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Stop a bambine e ragazze

Pubblicazione: 6 Settembre 2023

A giugno 2021, due mesi prima della presa del potere da parte dei talebani e venti anni dopo l’occupazione USA-NATO, il sistema scolastico afghano presentava già notevoli criticità.

La popolazione scolastica, secondo l’UNICEF, ammontava a 6,6 milioni nella scuola primaria (di cui 2,6 milioni di bambine, circa 4 su 10) e 3,1 milioni nella scuola secondaria (di cui 1,1 milioni di ragazze), mentre 4,2 milioni di bambini, di cui il 60% femmine, non frequentavano alcuna scuola.

Ma alla fine del ciclo primario, il 93% degli studenti non aveva comunque raggiunto il livello minimo di competenze.

Questo insuccesso va correlato alla permanente situazione di guerra, alla miseria e alla fame, alla mancanza di trasporti, al rischio di aggressioni e rapimenti durante il tragitto scuola-casa, ai matrimoni precoci, ai ruoli tradizionali, alla carenza e inadeguatezza degli edifici, spesso occupati da milizie armate, alla pesante corruzione, che ha vanificato i finanziamenti esteri, ma anche alla scarsa formazione del personale: solo il 38% degli insegnanti maschi e solo il 34% donne, destinate alle classi femminili, sono in possesso del titolo di studio richiesto (14° grado).

Brevi i turni di lezione, eccessivo il numero degli studenti per classe: tra 40 e 60.

Tra il 2001 e il 2021 il tasso di alfabetizzazione è raddoppiato (dal 17% a quasi il 30%), ma è rimasto fortemente disomogeneo per genere (l’analfabetismo femminile è tra l’84% e l’87%) e per aree geografiche, con le aree rurali fortemente penalizzate.

Dopo la presa del potere da parte dei talebani, nell’agosto 2021, la riapertura graduale delle scuole ha escluso le ragazze a partire dal 7° grado (12 anni di età), causando forti proteste interne e condanne internazionali. Le pressioni dei donatori esteri, interessati a normalizzare le relazioni con il governo di fatto, si sono concretizzate in esenzioni da alcune sanzioni imposte precedentemente, come per esempio la risoluzione 2615 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 22 dicembre 2021, sostenuta da tre “General licences” USA, che si è concretizzata in donazioni per l’emergenza umanitaria e a favore dell’educazione delle ragazze: il 13 settembre 2021 ECW (il fondo ONU per emergenze educative), Italia e USA hanno versato 12 milioni di dollari; il 18 gennaio 2022 l’Unione Europea ha versato 50 milioni di euro per pagare gli insegnanti; il 25 gennaio 2022 l’Asian Development Bank ha versato 405 milioni di dollari per cibo, salute, educazione; il 1° marzo 2022 la Banca Mondiale un miliardo di dollari e così via.

Le pressioni per limitare l’oppressione di genere hanno inasprito il conflitto interno tra le fazioni al governo, da una parte coloro che vogliono trattare per ottenere fondi e dall’altra gli intransigenti. Malgrado determinate province abbiano riaperto alcune scuole alle ragazze, nel dicembre 2022 è stata vietata loro l’istruzione universitaria, e oltre 100.000 studentesse sono state espulse anche dallo studio di discipline (come medicina e pedagogia per la scuola primaria) in cui l’occupazione femminile viene parzialmente tollerata.

Intanto, la qualità dell’istruzione è totalmente compromessa: le discipline religiose in chiave fondamentalista sostituiscono in gran parte le altre materie, specie quelle scientifiche. Insegnanti e alunne sono sottoposte a misure vessatorie che scoraggiano la frequenza scolastica.

Infine, le istituzioni educative sono oggetto di attacchi terroristiche che colpiscono principalmente donne e ragazze: l’attacco contro il Kaaj Educational Center il 30 settembre 2022 a Kabul ha causato la morte di 54 persone e il ferimento di altre 114; la maggior parte delle vittime erano giovani donne e ragazze hazara che si stavano preparando per l’esame di ammissione all’università.

 

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