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La Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia

Le donne e le ragazze afghane resistono con coraggio e fiducia. Nonostante tutto, nella notte di Yalda* hanno festeggiato e hanno voluto condividere con noi del Cisda il resoconto dell’evento

“Speriamo che leggendo il resoconto e guardando le foto, vi sembrerà di essere state con noi. Questo incontro ha portato nuova energia e motivazione sia ai nostri insegnanti che alle nostre studentesse, poiché nelle circostanze attuali eventi di questo tipo sono rari per le donne”, hanno scritto.

In un momento in cui le donne e i giovani in Afghanistan stanno attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della loro vita, preservare la cultura, l’identità e le pratiche tradizionali della comunità è diventato vitale ed estremamente impegnativo. Le continue restrizioni e le prolungate difficoltà hanno profondamente influenzato il benessere psicologico ed emotivo della società, in particolare di donne e giovani, spingendo molti all’isolamento, alla disperazione e alla privazione. In tali circostanze, la graduale erosione di tradizioni culturali di lunga data rappresenta una delle conseguenze più angoscianti della situazione attuale.

Purtroppo, le autorità attuali si oppongono all’osservanza di molte occasioni culturali e sociali che il popolo dell’Afghanistan e dell’Asia centrale celebra da generazioni, consentendo che solo gli eventi religiosi siano celebrati ufficialmente. Questo approccio ignora il profondo significato sociale ed emotivo che queste giornate culturali rivestono per le comunità.  La Notte di Yalda, nota anche come Notte Chella, è una di queste tradizioni significative e amate e riveste particolare importanza per le donne afghane in quanto simbolo di calore, solidarietà, speranza e connessione umana.

Consapevoli di questa realtà e con l’obiettivo di creare momenti di sollievo e gioia, anche se brevi, abbiamo organizzato un incontro per le donne in occasione della Notte di Yalda. L’evento intendeva offrire alle partecipanti l’opportunità di allontanarsi dalle pressioni, dalle restrizioni e dal dolore quotidiani e di riconnettersi con un senso di felicità e unione.

L’atmosfera dell’incontro era carica di calore, colore, vita e speranza. Donne e ragazze hanno partecipato indossando abiti colorati, con particolare attenzione al rosso, simbolo di vitalità e calore tradizionalmente associati alla Notte di Yalda. I sorrisi sui volti delle donne, la gioia visibile tra le giovani partecipanti e l’energia sincera nella sala hanno creato un ambiente profondamente accogliente e stimolante.  Nonostante le difficoltà, i partecipanti hanno ballato liberamente, applaudito ritmicamente ed espresso la loro gioia dal profondo del cuore.

In linea con le tradizioni di Yalda, sono stati preparati e condivisi tra i partecipanti una varietà di frutta invernale e rinfreschi, tra cui olive russe, melograni, anguria e un dolce tradizionale afghano (shola).

Letture di poesie dallo Shahnameh di Ferdowsi e versi di Hafez hanno arricchito la dimensione culturale e spirituale dell’incontro.
Si è svolta anche la divinazione, un’usanza molto amata soprattutto dai giovani durante la Notte di Yalda, accolta calorosamente.

La musica ha avuto un ruolo centrale nella celebrazione. Le ragazze hanno eseguito l’”Attan” (danza tradizionale locale), hanno cantato insieme e hanno eseguito con passione la canzone “Bella Ciao”. Balli di gruppo, canti collettivi e momenti di gioia condivisa riflettevano il profondo bisogno di donne e giovani di spazi sicuri in cui poter esprimere emozioni, felicità e solidarietà.

Durante il programma, è stato anche spiegato il significato storico e simbolico della Notte di Yalda. I partecipanti hanno appreso che Yelda affonda le sue radici nella vita agricola, quando le persone celebravano la vittoria della luce sulle tenebre e il graduale allungamento delle giornate. In questo contesto, Yalda è stata presentata come simbolo di speranza, un promemoria per le ragazze e i giovani afghani che nessuna oscurità dura per sempre e che la luce tornerà inevitabilmente.

L’incontro si è concluso con un messaggio forte: in questi tempi difficili, la resilienza delle donne e dei giovani, la loro resistenza all’ignoranza e la loro continua lotta per rivendicare i propri diritti umani, sociali e culturali rimangono essenziali.

