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15 agosto 2021. Dopo 5 anni, i talebani sono ancora più spietati

Uno schermo nero, perché mostrare il proprio volto è troppo pericoloso. Nomi di fantasia, perché l’identità deve rimanere nascosta. E poi il collegamento che si interrompe, per riprendere poco dopo da un computer o da un telefono diverso: restare connesse troppo a lungo con lo stesso dispositivo potrebbe essere rischioso. È in queste condizioni che si è svolta la conferenza stampa organizzata da Cisda con le attiviste di RAWA. Voci lontane, nascoste dietro uno schermo, ma giovani e combattive, che nel triste anniversario del ritorno al potere dei talebani hanno voluto parlare alla stampa italiana. Raccontare cosa significa vivere oggi in Afghanistan. E, soprattutto, cosa significa essere donna in Afghanistan.

Riassumere la condizione delle donne afghane è tanto semplice quanto drammatico. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono cantare, non possono affacciarsi alla finestra, non devono mostrarsi, non riescono a farsi curare, non possono andare nei parchi pubblici, non possono aprire negozi, non possono andare in bicicletta, non possono parlare a voce alta. “Non” è la parola che in Afghanistan si associa più frequentemente alla parola “donna”.

“Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica… per questo dobbiamo parlare di apartheid di genere. Sono l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne”, ha esordito una delle attiviste di RAWA collegate dall’Afghanistan.

La tecnologia a supporto della repressione

Era il 15 agosto 2021 quando i media di tutto il mondo rilanciavano le immagini dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da centinaia di persone che tentavano di salire sugli aerei degli americani in fuga. Cinque anni dopo, non è soltanto la repressione a essere rimasta: secondo le attiviste di RAWA, il regime ha imparato a renderla più capillare, sfruttando anche strumenti tecnologici sempre più sofisticati.

“I talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia: attraverso questo accesso possono controllare la vita delle persone”, ha detto l’attivista RAWA, spiegando come l’acquisto di una SIM card possa avvenire solo presentando la carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, dell’intestatario: “Quando c’è una manifestazione, come le ultime a Herat o nel Badakhshan, i talebani chiedono alle società di telecomunicazioni di fornire loro i numeri delle SIM card che risultano presenti nel luogo della manifestazione”. Da lì ad arrestare chi partecipa alle contestazioni il gioco è facilissimo.

Il telefono, così, smette di essere uno strumento neutro e diventa una possibile fonte di pericolo: “Quando usiamo i nostri telefoni, quando parliamo, quando ci connettiamo non siamo mai tranquilli perché i talebani hanno accesso a tutto. Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio utilizza la rete per ascoltare le voci di persone che parlano di questioni specifiche”.

Il controllo non si ferma alla sorveglianza. Può trasformarsi rapidamente in arresto, interrogatorio, intimidazione: decine e decine di persone spariscono per giorni o per settimane, chiamate a rispondere di ciò che hanno detto, scritto o fatto. Anche una frase non perfettamente allineata con i dettami del regime può diventare una colpa.

Le mani dei talebani si allungano rapaci

Ma il controllo non passa soltanto dagli strumenti digitali. Si estende alla vita quotidiana, al lavoro, agli aiuti umanitari, persino alle emergenze.

L’Afghanistan è una terra devastata non solo dalle guerre e dal regime dei talebani, ma anche da condizioni climatiche avverse, che alternano periodi di grave siccità a forti piogge e inondazioni, e da frequenti terremoti. È proprio nelle situazioni di maggiore fragilità che, secondo RAWA, il regime mostra ancora una volta il proprio volto disumano, rendendo ancora più difficile la vita di donne e bambini: “Durante l’ultimo terremoto nella provincia di Herat, per esempio, una delle nostre squadre sanitarie che si è recata sul posto ha trovato diverse donne ancora sotto le macerie delle case”, ha spiegato l’attivista RAWA. La loro colpa? Non avere parenti maschi che si occupassero di loro.

E anche quando arrivano gli aiuti, il controllo non viene meno. Secondo le attiviste, gli uomini del regime cercano di speculare sulle calamità imponendo tangenti o sequestrando i medicinali portati dalle ONG per poi ridistribuirli secondo criteri nei quali le donne vengono sistematicamente dopo gli uomini: “A Paktia, una delle aree colpite, alcune volontarie di RAWA sono state obbligate a consegnare i medicinali alle forze locali talebane e hanno intimato ai sanitari: ‘Prima visitate e curate gli uomini, poi potrete occuparvi delle donne’, hanno intimato”.

Il denaro, del resto, sembra essere un altro degli strumenti attraverso cui il potere talebano si esercita sulla popolazione. “Se cerchi di vendere qualcosa per strada devi versare una quota ai talebani”. Le chiamano tasse, ma secondo RAWA si tratta in realtà di vere e proprie tangenti: non si tratta di imposizioni legate al sistema fiscale regolamentato e le somme richieste variano da caso a caso. Chi lavora per strada, come ambulanti o sarti all’aperto, è inoltre costantemente esposto al ricatto: può essere costretto a riferire movimenti sospetti o presunte violazioni dei codici comportamentali per evitare l’arresto, la chiusura dell’attività o una nuova richiesta di denaro.

La corruzione arriva persino alle cerimonie private. In occasione di fidanzamenti e matrimoni, raccontano le attiviste, gli uomini del regime possono presentarsi nell’hotel o nel luogo della celebrazione e chiedere denaro. Solo dopo il pagamento la festa può continuare.

