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Afghanistan. Dove tutto cambia per non cambiare mai

È un saggio-reportage che racconta l’Afghanistan dopo il ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, ripercorre la storia recente del Paese, mostrando come il ritiro delle forze internazionali abbia riportato l’Afghanistan sotto un regime fondamentalista che ha cancellato gran parte delle libertà conquistate nei vent’anni precedenti.

Racconta cosa è successo in Afghanistan dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021. Attraverso fatti, testimonianze e spiegazioni storiche, l’autrice aiuta il lettore a capire perché il Paese continua a vivere una crisi profonda, fatta di violenza, povertà e perdita dei diritti.. Il libro dedica particolare attenzione alla condizione delle donne e delle ragazze, che oggi non possono più studiare, lavorare liberamente o partecipare alla vita pubblica. Ma racconta anche le difficoltà di tutta la popolazione, alle prese con una grave crisi economica e umanitaria. Il titolo riassume bene il senso del libro: in Afghanistan cambiano i governi e gli equilibri politici, ma per milioni di persone la sofferenza e la mancanza di libertà sembrano non cambiare mai.

Questo libro è una lettura coinvolgente e molto utile per capire cosa sta accadendo davvero in Afghanistan. scritto con uno stile semplice e chiaro, senza usare un linguaggio troppo tecnico, riuscendo a spiegare anche i temi più complessi. Il suo punto di forza è quello di dare spazio alle persone, alle loro storie e alle loro speranze, invece di fermarsi solo alla politica o alla cronaca. In particolare, emerge con forza la situazione delle donne afghane, che oggi vivono una delle più gravi violazioni dei diritti umani nel mondo.

È un libro che invita a non dimenticare l’Afghanistan e a guardare oltre le notizie che compaiono solo nei momenti di emergenza. Al termine della lettura rimane una maggiore consapevolezza di ciò che sta vivendo il popolo afghano e dell’importanza di continuare a parlarne.

È un libro consigliato a tutti e potrebbe essere utile per gli studenti ma può servire anche a chi conosce già l’Afghanistan, e a chi vuole avvicinarsi per la prima volta alla sua storia e capire perché il futuro di questo Paese riguarda, in fondo, anche noi.

di Giorgia Pietropaoli

Infinito Edizioni, 2026, pp 182

 

 

Continuare a sostenere le donne afghane

Il 21 giugno si è tenuta a Roma una manifestazione organizzata, soprattutto, dalla comunità afghana italiana – la maggior parte residente a Roma, ma non solo – con l’aiuto e la partecipazione di diverse organizzazioni e associazioni vicine alle donne e al popolo dell’Afghanistan.

Nel video l’intervento di Antonella Garofano, del Coordinamento Italiano a Sostegno delle Donne Afghane, dedicato alla drammatica condizione delle donne e delle ragazze in Afghanistan, alla repressione imposta dal regime talebano e all’importanza di continuare a sostenere la loro resistenza e la difesa dei diritti fondamentali

Giugno 2026. Rapporto sulla situazione in Afghanistan

Una delle organizzazioni afghane con le quali CISDA collabora ha inviato questo Rapporto sulle proteste seguite alle ultime inumane decisioni prese dalle autorità afghane e la dura repressione che ne è conseguita. “Oggi, più che mai, paura, incertezza e ansia incombono sulla vita delle donne e delle ragazze in Afghanistan.


Negli ultimi giorni, l’Afghanistan ha assistito a una significativa escalation di pressioni e restrizioni nei confronti di donne e ragazze. L’intensificarsi delle misure di sorveglianza, gli arresti di donne, le restrizioni alla libertà di movimento e la crescente presenza delle forze di sicurezza hanno generato paura e incertezza diffuse tra i cittadini. Per molte donne, la vita quotidiana è diventata sempre più difficile, con crescenti preoccupazioni per la propria sicurezza personale e per il futuro.

All’inizio di giugno, i funzionari del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio nella provincia di Herat hanno tenuto una riunione e annunciato un’applicazione più rigorosa delle norme relative all’abbigliamento femminile. Secondo le decisioni prese durante la riunione, le donne sono state obbligate a indossare indumenti approvati dalle autorità, tra cui il chadari (velo integrale) o il chador da preghiera. È stato inoltre specificato che le donne che non si fossero conformate a tali requisiti avrebbero potuto essere arrestate e incarcerate.

