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Autore: Patrizia Fabbri

I fondi italiani a Fawzia Koofi, corrotta ex vicepresidente del parlamento afghano

“L’Italia contribuisce a dare voce alle donne afghane – insieme al Women’s Peace Humanitarian Fund (WPHF)”. Con questo titolo l’Agenzia italiana per la cooperazione allo Sviluppo il 19/11/2023 presenta orgogliosamente sul suo sito il finanziamento dell’”Italia nel 2022 con 4,5 milioni di euro specificamente miranti a sostenere le donne afghane”.

In particolare il sostegno è diretto, viene detto, a “Fawzia Koofi, la prima vicepresidentessa del Parlamento afghano, nonché ex-Presidentessa della Commissione per le questioni femminili e i diritti umani, che dopo la caduta di Kabul nelle mani dei Talebani, ha continuato a lottare per promuovere i diritti delle donne, ragazze e bambine afghane. Nel giugno del 2022, grazie al supporto del Women’s Peace Humanitarian Fund (WPHF) , Fawzia Koofi si è recata a Ginevra per chiedere al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite di tenere un dibattito sulla crisi dei diritti delle donne e delle ragazze in Afghanistan. …L’attività di denuncia di Fawzia Koofi non sarebbe probabilmente stata possibile senza il contributo del WPHF delle Nazioni Unite”…

La convinzione sull’importanza di contrastare la violenza di genere, sostenendo direttamente la capacità delle donne locali, al fine di liberarle dalla violenza e contribuire ai processi di pace, ha portato l’Italia a sostenere anche l’azione globale del Women Peace Humanitarian Fund, con un contributo ulteriore di 2 milioni di euro nel 2022 e di 3 milioni di euro nel 2023 – per sostenere la voce delle donne laddove è più necessario e contribuire insieme al contrasto della violenza”.

Ma che fine hanno fatto o faranno i soldi stanziati a Fawzia Koofi dalla Cooperazione internazionale italiana? In che modo verranno utilizzati per sostenere le donne afghane?

Per rispondere a questa domanda abbiamo cercato di seguire le tracce dei soldi erogati in questi giorni dall’Italia.

Il percorso è stato abbastanza facile perché breve e agevole, tutto subito indicato nelle finalità stesse del Fondo internazionale, il WPHF che ha elargito i finanziamenti e che l’Italia ha contribuito a foraggiare. Sì, perché in realtà l’Italia non ha dato i soldi direttamente a Fawzia Koofi ma ha semplicemente contribuito al finanziamento del WPHF con 4,5 di euro.

Il Fondo internazionale spiega nel suo sito a chi sono assegnati i soldi. La parte che ci interessa è dichiaratamente finita in mano a Fawzia Koofi attraverso il sostegno al “Programma 1000 donne leader”, la “Finestra di finanziamento WPHF per i WHRD” cioè i difensori dei diritti umani delle donne, perché il suo scopo è proprio quello di “fornire, in collaborazione con ONG, finanziamenti rapidi e flessibili e supporto logistico diretto ai WHRD provenienti o che lavorano in aree diverse colpite dai conflitti, … [donne o LGBTI  che] individualmente o in associazione con altri, formalmente o informalmente, agiscono per promuovere o proteggere i diritti umani, compresi i diritti delle donne, in modo pacifico a livello locale, nazionale, regionale e internazionale”.

Il sostegno, è specificato, arriva attraverso due flussi:

  • Safety net (rete di protezione) in collaborazione con ONG partner con finanziamenti fino a 10.000 dollari per coprire costi urgenti, come spese di sostentamento e protezione a breve termine, comprese attrezzature (computer, telecamere di sicurezza), Internet, cura di sé, assistenza legale e trasferimento o ritorno a casa
  • supporto di advocacy, per organizzare e coprire le spese logistiche (trasporto, tasse per il visto, alloggio, indennità giornaliera, accessibilità per I DDU con disabilità) per partecipare a un incontro, evento o processo decisionale a livello nazionale, regionale o internazionale che contribuisce a promuovere i diritti umani e la pace.

Con questa Finestra, viene spiegato, Fawzia Koofi si è recata a Ginevra nel giugno 2022  per chiedere al Consiglio per i diritti umani di tenere un dibattito urgente. Tre mesi dopo ha anche ricevuto assistenza di viaggio per informare il Consiglio delle Nazioni Unite a New York sulla situazione in Afghanistan.