Lo stesso meccanismo coinvolge le ONG che cercano di lavorare a sostegno della popolazione: “Ci sono persone, all’interno del governo talebano, che si occupano proprio di questo: quando l’organizzazione si reca al ministero preposto per l’approvazione del progetto, viene intercettata da queste persone che chiedono di versare determinate somme per essere sicuri che il progetto venga approvato”.

Ma c’è un limite che, spiega RAWA, nemmeno il denaro riesce a superare: quello dei progetti rivolti alle donne. “Una persona che lavora in una di queste organizzazioni ci ha detto che stavano preparando una proposta di progetto rivolto alle donne, ma il governo ha imposto loro di sostituire la parola ‘donna’ con ‘famiglia’”. Anche la parola “donna” è impronunciabile nei documenti ufficiali, a meno che non si tratti di divieti.

Normalizzazione, il mantra dei talebani

Eppure, mentre dentro l’Afghanistan il controllo si fa sempre più pervasivo, all’esterno il regime persegue un obiettivo apparentemente opposto: farsi accettare, diventare normale.

La parola che va per la maggiore in Afghanistan, secondo RAWA, è proprio questa: normalizzazione.

Non soltanto normalizzazione della repressione, delle regole imposte quotidianamente alle donne e delle limitazioni alla libertà, ma normalizzazione dei rapporti con il resto del mondo.

Si sta infatti assistendo a una progressiva normalizzazione delle relazioni internazionali. Il caso più evidente è quello della Russia, che nel luglio 2025 ha riconosciuto ufficialmente il governo talebano, diventando il primo Stato a farlo. Segue a ruota la Cina che, pur mantenendo una posizione più prudente sul piano formale, intrattiene da tempo rapporti diplomatici ed economici con Kabul, con scambi commerciali e cooperazione negli investimenti e nella ricostruzione. E non sono da meno altri paesi come, per esempio, India, Uzbekistan, Kazakhistan ecc.

Una situazione intermedia caratterizza invece le Nazioni Unite. L’ONU non riconosce i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan e continua a definirli de facto authorities, ma mantiene con loro un dialogo costante attraverso l’UNAMA e il processo di Doha. Anche l’Unione europea segue una linea simile: non riconosce il regime talebano, ma mantiene un rapporto operativo con le autorità di fatto sia per gli aiuti umanitari sia riguardo migrazione e rimpatrio di afghani.

È una contraddizione solo apparente: il regime non viene formalmente riconosciuto, ma con chi controlla il territorio si tratta. E proprio questo spazio tra mancato riconoscimento e rapporti di fatto offre ai talebani la possibilità di presentarsi sempre più come un interlocutore normale, come il governo con cui, volenti o nolenti, il resto del mondo deve fare i conti.

La normalizzazione, però, non passa soltanto dalle cancellerie. Passa anche dai video.

Accanto alle relazioni con gli Stati e alle interlocuzioni con le organizzazioni internazionali, secondo RAWA è in corso un’intensa attività sui social: decine di video su YouTube, Facebook e TikTok mostrano turisti che passeggiano tranquillamente per le strade di Kabul o visitano il parco nazionale di Band-e Amir. “Gira anche un video dove si vede una donna ballare felice con un uomo in una zona di montagna. Ma sono falsi. Sono video che vogliono far vedere che la sicurezza in Afghanistan è ottima o che la vita è normale, serena. In realtà questi youtuber sono pagati dai talebani per far vedere un Afghanistan che non esiste: parlano solo di cibo, di luoghi per picnic o turistici da visitare. Nessuno di questi video parla di povertà, della violenza contro le donne”.

È l’altra faccia della normalizzazione: non soltanto ottenere relazioni diplomatiche, commercio o interlocuzione internazionale, ma costruire un’immagine del Paese nella quale la repressione scompare dal campo visivo.

Secondo RAWA, anche questo fa parte di un grande progetto per normalizzare il regime dei talebani; normalizzano le diverse regole che vengono imposte quotidianamente contro le donne, contro i bambini, contro tutto il popolo afghano.

Ma le proteste ci sono: esplicite o clandestine

Eppure, sotto questa apparente normalità, qualcosa continua a muoversi.

Una parte della popolazione afghana si ribella, pubblicamente o resistendo clandestinamente.

Nonostante la repressione, le proteste non sono scomparse. Come nel Badakhshan, una provincia nel nord dell’Afghanistan, dove la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i talebani e il loro regime: “I talebani combattono contro gli abitanti del Badakhshan perché professano una religione diversa, l’ismailismo, e cercano di costringerli a convertirsi”, spiega l’attivista di RAWA. Qualche settimana fa un gruppo armato di opposizione è riuscito a conquistare, seppur solo temporaneamente, il controllo del distretto, ma è anche la gente comune che ha organizzato manifestazioni. E lo stesso è avvenuto nella provincia di Herat, nell’area di Jebrail, popolata soprattutto da hazara: “Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno arrestato alcune donne in questa zona a causa dell’hijab ‘non conforme’. La popolazione allora ha protestato, ha manifestato per il rilascio di queste donne”.