Per noi, la Notte di Yalda non è stata solo una celebrazione, ma un simbolo di resistenza, speranza e fiducia in un futuro migliore per l’Afghanistan.


*La Notte di Yalda è un’antica festa persiana celebrata nella notte più lunga dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre), che segna il solstizio d’inverno e simboleggia la rinascita della luce, la speranza e la vittoria sull’oscurità. Le famiglie si riuniscono per stare sveglie fino a tardi, mangiando melograni e angurie (simboli di luce e vita), frutta secca, dolci, leggendo poesie (soprattutto di Hafez) e raccontando storie, celebrando l’unione, la felicità e l’arrivo dei giorni più lunghi.

L’Afghanistan e il supporto di CISDA alle donne afghane nel 2025

Il 2025 in Afghanistan ha confermato e aggravato tendenze che si erano manifestate già negli anni immediatamente successivi al ritorno al potere dei Talebani (agosto 2021): una sistematica negazione dei diritti fondamentali, in particolare di quelli delle donne, un deterioramento delle condizioni socio-economiche e una crescente dipendenza dalla solidarietà di organizzazioni locali e internazionali per la sopravvivenza quotidiana della popolazione.

Apartheid di genere: un quadro di discriminazione sistemica

Nel 2025 la condizione delle donne in Afghanistan si configura come una loro segregazione ed esclusione istituzionalizzate da ogni spazio pubblico e privato della vita sociale, culturale, educativa ed economica. Le donne sono state progressivamente escluse dall’istruzione superiore e dall’accesso al lavoro, alla mobilità e alla partecipazione politica, in un clima di repressione che mira a renderle praticamente invisibili alla società.

Un apartheid di genere che non è una definizione retorica: CISDA, supportata da un pool di giuriste, ha portato questo tema nelle sedi internazionali, chiedendo che l’apartheid di genere sia riconosciuto come crimine contro l’umanità nei trattati internazionali e che il regime talebano sia chiamato a rispondere davanti a corti internazionali.

La crisi umanitaria: dati e dinamiche

Oltre alle discriminazioni di genere, l’Afghanistan nel 2025 ha affrontato un grave contesto umanitario. Secondo stime delle Nazioni Unite e di agenzie internazionali: 22,9 milioni necessitano di assistenza umanitaria per sopravvivere,14,8 milioni soffrono di insicurezza alimentare acuta, 3,5 milioni di bambini sotto i 5 anni affetti da malnutrizione acuta,1,2 milioni di donne incinte o in allattamento a rischio di malnutrizione acuta.

Il collasso del sistema sanitario ha portato l’Afghanistan, e in particolare le aree rurali, nell’abisso di una crisi sanitaria senza precedenti con l’impossibilità di prestare cure a una popolazione allo stremo e l’aumento di malattie prevenibili: una costante minaccia per donne e bambini, mentre la scarsità di fondi e l’intercettazione degli aiuti da parte delle autorità de facto limitano l’efficacia degli interventi esterni.

Inoltre sono oltre 500.000 gli sfollati a causa di inondazioni, siccità e terremoti e oltre 2,43 milioni i migranti afghani rimpatriati dal Pakistan e dall’Iran tra settembre 2023 e aprile 2025.

CISDA e la solidarietà organizzata: progetti e attività nel 2025

In questo contesto, anche ne 2025 CISDA ha supportato la società civile afghana lavorando in stretto contatto con organizzazioni democratiche e antifondamentaliste afghane che continuano a operare, seppur in clandestinità, sul territorio: RAWA, HAWCA, HAMBASTAGI, SAAJS e OPAWC.