Evidentemente l’Onu, gli Stati Uniti, i governi europei e occidentali puntano fortemente su di lei come leader in un futuro Afghanistan normalizzato. Del resto il WPHF ha “un ambizioso obiettivo: sostenere “1000 donne leader in 1000 comunità colpite dalla crisi in tutto il mondo”. E come dice la stessa Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) nell’articolo, è grazie al supporto del WPHF che Fawzia Koofi ha potuto avere il ruolo e l’importanza internazionale che ha….

C’è però un grosso stacco tra i 10.000 dollari regalati ufficialmente a Fawzia Koofi e i 4,5 milioni di euro dati dall’Italia “specificatamente mirati a sostenere le donne afghane”.

Per chi, quali donne, quali progetti sono stati dati? E torniamo così al problema di partenza: come vengono dispensati e controllati i soldi italiani che vengono distribuiti?

Nel sito della Cooperazione italiana non c’è nessuna risposta.

Chi è Fawzia Koofi?

Ma torniamo a Fawzia Kofi. Chi è davvero questa donna che gode di così tanta fiducia delle istituzioni internazionali? Si presenta e viene presentata ovunque come una difensora dei diritti delle donne afghane, ma è stata ed è davvero tale?

Wikipedia riferisce che ha iniziato la sua carriera politica nel 2001, dopo la caduta dei talebani, lavorando con l’UNICEF. Dal 2005 al 15 agosto 2021 è stata membro del Parlamento (Wolesi Jirga) per il distretto di Badakhshan e prima donna Vicepresidente dell’Assemblea nazionale. Nel 2020 ha fatto parte della squadra di 21 membri che avrebbe dovuto rappresentare il governo afghano nei negoziati di pace con i talebani. Di lei dice anche che considera una priorità la difesa dei diritti delle donne e dei bambini, che ha sostenuto in Afghanistan con varie iniziative.

Ma ad approfondire la ricerca si scopre che nel 2015 l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan, RAWA, aveva pubblicato sul suo sito un articolo che l’attacca violentemente svelando su di lei e la sua famiglia una serie di fatti che ce fanno conoscere come un personaggio politico molto noto e rilevante in Afghanistan, ma per gli abusi e la corruzione di cui si è resa responsabile!

L’articolo racconta di come la sua famiglia si sia sempre interessata di politica, pur non avendo mai aderito a un partito o una parte specifica, sempre pronti ad appoggiare i politici al potere in quel momento che potevano agevolarli nei loro affari. Di come Fawzia Koofi e sua sorella abbiano sempre usato il loro potere politico per tirar fuori dai guai i fratelli spesso perseguiti per traffico di droga, stupri ecc. Di come lei stessa abbia sempre approfittato della sua posizione per trattenere per sè o dirottare sui propri affari una buona parte dei finanziamenti occidentali che riusciva ad ottenere in abbondanza per costruire scuole o case per i più bisognosi. Di come si sia spesso nascosta dietro la difesa dei diritti delle donne e dei bambini per dirottare i finanziamenti forniti attraverso le ONG… Il tutto denunciato dagli abitanti della remota regione di cui era rappresentante parlamentare e corredato di foto e documenti.

Questa denuncia era stata a suo tempo ripresa dal Cisda per avvisare con una lettera il Sindaco di Torino Fassino e la sua Giunta, che avevano sovvenzionato attraverso fondi della Cooperazione italiana l’associazione afghana a sostegno dei diritti delle donne SSSPO di cui Fawzia Koofi era referente, dell’inopportunità di questa azione di finanziamento. Ma nessuna risposta ci era stata data.

Anche guardando a tempi più recenti, non dobbiamo dimenticare che Fawzia Koofi negli ultimi anni del governo repubblicano era una parlamentare e vice presidente dell’Assemblea nazionale e quindi è stata responsabile, tanto quanto gli uomini, di aver sostenuto quel governo corrotto e incapace, voluto e sostenuto dagli Usa solo perché disponibile a non opporsi alla sua occupazione del paese, costituito da signori della guerra che spesso dovevano la loro notorietà e potenza non alle capacità politiche ma alle efferatezze compiute. E il ruolo puramente marginale e formale delle donne al suo interno non sminuisce la responsabilità di quelle che si sono prestate ad avallarlo per tornaconto personale o famigliare.