Ma la ribellione non è soltanto quella visibile nelle manifestazioni, sempre duramente represse. È anche quella invisibile della clandestinità, del lavoro quotidiano di organizzazioni come RAWA: “Se vogliamo continuare il nostro lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. E il modo per essere più forti e preservare le militanti della nostra organizzazione è, in questo momento, condurre lotte clandestine”.

Una clandestinità che permette di far arrivare all’estero la voce dell’Afghanistan e delle donne afghane, di continuare a occuparsi di istruzione attraverso scuole clandestine e di fornire assistenza a una popolazione sempre più stremata.

È un lavoro difficile e pericoloso. I talebani cercano continuamente chi organizza queste attività, chi lavora contro di loro: “Controllano i social media per individuare le attiviste e anche girare per le strade con un telefono in mano può essere rischioso: se ti fermano, te lo controllano” e se trovano qualcosa che non li convince l’arresto è immediato.

Ma proprio qui si trova la contraddizione più forte di questo Afghanistan apparentemente normalizzato: mentre il regime cerca di mostrarsi al mondo come un interlocutore stabile, dentro il Paese continua a reprimere chiunque metta in discussione la sua idea di società.

Le donne di RAWA e delle altre organizzazioni con cui CISDA lavora non si lasciano intimorire. Continuano, con testardaggine, a lavorare perché alle bambine e alle ragazze afghane venga riconosciuto un futuro. Una responsabilità che, anche per chi osserva da lontano, significa prima di tutto non lasciare che quella voce scompaia.

“Corri per la libertà, corri per la speranza”

In Afghanistan alle donne è vietato correre, così come praticare qualsiasi attività sportiva negli spazi pubblici. Un gesto semplice e quotidiano, che in molti Paesi rappresenta un momento di benessere e libertà, è diventato per loro un atto proibito e rischioso.

Eppure correre significa molto più che fare sport. È un’espressione di libertà, autodeterminazione e resistenza. In un Paese in cui le restrizioni limitano fortemente la presenza femminile nello spazio pubblico, poter fare attività fisica, incontrarsi e sostenersi a vicenda assume un profondo valore simbolico e umano.

Per questo Free to Run, organizzazione che promuove l’uguaglianza di genere attraverso lo sport, utilizza la corsa come strumento per rafforzare l’autonomia, il benessere psicologico e la leadership di ragazze e giovani donne che vivono in contesti di conflitto.

Sabato 1° agosto, al Parco degli Acquedotti di Roma, Free to Run ha organizzato “Corri per la libertà, corri per la speranza”, una corsa e camminata solidale di 5 chilometri alla quale hanno aderito anche CISDA e l’Associazione Newroz.

L’iniziativa è nata per sostenere le donne afghane, private del diritto allo sport, all’istruzione, alla libertà di movimento e, più in generale, dei loro diritti fondamentali. Attraverso questa camminata collettiva si è voluto dare voce alla loro resistenza e sostenere la speranza di chi, nonostante condizioni sempre più difficili, continua a creare spazi sicuri di incontro, benessere e solidarietà.

L’iniziativa è stata anche un momento di condivisione e riflessione. Le giovani donne afghane che hanno promosso l’iniziativa hanno raccontato il dolore e le difficoltà che il loro Paese sta vivendo, invitando i partecipanti a trasformare una semplice corsa in un gesto concreto di vicinanza e sostegno.

Cinque chilometri percorsi insieme per affermare un principio semplice ma fondamentale: nessuna donna dovrebbe essere privata della libertà di muoversi, studiare, fare sport e costruire il proprio futuro.

Insieme abbiamo corso per la libertà, la dignità, il diritto all’istruzione, l’uguaglianza e contro l’apartheid di genere che oggi colpisce le donne e le ragazze afghane.

Herat rompe la paura e protesta. Anche se la risposta dei Talebani è stata rapida e brutale

L’articolo è stato pubblicato su Altreconomia, 17 luglio 2026

La città afghana a giugno è stata teatro di manifestazioni senza precedenti nei tempi recenti, registrando in piazza uomini e donne insieme contro il regime. Sono stati dispersi con violenza, tra morti, feriti e sequestri. L’attacco non è solo una reazione ma anche il tentativo di mantenere e consolidare l’apartheid di genere, soffocando una dei centri più liberi e progressisti del Paese. Il sostegno in Italia del Cisda

La repressione a giugno delle proteste di Herat segna uno dei più gravi episodi di violenza compiuti dai Talebani negli ultimi mesi. Le manifestazioni sono nate spontaneamente dopo l’arresto di numerose donne accusate di non indossare l’abbigliamento imposto dal regime. Alla protesta hanno partecipato donne e uomini, un fatto inedito dall’agosto 2021, uniti dallo stesso slogan: “Istruzione, lavoro, libertà”.

La risposta dei Talebani è stata immediata e brutale: uso delle armi, arresti, rastrellamenti e intimidazioni nei confronti della popolazione. Riportiamo le testimonianze di chi era presente, come quella di Fatima (nome di fantasia), attivista di Rawa, l’associazione per i diritti delle donne sostenuta dal Coordinamento italiano a sostegno alle donne afghane (Cisda).