Nel corso del 2025, le nostre attività si sono sviluppate su più fronti erogando 280.000 euro di contributi per il sostegno di progetti concreti a sostegno delle donne e della popolazione afghana:

  • Scuole segrete per ragazze: piccoli gruppi di insegnamento organizzati in case private, per consentire alle giovani di proseguire gli studi nonostante il divieto formale.
  • Giallo fiducia, sostegno alla coltivazione di zafferano da parte di un gruppo di donne
  • PC e materiale informatico per le scuole clandestine.
  • Corsi di taglio e cucito e alfabetizzazione per favorire l’autonomia economica, anche attraverso l’assegnazione di macchine da cucire e materiali.
  • Unità mobile sanitaria per donne e bambini in zone isolate, dove l’accesso alla sanità pubblica è negato o inesistente.
  • Piccolo shelter e percorsi di supporto per vittime di violenza familiare, fornendo protezione, assistenza psicologica e strumenti per l’indipendenza economica.
  • Empowerment per famiglie in crisi fornendo competenze professionali e commerciali per ogni membro della famiglia
  • Vite preziose, sostegno a distanza di donne in difficoltà
  • Emergenza, sostegno per le popolazioni colpite da alluvioni e terremoti
  • Distribuzione di capre a vedove prive di reddito

Queste attività sono spesso svolte in condizioni di clandestinità, con personale locale che rischia ripercussioni acute da parte delle autorità talebane, e hanno consentito di aiutare circa 20.600 donne afghane.

Oltre agli interventi diretti sul terreno, nel 2025 CISDA ha intensificato le campagne di pressione politica e sensibilizzazione internazionale. Tra queste la campagna “Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere”, che ha l’obiettivo di fare riconoscere a livello internazionale il crimine di apartheid di genere e di sollecitare governi e istituzioni a sostenere le forze democratiche afghane e non riconoscere il governo talebano.

Eventi, incontri e petizioni in Europa e in Italia hanno amplificato la voce delle attiviste afghane in esilio, come Belqis Roshan, ex parlamentare costretta a fuggire, che ha testimoniato delle condizioni di repressione e delle pressioni sugli stessi uomini per controllare ancor più strettamente le donne nelle famiglie.

A queste si è affiancata un’intensa attività di comunicazione con oltre 500 articoli pubblicati su Altreconomia e altre testate giornalistiche, il sito Osservatorio Afghanistan e il sito istituzione CISDA; oltre12.000 interazioni/mese social su Facebook, Instagram e YouTube; oltre 3.500 contatti raggiunti mensilmente con la nostra newsletter. Nel 2025 è stata inoltre pubblicata una nuova edizione aggiornata del Dossier I diritti negati delle donne afghane e si segnala l’uscita del nuovo libro di Cristiana Cella, con fotografie di Carla Dazzi, Attraversare la notte che dà voce alle donne afghane.

La resistenza democratica afghana: strumenti e prospettive

I gruppi democratici e femministi afghani continuano a operare in condizioni estremamente difficili. Molte delle loro iniziative sono diventate clandestine, dalla scuola all’assistenza sanitaria, passando per l’organizzazione di reti di solidarietà locale e internazionale. Questi gruppi, pur senza possibilità di agire apertamente, mantengono vivo un ruolo di costruzione di comunità autonoma, difendendo l’uguaglianza di genere e la democrazia contro la repressione fondamentalista.

In un contesto di esclusione, violenza e crisi umanitaria il ruolo di organizzazioni come CISDA e dei gruppi democratici afghani che sostiene è fondamentale per mantenere attivi spazi di resistenza, fornire supporto vitale alla popolazione e tenere alta la voce delle donne afghane nel dibattito internazionale.

 

Dossier Afghanistan Edizione 2025 – I diritti negati delle donne afghane

Chi si ricorda dei Talebani e, soprattutto, delle donne, delle ragazze e delle bambine oppresse da un regime fondamentalista e misogino?

A 4 anni dal ritorno al potere dei Talebani, CISDA vuole, con questa seconda edizione del Dossier sui diritti negati delle donne afghane, manentere viva l’attenzione su un paese ormai uscito dai radar dei media nazionali e internazionali.

Le condizioni della popolazione afghana continuano a peggiorare e se per tutti vivere è una sfida quotidiana, per le donne è un’impresa impervia. Eppure ci sono donne che resistono, resistono, resistono. Facendo sentire la propria voce, quando parlare è vietato. Facendo sentire la propria presenza, quando mostrarsi è un crimine. Proprio per questo CISDA ha voluto dar loro voce, rendere viva la loro presenza raccogliendone le storie.

