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Sabira, Kunduz

Pubblicazione: 1 Gennaio 2019

Ho 19 anni e sono di Kunduz. Due anni fa mio padre mi ha detto che mi aveva dato in moglie.
Non c’era modo di sapere chi fosse, speravo almeno che fosse giovane. Aveva 52 anni, più vecchio di mio padre e, davvero, li portava male. L’ho visto la prima volta il giorno maledetto del mio matrimonio. L’ho sbirciato dalla porta e mi ha preso il panico.
Ho pianto e urlato così tanto da farmi venire la faccia gonfia come un melone. Tra le braccia di mia madre. Ma lei mi diceva: “Figlia mia, lo so, ci siamo passate tutte. Ma non c’è niente da fare dobbiamo accettare, non abbiamo scelta.
Lui è un uomo potente, ci ucciderà tutti se diciamo di no.” Adesso vivo con lui, sua moglie e i suoi cinque figli. Sua moglie non capisce, mi odia, dice che sono una puttana e che ho voluto io sposare quel brutto vecchio di nostro marito.
Non mi parla mai, m’insulta solo, tutto il giorno, mi fa mille dispetti, aizza i suoi cinque figli contro di me. Tutti insieme sono un esercito. Se parlo di scuola fanno a gara a picchiarmi.
Ma il dolore più grande è fuori dalla finestra. Vedo passare le ragazze della mia età, che, beate loro, non sono sposate, che vanno a scuola insieme, ridono, camminano. Le invidio tanto che mi viene voglia di morire, solo per uscire da qui. Ma poi mi dico: “Se lo vuoi davvero, Sabira, devi crederci. Devi combattere per questo.” Non posso farlo da sola, così ho chiesto aiuto ad Hawca.
Vorrei continuare a studiare e raggiungere quella vita lì, che passa fuori dalla finestra.

Aggiornamenti

Solo la libertà da quest’uomo e la scuola, tanto desiderata, potranno forse curare le sue profonde ferite. La vita di Sabira è davvero insopportabile. Ma quel barlume di speranza, dentro di lei, cresce e si rafforza da quando Costanza, Adriana e Claudia si occupano di lei. Come per altre ragazze, i bisogni elementari della sopravvivenza diventano il pretesto per la violenza. È questo il primo risultato del sostegno. Sabira ha un piccolo gruzzolo solo suo, un piccolo spazio che le appartiene in quella vita opprimente.
Può procurarsi quello che le serve senza chiedere niente. L’autonomia economica è la sua protezione dalla violenza. Non perde la speranza, non si sente più senza via d’uscita.
Vorrebbe il divorzio e, come molte, nello stesso tempo, ne ha paura. Prova a parlarne con la madre.
Spera nel suo appoggio ma resta delusa. “Guardatene bene, risponde, tuo padre non lo permetterà mai e ti ucciderà se farai una cosa del genere. Noi donne dobbiamo sopportare di essere schiave nella casa del marito. Non permetterti di portare la vergogna sulla nostra famiglia, davanti agli altri e alla tribù.” Rimane imprigionata per molto tempo in questo conflitto tra la sua sete di libertà e di riscatto e la paura. Non accetta nemmeno di rifugiarsi nello shelter.
Cerca di illudersi che le cose possano cambiare, chiede aiuto per questo. Ma le cose peggiorano: non riesce a restare incinta e questo, per il marito, è un ulteriore pretesto per la violenza.
Non potrà mai, le dicono, diventare mamma, una colpa inaccettabile. Con l’intervento ripetuto di Hawca il marito si ammorbidisce.
Ora può andare a scuola, seguire i corsi di Hawca, il suo più grande desiderio. Quelle ore passate a scuola diventano la sua ragione di vita. Il marito prende un’altra moglie e questo non migliora per nulla la sua situazione, anche perché rimane subito incinta. Sabira coltiva con tenacia quel minuscolo spazio di libertà che si è conquistata e inizia a insegnare il Corano ai bambini del quartiere. Le vogliono bene, è brava.

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Una storia del progetto Vite preziose.

La fotografia è di solo carattere grafico e non rappresenta la donna protagonista della storia. Data la attuale situazione in Afghanistan, per evitare l’identificazione delle donne i nomi sono stati modificati, così come i luoghi dove si svolgono i fatti.

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