“Durante la manifestazione i Talebani hanno sparato. Io sono arrivata dopo ma ho visto bambini ancora traumatizzati dalla violenza e dalle scene a cui avevano assistito. Il quartiere è abitato in gran parte da hazara (gruppo etnico che vive principalmente nella zona centrale del Paese, ndr). Erano arrivati armati: hanno fatto chiudere i negozi, vietato di andare in moschea e ordinato a tutti di restare in casa. Ma la gente non ha obbedito ed è scesa in strada. I Talebani hanno circondato la folla e l’hanno minacciata con le armi. Le donne indossavano il chador iraniano ma un talebano ha detto che non era accettabile. Hanno aperto il fuoco e due donne sono state uccise. Hanno anche impedito a chi era presente di riprendere la scena con il cellulare. È difficile descrivere la paura che ho visto nelle donne e nei bambini. È stato ucciso anche un bambino e un giovane ferito è morto perché i soccorsi sono stati impediti. I Talebani minacciavano chiunque cercasse di prestare aiuto. Il giorno dopo hanno effettuato rastrellamenti e arrestato diverse persone. Per la liberazione sono state chieste somme di denaro molto elevate. Sappiamo che molte donne arrestate sono state violentate in carcere e che alcune si sono suicidate per la vergogna”.

La testimonianza descrive una repressione che non si limita a disperdere una manifestazione ma colpisce indiscriminatamente un’intera comunità, impedendo persino i soccorsi e la documentazione di quanto accade.

La violenza con cui i Talebani hanno reagito non può essere letta soltanto come la risposta a una protesta. Si inserisce nella più ampia strategia con cui il regime sta consolidando il proprio sistema di apartheid di genere e di controllo sociale.

Herat occupa una posizione particolare nella storia dell’Afghanistan. È una città che, rispetto ad altre aree del Paese, ha conosciuto una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica, nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura. Anche il modo di vestire delle donne è tradizionalmente diverso da quello imposto oggi dal regime.

Proprio per questo Herat rappresenta un banco di prova. Colpire una realtà storicamente più aperta significa verificare fino a che punto sia possibile estendere a tutto il Paese un modello fondato sulla paura, sull’obbedienza e sulla cancellazione progressiva delle donne dalla vita pubblica.

L’obiettivo dei Talebani va ben oltre la punizione delle presunte violazioni del codice di abbigliamento o delle altre norme imposte alle donne. La repressione è parte di una strategia più ampia, finalizzata a creare un clima di paura permanente capace di modificare i comportamenti dell’intera popolazione.

Non è sufficiente vietare alle donne di studiare, lavorare o muoversi liberamente: il regime punta a fare in modo che siano le donne, le loro famiglie e le comunità ad accettare queste limitazioni come inevitabili, fino a trasformarle in una normalità.

È questo il meccanismo attraverso cui si consolida l’apartheid di genere: il controllo non viene esercitato soltanto dalla polizia morale ma viene progressivamente interiorizzato dalla società. Le famiglie diventano responsabili della sorveglianza delle donne; gli uomini sono chiamati a rispondere del comportamento delle proprie parenti; la paura sostituisce gradualmente la coercizione diretta. Quando questo processo si radica, il regime ha sempre meno bisogno di intervenire con la forza perché il controllo viene esercitato dalla società stessa.

L’obiettivo, tuttavia, è ancora più profondo. I Talebani mirano a fare in modo che la cancellazione delle donne dalla vita sociale venga interiorizzata dalle donne stesse come una condizione naturale, fino a diventare un’autolimitazione che non richiede più una coercizione costante. Per questo la paura di uscire di casa, di esporsi nello spazio pubblico o di trasgredire, anche inconsapevolmente, le regole assume un ruolo centrale. Le donne sanno che il prezzo di ogni presunta trasgressione sarà pagato dall’onore dell’intera famiglia, che sarà esposta al giudizio e alla stigmatizzazione. Il risultato perseguito è che siano le donne stesse a scegliere l’isolamento, rinunciando progressivamente non solo alla possibilità di ribellarsi, ma persino alla memoria di un’esistenza diversa.

Per questo i Talebani considerano particolarmente pericolose anche le forme più minime di resistenza femminile. Ogni gesto di dissenso può rappresentare il punto di partenza di una mobilitazione più ampia e deve quindi essere soffocato sul nascere attraverso il terrore. Le violenze avvenute a Herat sembrano rispondere precisamente a questa logica: non soltanto reprimere una protesta ma inviare un messaggio all’intera popolazione. Chiunque metta in discussione l’ordine imposto rischia il carcere, la violenza, la sparizione forzata e di trascinare nel disonore anche la propria famiglia.

L’obiettivo finale non è soltanto ottenere obbedienza ma impedire che sopravviva la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. Il sistema di dominio deve apparire come l’unico ordine possibile.

In questa prospettiva assumono un’importanza decisiva anche le nuove generazioni. I bambini e i ragazzi nati dopo il ritorno al potere dei Talebani stanno crescendo senza aver conosciuto un Afghanistan diverso. Molti di loro frequentano esclusivamente scuole e madrase controllate dal regime, dove ricevono un’educazione improntata all’ideologia fondamentalista. Per loro questa rischia di diventare l’unica normalità possibile.

Nonostante la repressione, la protesta di Herat ha avuto eco internazionale. In numerose città del mondo la diaspora afghana ha organizzato manifestazioni di solidarietà, sostenute da istituzioni o promosse spontaneamente da donne e uomini costretti a lasciare il Paese.