E insieme alle “voci afghane” ha voluto ripercorrere le tappe principali del Paese, cercando di capire chi sono i talebani di oggi e realizzando approfondimenti tematici per comprendere qual è la situazione attuale dell’Afghanistan. Non ultimo capire in quale modo la comunità internazionale si raffronta con i Talebani.

 

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    Comunicato RAWA. I diritti umani sono raggiungibili solo smantellando le catene dell’imperialismo e del fondamentalismo!

    In occasione della Giornata mondiale per i diritti umani abbiamo ricevuto da RAWA questo comunicato.

    La nostra società è attanagliata da un disgusto e un odio così profondi nei confronti del dominio reazionario dei talebani che basta una scintilla per scatenare la tempesta di rabbia popolare.

    L’Afghanistan, l’”inferno” creato dagli Stati Uniti e dall’Occidente, brucia ogni giorno nel fuoco di una nuova forma di oppressione. In questa terra, la ferita di Farkhunda non si era ancora rimarginata quando un’altra Farkhunda è diventata vittima della cultura misogina e del fascismo religioso dei Talebani e dei loro sostenitori finanziari; l’inimicizia dei Talebani verso le donne e la loro eliminazione da ogni sfera della vita si allarga ogni giorno di più; punizioni ed esecuzioni pubbliche medievali sono diventate la preoccupazione quotidiana dei Talebani assetati di sangue; ragazze e ragazzi, sotto il peso di una povertà mortale, disoccupazione, pressione psicologica, insulti e violenze, privazione del lavoro e dell’istruzione, si suicidano, e migliaia di altre sofferenze hanno trasformato questo Paese in una prigione in cui il suo popolo è schiacciato in ogni momento. La nostra società è attanagliata da un disgusto e un odio così profondi verso il dominio reazionario dei Talebani che basta una scintilla perché la tempesta di rabbia popolare esploda.

    Mentre le donne afghane, ferite e semivive, vengono calpestate dagli zoccoli dei carnefici talebani, i loro padroni e sostenitori stranieri, che un tempo gridavano “diritti umani”, “democrazia” e “diritti delle donne”, non solo sono rimasti in silenzio di fronte a questa palese oppressione, ma con rara sfacciataggine sostengono questi criminali e inviano loro sacchi di dollari; aprono loro ambasciate e consolati e accolgono gli assassini del nostro popolo con tappeti rossi. Questo palese tradimento del nostro popolo da parte delle potenze imperialiste, e il loro orribile genocidio e fascismo in collaborazione con i sionisti di Gaza, hanno dimostrato per la millesima volta che per questi macellai dell’umanità, i “diritti umani” sono solo un’arma per intrappolare altre nazioni, e loro stessi deridono questo valore umano in stile hitleriano.

    Come organizzazione politica, abbiamo ripetutamente sottolineato che giustizia, libertà, democrazia e diritti umani non si ottengono con suppliche e suppliche, né sono doni che i paesi saccheggiatori e occupanti ci concedono. Acquisire questi valori e garantirne la durata è possibile solo attraverso la consapevolezza, l’organizzazione e la lotta degli oppressi. Abbiamo visto come la “libertà” e i “diritti umani” sottili e falsi, promossi durante i vent’anni di occupazione dagli Stati Uniti/NATO e dai loro lacchè afghani, siano svaniti da un giorno all’altro, consegnando l’Afghanistan in blocco al gruppo di barbari che avevano allevato. Imperialismo e fondamentalismo sono due facce della stessa medaglia, e negli ultimi cento anni abbiamo ripetutamente assistito al fatto che i paesi dominanti, in particolare gli Stati Uniti, hanno usato quest’arma contro governi, organizzazioni e movimenti progressisti e di sinistra, sostenendo e armando i nemici della libertà e della giustizia.