A seguito di questa decisione, le pattuglie della polizia morale sono aumentate significativamente in tutta la città di Herat e nei suoi mercati. Numerose segnalazioni indicavano che le donne venivano fermate anche quando indossavano quello che generalmente è considerato l’hijab islamico completo, semplicemente perché non indossavano il chadari o chador da preghiera. Secondo le testimonianze ricevute, diverse donne hanno subito trattamenti umilianti, pressioni psicologiche e ispezioni invasive dei loro telefoni cellulari. Messaggi personali e comunicazioni private sarebbero stati visionati durante alcune di queste ispezioni.

Le informazioni ricevute da fonti locali suggeriscono che queste misure hanno colpito in modo sproporzionato le donne delle comunità Hazara e sciite. In seguito agli arresti di donne a Herat, sono scoppiate manifestazioni nella zona di Jebrail, dove la maggior parte dei residenti appartiene alla comunità Hazara. I manifestanti hanno chiesto la fine degli arresti e dei maltrattamenti subiti dalle donne.

L’8 e il 9 giugno, le proteste si sono estese a Herat, con la partecipazione di donne, uomini e persino bambini. Secondo le fonti, le forze di sicurezza hanno usato la forza per disperdere i manifestanti, provocando vittime e feriti. Anche organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per l’uso della forza contro i manifestanti.

In seguito a questi eventi, diverse persone ferite hanno richiesto assistenza medica. Tuttavia, alcune segnalazioni indicano che in seguito hanno avuto paura di tornare nelle strutture sanitarie per timore di essere arrestati o interrogati. Diverse persone ferite si sarebbero nascoste nelle proprie case, pur necessitando urgentemente di cure mediche. Tra queste, alcune persone che hanno riportato ferite alle gambe e che non sono in grado o non vogliono farsi curare per timori legati alla sicurezza.

Venerdì si è svolta un’altra protesta a Herat, con i manifestanti che hanno marciato dalla Grande Moschea della città verso la sede del governo provinciale. Fonti locali hanno riferito che le autorità si erano precedentemente incontrate con gli anziani della comunità e avevano avvertito che qualsiasi manifestazione pubblica sarebbe stata repressa. Nonostante questi avvertimenti, la protesta è proseguita e sono stati segnalati ulteriori arresti.

Una delle ragazze che partecipa ai nostri programmi educativi ci ha informato che i telefoni cellulari di diversi insegnanti di una scuola di Herat sono stati controllati. Secondo il suo racconto, un insegnante è stato fermato dopo che le autorità hanno trovato sul suo telefono il numero di telefono di un organo di stampa internazionale e un messaggio vocale relativo alle proteste. Da allora la sua famiglia non è riuscita a ottenere informazioni sul suo luogo di residenza.

Siamo venuti a conoscenza anche del caso di una giovane donna che, al momento dell’arresto, era incinta di tre mesi. Secondo la sua famiglia, in seguito ha avuto una grave emorragia e ha contattato i parenti a tarda notte chiedendo aiuto. Le sue condizioni fisiche e psicologiche rimangono motivo di profonda preoccupazione.

In un altro caso, una giovane donna fidanzata ha subito gravi conseguenze sociali a seguito del suo arresto. Secondo il suo racconto, la famiglia del fidanzato ha annullato il fidanzamento dopo aver saputo del suo arresto. L’incidente ha avuto un profondo impatto sul suo benessere emotivo e sulle sue prospettive future.

Queste sono solo alcune delle storie che siamo riusciti a documentare. A causa delle forti restrizioni imposte ai media e alla libertà di espressione, ottenere informazioni indipendenti rimane estremamente difficile. Molte donne e ragazze non sono disposte a parlare apertamente delle loro esperienze per paura, pressione sociale e timori per la propria sicurezza. Di conseguenza, la reale portata del problema è probabilmente molto maggiore di quanto si possa documentare attualmente.

A Kabul, negli ultimi due giorni, i pattugliamenti della polizia morale sono aumentati significativamente. Sulla base di informazioni ricevute da studenti, insegnanti e famiglie, le donne sono state avvertite di evitare spostamenti non necessari fuori casa e di astenersi dal frequentare luoghi pubblici se non strettamente indispensabile. In alcune zone, le famiglie sarebbero state informate che le donne dovrebbero rimanere a casa, salvo in casi di necessità. Sono stati inoltre emessi avvisi secondo cui le donne sorprese in luoghi pubblici e ritenute non conformi alle norme vigenti potrebbero essere arrestate.

Allo stesso tempo, sono pervenute numerose segnalazioni di ispezioni dei telefoni cellulari delle donne. In alcuni casi, sono state esaminate fotografie personali e familiari memorizzate sui dispositivi e le donne sarebbero state avvertite che immagini considerate non conformi agli standard ufficiali potrebbero comportare ulteriori conseguenze. Queste pratiche hanno intensificato la paura e l’ansia tra le famiglie, spingendo molte donne ad evitare completamente gli spazi pubblici.