Anche a Roma il 21 giugno si è svolta una manifestazione alla quale ha aderito il Cisda, insieme alla comunità afghana e ad altre realtà solidali. Testimonianze, poesie, racconti, canti, danze e brevi performance teatrali hanno dato voce a chi continua a resistere. Tra i gesti più significativi è stato riproposto il “Signal for help”, il segnale internazionale utilizzato per chiedere aiuto in modo silenzioso, divenuto simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

Le persone che hanno abbandonato l’Afghanistan hanno ricordato che l’esilio non interrompe il legame con il proprio Paese. Continuano a sostenere la popolazione afghana, in particolare le donne, mantenendone viva la voce e chiedendo il ripristino dei diritti fondamentali.

Per i Talebani la paura è uno strumento di governo. Per chi continua a mobilitarsi, dentro e fuori l’Afghanistan, rompere il silenzio rappresenta invece la prima forma di resistenza.

Afghanistan: quando la crisi climatica si somma alla guerra contro i diritti

L’Afghanistan continua a essere raccontato soprattutto attraverso la sistematica violazione dei diritti delle donne da parte del regime talebano. Ma c’è un’altra emergenza che si intreccia con quella politica e umanitaria: la crisi climatica.
Il Paese è tra i più vulnerabili al cambiamento climatico. Ondate di calore estremo, siccità sempre più prolungate e improvvise alluvioni devastano territori già impoveriti da oltre quarant’anni di conflitti e dall’isolamento internazionale. In questi giorni, mentre nell’est del Paese nuove inondazioni hanno provocato vittime e distruzione, vaste aree dell’Afghanistan occidentale e meridionale stanno affrontando temperature che sfiorano i 50 °C, aggravando la scarsità d’acqua, la malnutrizione e la diffusione di malattie.
A pagare il prezzo più alto sono sempre le persone più vulnerabili: donne, bambini, anziani e famiglie che hanno ormai esaurito ogni risorsa per sopravvivere. La povertà estrema spinge molti giovani a tentare pericolose rotte migratorie attraverso il deserto verso l’Iran, spesso con esiti tragici.
In questo contesto, la nostra partner afghana HAWCA (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan) ha lanciato un appello urgente. Le sue équipe mediche mobili continuano a raggiungere comunità isolate, offrendo assistenza sanitaria, farmaci e aiuti alimentari essenziali a chi non ha accesso nemmeno alle cure di base.
Condividiamo il loro appello perché crediamo che, oggi più che mai, la solidarietà internazionale sia indispensabile. Dietro le statistiche ci sono persone, famiglie e bambini che ogni giorno lottano semplicemente per sopravvivere. Ogni contributo può fare la differenza.

Di seguito pubblichiamo integralmente la richiesta di sostegno ricevuta da HAWCA.

Come sapete, la situazione umanitaria in Afghanistan rimane estremamente critica.
Povertà, disoccupazione e accesso limitato all’assistenza sanitaria continuano a colpire milioni di persone.
Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, quest’anno oltre 22 milioni di persone in Afghanistan necessitano di assistenza umanitaria, mentre quasi 15 milioni soffrono di grave insicurezza alimentare.
Questa settimana, un’intensa ondata di calore ha colpito molte province, in particolare Herat, Nimroz, Balkh (Mazar-e-Sharif), Farah, Helmand e Kandahar, dove le temperature hanno raggiunto i 48-50 °C in alcune zone.
La combinazione di caldo estremo, scarsità d’acqua e assistenza sanitaria inadeguata ha portato a un aumento significativo di malattie diarroiche acute, disidratazione, malattie legate al calore e altre malattie stagionali.
Madri, neonati, bambini piccoli e anziani sono tra i più vulnerabili e molte famiglie non possono permettersi nemmeno le cure mediche di base.
Allo stesso tempo, povertà e disoccupazione continuano a costringere molti giovani a intraprendere pericolose rotte migratorie irregolari verso l’Iran.
Nei giorni scorsi, un gruppo di giovani si è perso mentre attraversava il deserto nella provincia di Nimroz.
Tragicamente, i corpi di alcuni sono stati recuperati, mentre altri risultano ancora dispersi.
L’anno scorso siamo riusciti a distribuire aiuti umanitari a diverse famiglie vulnerabili.
Purtroppo, abbiamo appreso di recente che uno dei beneficiari si è tolto la vita a causa dell’estrema povertà.
Questo straziante episodio riflette la realtà che la sofferenza di molte famiglie è persino peggiore di quanto spesso venga riportato.
Oggi, i bisogni sono più urgenti che mai.
Le nostre équipe mediche mobili sono necessarie per fornire consulti medici, farmaci essenziali, cure per malattie legate al caldo e malattie diarroiche, e servizi sanitari di base per madri e bambini nelle comunità remote e svantaggiate.
Allo stesso tempo, molte famiglie si trovano ad affrontare una grave carenza di cibo.
Donne incinte, madri che allattano e bambini piccoli soffrono sempre più spesso di malnutrizione.
Hanno urgente bisogno di aiuti alimentari di base, tra cui farina, riso, olio da cucina, fagioli e altri alimenti nutrienti per aiutarli ad affrontare le rigide condizioni estive e proteggere la loro salute.
Chiediamo sinceramente il vostro sostegno per aiutarci a continuare questi interventi medici e umanitari salvavita.
Qualsiasi contributo, indipendentemente dall’importo, aiuterà direttamente a proteggere le famiglie vulnerabili, a salvare vite umane e a portare speranza a persone che affrontano difficoltà inimmaginabili.
Grazie mille per la vostra continua gentilezza, compassione e considerazione.”