    Nonostante tutti questi tradimenti e crimini, l’avidità degli Stati Uniti e dell’Occidente nei confronti dell’Afghanistan non è ancora finita. Per questo motivo, i loro servi jihadisti, i tecnocrati fuggitivi e alcune donne che si sono vendute, traditrici dei diritti delle donne e oggetti decorativi di conferenze, ricevono ogni giorno medaglie con titoli diversi da istituzioni famigerate e insanguinate, e vengono promossi affinché in un futuro governo fantoccio e vuoto possano, come in passato, salvaguardare i propri interessi. Il popolo afghano deve stare attento a non lasciarsi ingannare dagli slogan etnici spudoratamente lanciati dai traditori occidentali per ottenere prestigio, e deve respingere unitamente questi elementi mercenari e agenti stranieri. Questi slogan traditori e separatisti servono solo a rafforzare il regime sanguinario e traditore dei talebani, e non fanno nulla per curare le innumerevoli ferite del nostro popolo oppresso e sofferente.

    Nel frattempo, le nostre donne progressiste e in lotta non devono permettere che i loro successi vengano saccheggiati da poche donne che fanno affari e pressioni sui talebani e sui jihadisti, come Naheed Farid, Shukria Barakzai, Fawzia Koofi, Manizha Bakhtari, Nargis Nehan, Shaharzad Akbar, Asila Wardak, Sima Samar, Habiba Sarabi, Shinkai Karokhail e altre marionette occidentali. Per ottenere la vittoria, è necessario espellere dai loro ranghi e smascherare i veri e sporchi volti di coloro che minano la causa dei diritti delle donne.

    L’Associazione Rivoluzionaria delle Donne d’Afghanistan (RAWA) ritiene che la durata di vita dei gruppi mercenari e reazionari non sia lunga e che non possano continuare per sempre il loro vergognoso dominio a spese dei loro padroni stranieri. Pertanto, ispirati dall’eroica ed epica resistenza del popolo di Gaza, è nostro dovere sconfiggere i burattini degli Stati Uniti, del Pakistan, dell’Arabia Saudita, dell’Iran, della Turchia, del Qatar ecc. e, realizzando la libertà, la giustizia e la democrazia basate sulla laicità, ottenere i nostri diritti umani.

    Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA)

    Il saluto delle donne di RAWA alle amiche italiane per il 25 novembre

    Calorosi saluti dall’Afghanistan e dalle donne di RAWA alle nostre amiche italiane!

    La lotta per l’eliminazione della violenza non è mai stata un giorno simbolico per le donne afghane, ma piuttosto il nostro campo di battaglia quotidiano. Sotto il governo dei Talebani e della loro mentalità medievale, la violenza e le restrizioni contro le donne costituiscono la parte principale della loro legge e ideologia di governo.

    L’obiettivo dietro la chiusura delle scuole, il velo forzato, la frustata pubblica e l’umiliazione, l’imposizione quotidiana di nuove leggi patriarcali dell’età della pietra e innumerevoli altre atrocità è lo stesso: schiacciare lo spirito delle donne ed eliminarle da ogni sfera della società. Ma nessuna forza, minaccia o coercizione ha ancora permesso ai Talebani di spezzare il coraggio e la resistenza delle donne.

    Per cinque decenni, le donne afghane sono state in prima linea della battaglia: contro gli invasori sovietici e i loro burattini, contro i jihadisti traditori e criminali, contro l’oppressione e lo spargimento di sangue dei talebani medievali e contro i servitori e gli agenti dell’intelligence occidentale, in particolare contro il governo guerrafondaio degli Stati Uniti e della NATO, che per decenni hanno nutrito e sostenuto questi criminali.

    Abbiamo imparato da tempo che nessun salvatore verrà dall’esterno, nessun “accordo di pace” porterà giustizia e prosperità e nessuna potenza globale sacrificherà i propri interessi per la nostra nazione. La nostra liberazione verrà solo dalle mani capaci del popolo afghano sofferente ma unito e dalla voce forte, soprattutto dalle donne coraggiose incatenate nelle peggiori forme di violenza e patriarcato.

    I talebani e i loro fratelli jihadisti credono che attraverso politiche e azioni fasciste e barbare possano prolungare il loro dominio sull’Afghanistan, ma si sbagliano fortemente. Una società governata dall’intimidazione e dal terrore sarà sempre pronta a esplodere.

    Oggi, nella nostra terra intrisa di sangue, ogni donna che rifiuta un matrimonio forzato, ogni ragazza che studia segretamente, ogni madre che dice la verità nonostante il pericolo, in qualche modo resiste.