Fawzia Koofi si è anche prestata ad avallare gli accordi degli Usa con i talebani nel 2020 per consentire il loro ritorno al potere, partecipando direttamente alle trattative di Doha e così fornendo una patina di democraticità a una manovra che è ricaduta tutta e pesantissimamente sulle spalle del popolo afghano, mentre i governanti di allora fuggivano dal paese come ha fatto lei.

Quindi il suo attivismo di adesso fa più pensare a una ex leader politica interessata a rinnovare il ruolo perso con l’esilio che a fornire aiuti concreti alle donne e al popolo che soffrono in Afghanistan.

Ma allora perché, nonostante il poco entusiasmante back ground che la caratterizza e che in patria l’ha resa invisa a molte e a molti, ora è ricercata da tutte le istituzioni internazionali e portata ad esempio come rappresentante e portavoce della libertà delle donne afghane, invece di essere messa da parte come tutti gli altri politici afghani, solleciti servitori del governo repubblicano voluto e sostenuto dagli USA ma poi gettati via una volta che gli Usa hanno passato il potere in mano ai talebani?

Perché un personaggio simile – donna spendibile come un successo dell’Occidente, esperta di politica, disposta a tutto e capace di adattarsi agli interessi politici di chi la sostiene e a cavalcare l’obiettivo-simbolo della difesa dei diritti delle donne afghane – fa comodo in questo momento alla politica occidentale sia per tornare a sbandierare la democraticità dell’Occidente messa in crisi dalla lunga fallita guerra in Afghanistan e dalla fuga di Usa e alleati, sia per avere a disposizione donne manovrabili nel momento in cui i talebani dovessero, se non cadere, almeno accettare una qualche forma di apertura al femminile. Così l’opinione pubblica può credere che sia possibile l’apertura ai diritti delle donne anche con i talebani al potere, apertura che giustifichi l’avvio di trattative per l’auspicato reintegro dell’Afghanistan nei giochi economici e geopolitici mondiali pur con i talebani al potere.

Le istituzioni internazionali, con le loro lunghe mani costituite dalle ONG e da tutti gli organismi da loro istituiti e foraggiati, dimostrano così di non avere a cuore i diritti delle donne afghane reali, quelle che vivono in Afghanistan e lottano e resistono quotidianamente contro i talebani e i loro provvedimenti restrittivi, repressivi, fondamentalisti e disumani.

Quello che interessa loro sono le donne che fanno parte della classe che conta, la classe dirigente: preparare e avere a disposizione una classe dirigente che condivida gli interessi economici e politici occidentali, così da avere degli interlocutori che li realizzino.

La ricaduta di queste politiche sulle popolazioni – povertà, fame, schiacciamento dei diritti… – non è affar loro, che se la vedano i loro governanti.

Fotografia: Di Chatham House – Fawzia Koofi MP, Afghanistan, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21425457

Zohra Orchestra – Keeping The Music Alive

Questo video è un estratto, sottotitolato in italiano da CISDA, del film originale pubblicato da CNA INSIDER! nell’ottobre 2022, con i sottotitoli in inglese. La Zohra Orchestra, il primo e unico ensemble musicale tutto femminile dell’Afghanistan, ha avuto una storia di successo globale. Erano un simbolo di libertà. Quando i talebani hanno ripreso il controllo nell’agosto 2021, la vita di queste ragazze è stata sconvolta e questa prima parte del film racconta come è nata l’orchestra, quello che facevano prima del ritorno dei talebani e cosa è successo alla loro ripresa del potere. Per vedere il film originale integrale clicca qui

Mentre la seconda parte, originale e sottotitolata in inglese, è disponibile qui 

Il 2023 in Afghanistan tra diritti violati, disastro umanitario e resistenza. Il bilancio di CISDA

Terremoti, siccità, fame, violazione dei diritti, oblio, ma anche resistenza: questo è stato il 2023 per le afghane e gli afghani sotto il regime talebano.

Con una popolazione stimata di circa 43 milioni, gli afghani che avrebbero avuto bisogno di assistenza umanitaria nel 2023 sono stati circa 23,7 milioni, di cui il 25% rappresentato da donne e il 52% da bambini (Rapporto OCHA, dicembre 2023). Ma gli aiuti di ONG e organizzazioni internazionali hanno potuto raggiungere solo una minima parte della popolazione perché intercettati dai Talebani per sostenere il loro apparato statale.