Un distretto del Badakhshan cade per alcune ore nelle mani di un gruppo anti-talebano

Per la prima volta dal ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021, un gruppo armato di opposizione è riuscito a conquistare, seppur solo temporaneamente, il controllo di un distretto afghano. L’episodio è avvenuto nelle prime ore di venerdì nel distretto di Yaftal-e Payin (Yaftali Sufla), nella provincia nord-orientale del Badakhshan, una delle aree più instabili del Paese.

Secondo diverse fonti locali, tra 20 e 25 combattenti appartenenti a un gruppo finora sconosciuto, che si presenta come “Sepahiyan-e Mihan” (“Soldati della Patria”), hanno lanciato un attacco contro il quartier generale del distretto. Dopo un breve scontro, avrebbero preso il controllo degli edifici dell’amministrazione, della polizia e dei servizi di intelligence, disarmando i talebani presenti, sequestrando armi e mezzi militari e issando la propria bandiera sull’edificio governativo.

L’occupazione sarebbe durata alcune ore. Prima dell’arrivo dei rinforzi inviati da Faizabad, i combattenti si sono ritirati volontariamente, senza che siano ancora chiare la loro destinazione o l’eventuale bilancio delle vittime. Fonti locali riferiscono inoltre che alcuni membri talebani sarebbero stati portati via durante il ritiro, circostanza che non ha trovato conferme indipendenti.

La risposta dei Talebani

I Talebani hanno confermato che il distretto è stato oggetto di un attacco, sostenendo però di aver rapidamente respinto gli assalitori e impedito loro di raggiungere i propri obiettivi. Dopo l’incidente hanno dispiegato consistenti rinforzi nella zona, intensificato i controlli di sicurezza e avviato operazioni di rastrellamento casa per casa.

Secondo media vicini all’Emirato islamico, sarebbero stati arrestati circa quindici sospetti. L’agenzia Nehzat ha inoltre affermato che tra i fermati vi sarebbe Abdul Qayum Malang, indicato come comandante militare del Sepahiyan-e Mihan, attualmente sottoposto a interrogatorio. Queste affermazioni non sono state verificate in modo indipendente.

Chi sono i Sepahiyan-e Mihan

L’attacco ha segnato la prima apparizione pubblica del Sepahiyan-e Mihan, un gruppo armato nato recentemente nel Badakhshan. Le informazioni disponibili sono limitate, ma fonti locali lo descrivono come un movimento composto principalmente da residenti della provincia, ex membri delle forze di sicurezza della Repubblica afghana, attivisti e civili che affermano di aver deciso di prendere le armi in risposta alla crescente repressione e al malcontento nei confronti dell’amministrazione talebana.

Il gruppo sostiene di operare in modo indipendente, pur mantenendo contatti con ex comandanti mujaheddin e altre reti dell’opposizione. La scelta di colpire Yaftal, un distretto relativamente vicino al capoluogo Faizabad e considerato più vulnerabile rispetto alle aree montuose della provincia, suggerisce, secondo diversi osservatori, che il movimento disponga ancora di capacità militari limitate.

Il Badakhshan, nuova area di instabilità

Negli ultimi mesi il Badakhshan è diventato uno dei principali focolai di tensione dell’Afghanistan. Oltre alle attività dei gruppi armati anti-talebani, la provincia è attraversata da rivalità interne tra comandanti talebani, conflitti per il controllo delle miniere e delle rotte economiche locali e da un crescente malcontento della popolazione nei confronti delle forze provenienti da altre province.

L’emergere di un nuovo gruppo armato indica che il panorama della resistenza potrebbe essere in evoluzione, affiancandosi ai movimenti già noti come il Fronte di Resistenza Nazionale (NRF) e il Fronte per la Libertà dell’Afghanistan (AFF).

Arresti e timori per la repressione

Dopo l’attacco sono emersi video che mostrerebbero arresti di residenti locali e presunti sospetti. L’Unione degli Attivisti per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione per le notizie riguardanti detenzioni arbitrarie, possibili torture, confessioni forzate e rappresaglie contro la popolazione civile.

L’organizzazione ha sottolineato che eventuali confessioni diffuse pubblicamente non possono essere considerate prove attendibili in assenza di verifiche indipendenti e ha chiesto alle organizzazioni internazionali di monitorare la situazione e documentare eventuali violazioni dei diritti umani.

Le reazioni dell’opposizione in esilio

L’operazione ha suscitato un’immediata reazione tra gli esponenti della precedente Repubblica afghana oggi in esilio.

L’ambasciatore afghano presso le Nazioni Unite a Ginevra, Nasir Ahmad Andisha, ha definito l’azione un segnale della persistenza della resistenza contro il regime talebano. Anche l’ex parlamentare Fawzia Koofi ha denunciato gli arresti di civili nel Badakhshan, sostenendo che la repressione finirà per rafforzare il desiderio di libertà della popolazione, mentre l’ambasciatore afghano in Tagikistan Zahir Aghbar ha parlato dell’inizio di una nuova fase della resistenza.

L’ex vicepresidente Abdul Rashid Dostum ha invece affermato che altre province del nord potrebbero presto sfuggire al controllo dei Talebani, mentre il movimento Zarghoon Bahir, guidato dall’ex vicepresidente Amrullah Saleh, ha pubblicamente elogiato l’operazione del Sepahiyan-e Mihan, definendola un passo verso la liberazione del Paese.