    Queste azioni possono sembrare insignificanti agli occhi del mondo, ma anche tali azioni da parte delle nostre donne hanno terrorizzato e fatto andare nel panico il regime fascista e misogino dei talebani, spingendoli a imporre restrizioni ogni giorno più severe. La fermezza e la resistenza delle donne afghane sono state una luce nel cuore dell’oscurità e un grido di giustizia e liberazione.

    La lotta contro l’imperialismo e il fascismo religioso è impossibile senza un movimento organizzato e unito con chiare richieste di indipendenza, libertà, giustizia e democrazia laica. Il fondamentalismo e il colonialismo usano divisioni etniche, regionali e religiose per disperdere e schiavizzare il popolo, ma donne e uomini consapevoli non devono cadere nella loro maledetta trappola.

    Le donne afghane oppresse devono anche tracciare una linea rossa chiara tra le proprie fila e quelle donne svendute e degradate che collaborano con i loro nemici.

    In questo 25 novembre, invitiamo ogni sorella afghana a trasformare il proprio dolore in potere affinché in un’unità con altre donne rivoluzionarie e amanti della libertà del mondo, la loro lotta possa diventare più forte. Ma ciò è possibile solo se i movimenti in cerca di libertà e le donne combattenti d’Italia e del mondo intero esprimono solidarietà con la nostra lotta.

    Dovete sostenere fermamente politicamente le vostre sorelle afghane che hanno dimostrato coraggio e crescita di fronte al più feroce fondamentalismo religioso e all’imperialismo.

    Il cammino di RAWA è proprio quello che Meena ha tracciato con il suo sangue e da esso ha acceso la torcia della resistenza.

    Diciamo NO al riconoscimento e agli accordi vergognosi con i criminali talebani.

    Raggiungiamo libertà e democrazia attraverso l’istruzione e la consapevolezza.

    Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA)

    Novembre 2025

    Attraversare la notte: a Roma le voci delle donne afghane che cercano la luce

    Nella Biblioteca Cittadini del Mondo di Roma, il 21 novembre, si è acceso un piccolo spazio di ascolto e speranza.
    Tra libri, volti attenti e una sala piena, si è parlato di Afghanistan, di donne, di lotta silenziosa e di libertà negate.
    L’occasione è stata la presentazione di “Attraversare la notte”, il libro di Cristiana Cella che raccoglie settanta storie di donne costrette a vivere nell’Afghanistan governato dai talebani.

    Storie dure, ma anche luminose.
    Storie che parlano di chi continua a vivere, insegnare, proteggere, resistere.
    Storie che non possono restare chiuse nelle pagine di un libro.

    Cristiana Cella: «Le donne afghane vivono nel buio, ma continuano a inventare la luce»

    Cella racconta l’origine del libro e il profondo legame che da anni la unisce all’Afghanistan “L’informazione è importante quando passa dalle testimonianze. Le donne afghane devono parlare con la loro voce, non solo per mostrare l’orrore in cui vivono, ma anche la loro forza e la loro resistenza, nonostante la notte scura in cui sono cadute.”
    L’autrice lavora da oltre venticinque anni con il CISDA, Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane, supportando le associazioni afghane come RAWA, che continuano a operare in segreto per garantire istruzione, assistenza sanitaria e protezione alle donne.
    Cella spiega quanto sia stato difficile raccogliere queste storie in un periodo in cui l’Afghanistan “è scomparso dai media”. Inoltre “Le donne in questo momento non parlano, c’è paura. Il controllo dei talebani è fortissimo. Abbiamo potuto ascoltarle solo in luoghi protetti, all’interno delle nostre associazioni, dove si sentivano al sicuro.”
    Le storie raccolte sono spesso di dolore, ma anche di trasformazione: donne che ritrovano dignità attraverso il lavoro, ragazze che insegnano segretamente ad altre ragazze, madri che resistono alla povertà per garantire un futuro ai figli.
    “Dalla disperazione totale può tornare la forza, può tornare la speranza. Le donne afghane hanno un coraggio che non si può spiegare.”
    Ha descritto una resistenza femminile che non si spegne, nonostante tutto “La speranza c’è sempre. Le donne afghane sanno che qualcosa prima o poi cambierà, e si preparano per quel momento.”
    Tra le storie che ha raccolto c’è una rete segreta fatta di educazione clandestina e solidarietà nascosta “Le ragazze che hanno studiato prima dei talibani ora insegnano ad altre ragazze in segreto. Questo passaggio di sapienza è la forma di resistenza più forte.”
    Cristiana Cella ha sottolineato anche la necessità di una responsabilità internazionale:
    “Le donne afghane non hanno alleati. L’Occidente ha una grande responsabilità storica. Dobbiamo rompere il silenzio e sostenere le loro voci.”

