cibo e torturati. In due giorni, il popolo ha visto coi propri occhi che i talebani mentono, sono gli stessi di sempre. La popolazione è tornata a supportare il governo.” Il nostro interlocutore ha spesso scherzato dicendo che “Bamyan è come la Svizzera dell’Afghanistan. Adesso non è più così”.

I media stanno avendo un ruolo fondamentale nella preparazione della popolazione all’arrivo dei talebani. Anche Tolo News, canale TV fondato dall’ambasciata americana e molto seguito, trasmette immagini sulle conquiste e distruzioni dei talebani, mostrando il movimento come molto potente. In questo modo il canale contribuisce alla loro propaganda. Su Tolo, i talebani insistono sulla loro volontà di ottenere un accordo su un nuovo governo, prima di accettare un qualsiasi “cessate il fuoco”.

Ufficialmente, il canale TV si posiziona contro la partenza delle truppe americane, sottolineando i numerosi problemi che questa implicherà. In questo periodo, la redazione di Tolo News subisce anche una censura da parte dei talebani, che hanno intimato al canale di non dare più spazio a determinati personaggi scomodi, tra cui la portavoce di Hambastagi, Selay Ghaffar.

Secondo Hambastagi, gli Stati Uniti stanno lasciando il controllo del paese in mano al Pakistan, in stretta collaborazione con i talebani, e alla Turchia. In luglio, il presidente turco ha dichiarato di essere favorevole alla proposta americana di assumere il controllo dell’aeroporto di Kabul. Al contempo, ha elencato delle condizioni tra cui il sostegno diplomatico alla Turchia e la consegna degli impianti e della logistica finora in mano agli Stati Uniti. I talebani non sono d’accordo con questa transazione che, di fatto, li esclude dal controllo dell’aeroporto e lo affida nelle mani di uno stato membro della NATO. Erdogan si dichiara fiducioso e preparerà delle sessioni di incontro con i vertici del movimento. Nel frattempo, delle milizie di Daesh provenienti dalla Siria e dall’Irak stanno entrando in Afghanistan. Il 20 luglio, primo giorno dell’Eid, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco terroristico al palazzo presidenziale afgano. Hanno lanciato sette missili, di cui 3 hanno colpito il palazzo.

Nonostante questa situazione estremamente fragile, quella parte di popolazione afgana che resiste, da 40 anni, ha deciso di non abbandonare il campo. Quelle donne e quegli uomini che si battono per creare un’alternativa e ricostruire per davvero il paese martoriato dalla guerra, sono sempre lì e, come durante il passato regime dei talebani, tengono un profilo basso ma continuano a portare avanti la loro lotta. Per il momento, dicono, non possiamo affermarci e combattere contro di loro. “Abbiamo bisogno di un’organizzazione più forte, diffusa, di una guida per il nostro popolo, ma soprattutto abbiamo bisogno che la popolazione afgana creda che un’alternativa democratica su scala nazionale sia possibile. Non siamo pronti.” Guardano al Kurdistan, ma hanno ben presente le differenze tra la due realtà. Sono certi che esiste un’alternativa afghana al governo transnazionale, alla corruzione endemica e all’estremismo religioso. Un’alternativa unica nel suo genere, che rappresenti il popolo afghano nelle sue diversità, nella sua complessità. Un’alternativa, che stanno costruendo.

[1]  Dorronsoro, Gilles. « Le gouvernement transnational de l’Afghanistan. Une si prévisible défaite ». Ed. Karthala (Paris, 2021).

 

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