Abbiamo inoltre ricevuto informazioni secondo cui alcune donne, in particolare all’interno della comunità Hazara, avevano pianificato manifestazioni pacifiche per esprimere la propria preoccupazione per la situazione attuale. Tuttavia, dopo che le autorità sono venute a conoscenza di questi piani, sono state imposte ulteriori restrizioni e le misure di sicurezza sono state intensificate in alcune aree.

Date le circostanze attuali e al fine di garantire la sicurezza dei nostri studenti e insegnanti, siamo stati costretti a sospendere temporaneamente le nostre attività didattiche e a chiudere la nostra sede. Questa decisione è stata estremamente difficile per i nostri studenti. Quando è stata annunciata la chiusura, molte ragazze hanno pianto ed espresso profonda preoccupazione per il loro futuro.

Le abbiamo rassicurate dicendo che questa sospensione è temporanea e che speriamo di riprendere le lezioni non appena le condizioni saranno più sicure. Ciononostante, la paura, l’incertezza e la delusione erano chiaramente visibili tra di loro.

Una delle nostre studentesse, con le lacrime agli occhi, ha detto: “Cinque anni sono una parte enorme della nostra vita. Le donne di tutto il mondo non ci vedono? Cosa abbiamo fatto di male per dover vivere in questo modo?“. Un’altra studentessa ha affermato: “Ogni volta che penso che la situazione non possa peggiorare, viene imposta una nuova restrizione o un nuovo divieto”. Oggi, più che mai, paura, incertezza e ansia incombono sulla vita delle donne e delle ragazze in Afghanistan. Nonostante queste immense difficoltà, molte continuano ad aggrapparsi alla speranza e a lottare per il loro diritto all’istruzione, alla dignità umana e a un futuro migliore.

 

Kurdistan: il confederalismo democratico sotto attacco

La Rete di coalizione euro-afghana ha promosso questo incontro per aggiornare sulla situazione nel nord-est della Siria e l’attacco compiuto dal governo siriano di Ahmad al Shara al Rojava. Nell’incontro Laura Quagliuolo, attivista di CISDA e Rete Jin, e Carla Gagliardini, attivista di Verso il Kurdistan, hanno approfondito i concetti e la storia del confederalismo democratico, dei principi che guidano la lotta delle donne curde, con un approfondimento sugli ezidi.

Scarica qui il documento Crimini di guerra nel nord-est della Siria realizzato in questi giorni a cura dell’Accademia di Jineolojî in Rojava.

SE NON VISUALIZZI IL VIDEO VAI DIRETTAMENTO SUL SITO CISDA DI YOUTUBE.

L’Afghanistan e il supporto di CISDA alle donne afghane nel 2025

Il 2025 in Afghanistan ha confermato e aggravato tendenze che si erano manifestate già negli anni immediatamente successivi al ritorno al potere dei Talebani (agosto 2021): una sistematica negazione dei diritti fondamentali, in particolare di quelli delle donne, un deterioramento delle condizioni socio-economiche e una crescente dipendenza dalla solidarietà di organizzazioni locali e internazionali per la sopravvivenza quotidiana della popolazione.

Apartheid di genere: un quadro di discriminazione sistemica

Nel 2025 la condizione delle donne in Afghanistan si configura come una loro segregazione ed esclusione istituzionalizzate da ogni spazio pubblico e privato della vita sociale, culturale, educativa ed economica. Le donne sono state progressivamente escluse dall’istruzione superiore e dall’accesso al lavoro, alla mobilità e alla partecipazione politica, in un clima di repressione che mira a renderle praticamente invisibili alla società.

Un apartheid di genere che non è una definizione retorica: CISDA, supportata da un pool di giuriste, ha portato questo tema nelle sedi internazionali, chiedendo che l’apartheid di genere sia riconosciuto come crimine contro l’umanità nei trattati internazionali e che il regime talebano sia chiamato a rispondere davanti a corti internazionali.

La crisi umanitaria: dati e dinamiche

Oltre alle discriminazioni di genere, l’Afghanistan nel 2025 ha affrontato un grave contesto umanitario. Secondo stime delle Nazioni Unite e di agenzie internazionali: 22,9 milioni necessitano di assistenza umanitaria per sopravvivere,14,8 milioni soffrono di insicurezza alimentare acuta, 3,5 milioni di bambini sotto i 5 anni affetti da malnutrizione acuta,1,2 milioni di donne incinte o in allattamento a rischio di malnutrizione acuta.