Un episodio dal forte valore simbolico

Al di là della sua limitata durata, l’occupazione di Yaftal rappresenta un evento significativo. Si tratta infatti del primo caso documentato in cui un distretto afghano è temporaneamente sfuggito al controllo dei Talebani dal loro ritorno al potere nell’agosto 2021.

Resta da vedere se il Sepahiyan-e Mihan sia destinato a trasformarsi in una forza armata stabile o se l’azione costituisca soprattutto un gesto simbolico volto a dimostrare che, soprattutto nel Badakhshan, la resistenza armata continua a cercare nuovi spazi di organizzazione. Il successivo dispiegamento di rinforzi talebani e la repressione seguita all’attacco confermano, comunque, come la provincia sia oggi uno dei principali punti di tensione dell’Afghanistan.

ONU e Afghanistan: “coinvolgimento senza riconoscimento”

Nessun riconoscimento formale, ma sempre più dialogo. È questa la linea che emerge dall’ultima Risoluzione del Consiglio di Sicurezza sull’Afghanistan: mentre i diritti umani continuano a deteriorarsi sotto il regime talebano, la comunità internazionale punta a mantenere aperti i canali con Kabul, privilegiando stabilità e sicurezza rispetto alla difesa dei diritti delle donne.

Mentre in Afghanistan libertà e diritti continuano a sprofondare e una popolazione ormai esasperata tenta di opporsi alle imposizioni che riguardano perfino i centimetri delle barbe e dell’hijab, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito a giugno per decidere il futuro dell’UNAMA e del sostegno internazionale all’Emirato talebano.

Mettere d’accordo tutti non è stato semplice. È servita la paziente mediazione della Cina – che nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha assunto il ruolo di Stato guida nella conduzione dei negoziati e nella predisposizione dei progetti di risoluzione relativi al dossier afghano – per arrivare a un testo condiviso.

Cambiare il nome senza cambiare la sostanza

Il primo terreno di scontro è stato il nome con cui definire il governo dei talebani. Tutti, almeno formalmente, continuano a rifiutarne il riconoscimento — con l’eccezione della Russia, che lo ha già concesso. Ma proprio la scelta delle parole rivela l’ambiguità della politica internazionale: da un lato si condannano le sistematiche violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle donne; dall’altro si costruiscono strumenti sempre più stabili di interlocuzione con le stesse autorità che quelle violazioni continuano a imporre.

L’ONU continua così a muoversi su un doppio binario: rifiuta formalmente il governo talebano, ma allo stesso tempo lavora per mantenerne aperti i canali diplomatici che lo mantengano in piedi, convinta che non esista oggi un’alternativa politica praticabile.

Non sembra infatti ritenere credibile né interessante l’alternativa della diaspora afghana, composta da ex governanti, parlamentari, politici della precedente Repubblica, sebbene le sue esponenti vengono spesso valorizzate nelle conferenze internazionali come simboli della difesa dei diritti delle donne, usate come trofei ma raramente considerate protagoniste di un’alternativa politica credibile.

Quindi si cambia il linguaggio. La definizione di “governo de facto” utilizzata finora, considerata dagli Usa potenzialmente idonea a implicare un riconoscimento, viene sostituita dalla formula più neutra di “autorità competenti”. Apparentemente un irrigidimento. In realtà, più che modificare la sostanza dei rapporti, cambia semplicemente la terminologia con cui li si descrive.

Lo sdoganamento dei fondi congelati

Se sul piano simbolico il linguaggio diventa più prudente, sul piano concreto la Risoluzione va nella direzione opposta. Accoglie infatti la richiesta, sostenuta soprattutto dalla Cina, di riaprire l’utilizzo delle riserve della banca centrale afghana congelate all’estero.

Formalmente la Risoluzione non dispone lo sblocco dei fondi a favore del governo talebano, né affida a loro la gestione. Parla di risorse destinate al popolo afghano. Ma evita accuratamente di chiarire chi dovrà amministrarle, con quali controlli e attraverso quali garanzie.

E se il controllo continuerà a essere affidato all’UNAMA, che fino a questo momento si è limitata a osservare le intromissioni e l’accaparramento del governo dei talebani nella distribuzione degli aiuti umanitari, senza poter, o voler, intervenire, è facile prevedere che il condizionamento esercitato dai talebani sarà pesante.

È proprio questa ambiguità deliberata che ha permesso ai membri del Consiglio di Sicurezza di trovare un consenso quasi unanime sulla Risoluzione finale.

UNAMA prorogata: cambia il contesto, non la missione

Alla vigilia della riunione molti osservatori ritenevano che forse sarebbe stato rimesso realmente in discussione il ruolo dell’UNAMA in questo vertice. È accaduto l’opposto. La missione è stata prorogata per un altro anno, confermando quella che appare ormai la sua funzione principale: mantenere il sostegno internazionale all’Afghanistan dei talebani.

Prima finanziava e sosteneva la Repubblica afghana; dal 2021 garantisce, attraverso gli aiuti umanitari, la sopravvivenza economica di un governo che continua a dichiarare di non considerare lo sviluppo economico e il benessere della popolazione una propria priorità politica.