    Una serata per dare voce al silenzio

    L’evento è stato realizzato nella biblioteca Cittadini del Mondo dal CISDA con la collaborazione delle attiviste di Binario 15 e con il patrocinio del Municipio VII di Roma.
    Insieme hanno costruito uno spazio dove la parola “Afghanistan” è tornata a significare persone, volti, vite e non solo notizie lontane.
    Fin dall’inizio è stato chiaro che non si trattava solo di una presentazione, ma di un incontro umano. Un momento per fermarsi ed ascoltare, davvero.

    CISDA: «Le donne afghane resistono ogni giorno, anche quando nessuno le vede»

    Antonella Garofalo, attivista di CISDA, ha spiegato come molte delle storie del libro provengano proprio dalle reti femminili che in Afghanistan, nonostante il rischio, continuano a sostenersi e a documentare ciò che accade.
    «Queste donne non possono manifestare. Non possono gridare. Ma resistono nelle case, nelle relazioni, nell’insegnamento segreto. E per noi è un dovere ascoltarle e raccontarle».
    Ha ricordato che oggi l’Afghanistan è scomparso quasi del tutto dai media internazionali:
    «Questo silenzio fa ancora più male. Per questo incontri come questo sono importanti».
    Lorena Di Lorenzo – sociologa e presidente di Binario 15 – ha spiegato l’importanza dell’evento e del libro che raccoglie le testimonianze delle donne intervistate:
    “Binario 15 è dal 2011 al fianco della diaspora afghana a Roma, con focus rivolto prevalentemente a donne e minori. Il nostro ruolo è fornire strumenti di autonomia e creare un ponte tra le persone arrivate da poco e i servizi del territorio. Il CISDA, a noi molto vicino per obiettivi, impegno sociale e politico, è da sempre un’organizzazione con cui siamo in rete. In occasione del 25 novembre abbiamo deciso di unire le nostre voci contro la violenza che subiscono le donne in Afghanistan in quanto donne e a cui sono esposte anche in Italia come donne con background migratorio.”
    Raccontando la situazione delle donne in Afghanistan, Di Lorenzo ha evidenziato la gravità delle restrizioni e delle discriminazioni:
    “Le donne in Afghanistan vivono in un clima di apartheid di genere. È una discriminazione che compromette tutti gli aspetti della propria vita, sia nella sfera pubblica che privata. Quando ce ne renderemo conto, sarà difficile recuperare gli anni di vita che queste generazioni stanno perdendo.”
    Infine, ha sottolineato le speranze legate all’evento e al libro:
    “Speriamo che le testimonianze vive e lucide di chi ha vissuto in prima persona la discriminazione e la violenza multidimensionale possano rafforzare dinamiche di solidarietà ma soprattutto di attivazione sociale e politica, partendo dal basso fino ad arrivare alle istituzioni.”
    L’iniziativa di Binario 15 dimostra come la cultura e la condivisione delle esperienze siano strumenti fondamentali per combattere il silenzio, dare valore alle storie e promuovere un cambiamento concreto.
    L’incontro non è stato solo una presentazione, ma un luogo di connessione. Per molte donne afghane presenti, è stato un momento per sentirsi viste, ascoltate, accolte. Per gli italiani, un’occasione per capire cosa significhi perdere ogni libertà in un solo giorno.
    In un tempo in cui il mondo si muove veloce e spesso dimentica, l’evento ha ricordato a tutti una verità semplice: Raccontare è resistere. Ascoltare è un dovere.

     

    L’articolo è stato pubblicato su Più Culture il 24 novembre 2025