Il collasso del sistema sanitario ha portato l’Afghanistan, e in particolare le aree rurali, nell’abisso di una crisi sanitaria senza precedenti con l’impossibilità di prestare cure a una popolazione allo stremo e l’aumento di malattie prevenibili: una costante minaccia per donne e bambini, mentre la scarsità di fondi e l’intercettazione degli aiuti da parte delle autorità de facto limitano l’efficacia degli interventi esterni.

Inoltre sono oltre 500.000 gli sfollati a causa di inondazioni, siccità e terremoti e oltre 2,43 milioni i migranti afghani rimpatriati dal Pakistan e dall’Iran tra settembre 2023 e aprile 2025.

CISDA e la solidarietà organizzata: progetti e attività nel 2025

In questo contesto, anche ne 2025 CISDA ha supportato la società civile afghana lavorando in stretto contatto con organizzazioni democratiche e antifondamentaliste afghane che continuano a operare, seppur in clandestinità, sul territorio: RAWA, HAWCA, HAMBASTAGI, SAAJS e OPAWC.

Nel corso del 2025, le nostre attività si sono sviluppate su più fronti erogando 280.000 euro di contributi per il sostegno di progetti concreti a sostegno delle donne e della popolazione afghana:

  • Scuole segrete per ragazze: piccoli gruppi di insegnamento organizzati in case private, per consentire alle giovani di proseguire gli studi nonostante il divieto formale.
  • Giallo fiducia, sostegno alla coltivazione di zafferano da parte di un gruppo di donne
  • PC e materiale informatico per le scuole clandestine.
  • Corsi di taglio e cucito e alfabetizzazione per favorire l’autonomia economica, anche attraverso l’assegnazione di macchine da cucire e materiali.
  • Unità mobile sanitaria per donne e bambini in zone isolate, dove l’accesso alla sanità pubblica è negato o inesistente.
  • Piccolo shelter e percorsi di supporto per vittime di violenza familiare, fornendo protezione, assistenza psicologica e strumenti per l’indipendenza economica.
  • Empowerment per famiglie in crisi fornendo competenze professionali e commerciali per ogni membro della famiglia
  • Vite preziose, sostegno a distanza di donne in difficoltà
  • Emergenza, sostegno per le popolazioni colpite da alluvioni e terremoti
  • Distribuzione di capre a vedove prive di reddito

Queste attività sono spesso svolte in condizioni di clandestinità, con personale locale che rischia ripercussioni acute da parte delle autorità talebane, e hanno consentito di aiutare circa 20.600 donne afghane.

Oltre agli interventi diretti sul terreno, nel 2025 CISDA ha intensificato le campagne di pressione politica e sensibilizzazione internazionale. Tra queste la campagna “Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere”, che ha l’obiettivo di fare riconoscere a livello internazionale il crimine di apartheid di genere e di sollecitare governi e istituzioni a sostenere le forze democratiche afghane e non riconoscere il governo talebano.

Eventi, incontri e petizioni in Europa e in Italia hanno amplificato la voce delle attiviste afghane in esilio, come Belqis Roshan, ex parlamentare costretta a fuggire, che ha testimoniato delle condizioni di repressione e delle pressioni sugli stessi uomini per controllare ancor più strettamente le donne nelle famiglie.

A queste si è affiancata un’intensa attività di comunicazione con oltre 500 articoli pubblicati su Altreconomia e altre testate giornalistiche, il sito Osservatorio Afghanistan e il sito istituzione CISDA; oltre12.000 interazioni/mese social su Facebook, Instagram e YouTube; oltre 3.500 contatti raggiunti mensilmente con la nostra newsletter. Nel 2025 è stata inoltre pubblicata una nuova edizione aggiornata del Dossier I diritti negati delle donne afghane e si segnala l’uscita del nuovo libro di Cristiana Cella, con fotografie di Carla Dazzi, Attraversare la notte che dà voce alle donne afghane.

La resistenza democratica afghana: strumenti e prospettive

I gruppi democratici e femministi afghani continuano a operare in condizioni estremamente difficili. Molte delle loro iniziative sono diventate clandestine, dalla scuola all’assistenza sanitaria, passando per l’organizzazione di reti di solidarietà locale e internazionale. Questi gruppi, pur senza possibilità di agire apertamente, mantengono vivo un ruolo di costruzione di comunità autonoma, difendendo l’uguaglianza di genere e la democrazia contro la repressione fondamentalista.

In un contesto di esclusione, violenza e crisi umanitaria il ruolo di organizzazioni come CISDA e dei gruppi democratici afghani che sostiene è fondamentale per mantenere attivi spazi di resistenza, fornire supporto vitale alla popolazione e tenere alta la voce delle donne afghane nel dibattito internazionale.