Il paradosso dell’ONU: dialogo senza condizioni

È proprio qui che emerge la principale contraddizione della strategia ONU. Da un lato ribadisce che ogni futura legittimazione internazionale dipende dal rispetto dei diritti umani; dall’altro continua a sostenere un Processo di Doha che, per volontà dei talebani, ha escluso sistematicamente proprio quei diritti dal tavolo negoziale.

Per non interrompere il dialogo, la questione dei diritti delle donne è stata progressivamente accantonata. Si è parlato di terrorismo, assistenza umanitaria e stabilità regionale, ma non delle libertà fondamentali. Il dialogo è diventato un fine in sé, non più uno strumento per ottenere cambiamenti.

La Risoluzione 2626 non riconosce il governo talebano, ma non lo isola nemmeno. Conferma invece la linea del “coinvolgimento senza riconoscimento”.

È una formula che permette all’ONU di continuare a finanziare l’assistenza umanitaria indispensabile alla popolazione afghana, ma che, inevitabilmente, contribuisce anche alla sopravvivenza politica dell’Emirato.

Come si posizionano gli Stati nei confronti dei talebani

Esaurite le dichiarazioni di principio sui diritti umani, il vero confronto con Kabul viene ormai lasciato alle iniziative dei singoli Stati. E’ a questo livello che, sempre più chiaramente, si sta decidendo il futuro delle relazioni internazionali con l’Afghanistan talebano.

Russia: il primo riconoscimento ufficiale

Mosca è il primo e finora unico Paese ad aver riconosciuto formalmente l’Emirato islamico, rimuovendo anche i talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Punta a consolidare una partnership strategica con Kabul attraverso cooperazione economica e militare, pur senza imporre condizioni legate ai diritti umani.

Cina: sicurezza, miniere e leadership diplomatica

Pechino mantiene un approccio pragmatico, concentrato su sicurezza, stabilità regionale e interessi economici. Le priorità sono il controllo del corridoio del Wakhan, la tutela dello Xinjiang, lo sfruttamento delle risorse minerarie e l’integrazione dell’Afghanistan nella Belt and Road Initiative. In sede ONU, la Cina ha assunto un ruolo diplomatico sempre più centrale, sostenendo con la Russia il dialogo con Kabul e lo sblocco delle riserve afghane.

India: dialogo per contenere il Pakistan

Pur senza riconoscere il governo talebano, Nuova Delhi ha rafforzato i rapporti con Kabul per contenere l’influenza pakistana. Ha intensificato la cooperazione politica ed economica e sostiene una revisione del regime sanzionatorio internazionale.

Pakistan: un rapporto sempre più difficile

I rapporti con i talebani si sono deteriorati rispetto al 2021 a causa delle tensioni di confine e delle accuse reciproche di sostegno a gruppi armati. Islamabad continua a sostenere il dialogo, ma chiede ai talebani di impedire al TTP di utilizzare il territorio afghano per colpire il Pakistan.

Turchia: cooperazione senza riconoscimento

Ankara mantiene una presenza diplomatica e una cooperazione attiva nei settori della sicurezza, del commercio e dei trasporti, senza procedere al riconoscimento formale. Continua a sostenere i diritti delle donne, ma non li pone come condizione per il dialogo.

Stati Uniti: sicurezza prima di tutto

Washington concentra la propria politica su antiterrorismo, sicurezza e liberazione dei cittadini americani detenuti in Afghanistan. Accusa i talebani di utilizzare gli ostaggi come leva negoziale e chiede una revisione del mandato della missione ONU UNAMA in chiave più orientata alla stabilizzazione. Nell’ultimo anno ha ridotto fortemente i finanziamenti destinati all’Afghanistan, mantenendo solo gli aiuti salvavita e chiedendo controlli più rigorosi sulla destinazione dei fondi.

Unione Europea: pragmatismo sotto pressione

L’UE ribadisce il mancato riconoscimento del governo talebano e il sostegno ai diritti delle donne, ma ha avviato forme di cooperazione tecnica con Kabul su migrazione, assistenza consolare e documentazione. Una linea pragmatica contestata da parte del Parlamento europeo e delle organizzazioni per i diritti umani.

Iran: dialogo obbligato e tensioni aperte

Teheran considera inevitabile il dialogo con i talebani per garantire sicurezza, commercio e gestione dei rifugiati. Restano tuttavia aperte tensioni su risorse idriche, tutela delle comunità sciite e questioni migratorie.

Asia centrale: stabilità e interessi economici

I Paesi della regione privilegiano stabilità e sicurezza, puntando a contrastare estremismo, traffici illeciti e ISIS-K e a sviluppare collegamenti commerciali. L’Uzbekistan guida il riavvicinamento economico, mentre il Tagikistan incarna l’approccio più prudente.

Medio Oriente: mediazione e relazioni operative

Prevale una politica di dialogo senza riconoscimento formale. Il Qatar resta il principale mediatore tra Kabul e l’Occidente; Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono rapporti operativi e programmi umanitari, mentre il Kuwait ha recentemente accettato diplomatici nominati dai talebani.

Nel complesso, l’orientamento internazionale si sta spostando dall’isolamento a un dialogo sempre più strutturato con i talebani: il riconoscimento diplomatico resta limitato, ma un numero crescente di Stati considera ormai necessario mantenere relazioni operative con Kabul per ragioni di sicurezza, stabilità e interesse strategico.