La condizione di estrema povertà del paese impatta su una situazione sanitaria già molto fragile con l’aumento, fino a rasentare vere e proprie epidemie, dei casi di tubercolosi, morbillo, colera e poliomielite. A causa delle restrizioni e dei diritti violati, sono in aumento i casi di depressione grave e di suicidio, soprattutto tra le ragazze adolescenti. A tutto ciò si aggiunge il fatto che oltre 40 anni di conflitto hanno lasciato un paese tra i più contaminati al mondo da mine e ordigni inesplosi che provocano quotidianamente morti e feriti. Una situazione aggravata dalle norme medievali e misogine che impediscono o limitano fortemente alle donne di lavorare anche nel settore sanitario e vietano loro le cure erogate da dottori maschi.

Prosegue l’attacco ai diritti civili, in particolare quelli delle donne e nell’aprile 2023 i Talebani hanno aggiunto un altro tassello al mosaico delle nefandezze compiute contro le donne vietando alle afghane, alle quali è già precluso l’accesso all’istruzione e alla maggior parte delle attività, di lavorare per le Nazioni Unite e i relativi fondi, programmi e agenzie.

Un altro fronte sul quale i Talebani stanno mostrando tutti i loro limiti è la tanto decantata sicurezza: il 2023 è stato inaugurato da un attentato all’aeroporto di Kabul al quale ne sono seguiti numerosi altri firmati dall’ISIS-K, gruppo terroristico radicato nella regione del Khorasan.

L’Afghanistan, inoltre, si estende su un territorio estremamente vulnerabile che obbliga la sua popolazione a misurarsi con una delle più gravi siccità mai affrontate finora e con i continui terremoti: tra il 7 e il 15 ottobre 2023 tre forti terremoti di magnitudo 6.3 hanno squassato l’Afghanistan. L’epicentro è stato localizzato a 30 km a nord-est del distretto di Zinda Jan, nella provincia di Herat che conta poco meno di due milioni di abitanti. I terremoti hanno impattato circa 275.000 persone, in distretti dove il 23% della popolazione è composto da bambini di età inferiore ai 5 anni; anche se avere dati affidabili non è facile, si stima che il sisma abbia provocato la morte di circa 1.500 afghani e il ferimento di oltre 2.100 persone. Gravissimo l’impatto sulle infrastrutture con centinaia di abitazioni distrutte, danni a una rete idrica già fortemente compromessa e a circa 40 strutture sanitarie. L’intervento dei Talebani a sostegno della popolazione è stato tardivo o inesistente e la popolazione è stata abbandonata in balia di se stessa.

Nello stesso giorno in cui la terra afghana tremava, un altro terremoto si è abbattuto sulla popolazione: il Pakistan annuncia che, entro il 31 ottobre 2023, tutti gli stranieri irregolari, privi di documenti certificati dalle autorità, dovranno lasciare il paese. Anche se l’annuncio riguarda tutti i cittadini stranieri, la misura colpisce principalmente gli afghani, circa 1 milione e 700mila rifugiati che, spesso, vivono in Pakistan da decenni o vi sono addirittura nati. Un numero alimentato anche dagli oltre 700mila che sarebbero arrivati nel paese dopo il ritorno al potere dei talebani. A partire da novembre le autorità pakistane stanno rimpatriando con la forza i rifugiati che giungono in un paese dove, quarant’anni di conflitti e i ricorrenti disastri naturali, hanno già provocato molteplici ondate di sfollamenti forzati interni. L’OCHA stima che 6,3 milioni di individui (circa 1 afghano su 7) stiano vivendo uno sfollamento a lungo termine. Si prevede che l’aumento dei rimpatri continuerà, con proiezioni che indicano che oltre 1,46 milioni di afghani provenienti da Pakistan e Iran torneranno nel 2024.

Intanto l’Afghanistan è uscito dal radar dell’attenzione della comunità internazionale rientrandovi solo per qualche flash in occasione di disastri naturali, come il terremoto di ottobre, o per il tentativo di “normalizzare” i rapporti con i Talebani: il 29 dicembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato quasi all’unanimità una delibera che darà l’avvio a un nuovo corso nei rapporti del mondo con l’Afghanistan dei Talebani il cui obiettivo è “un Afghanistan in pace con se stesso e con i suoi vicini, pienamente reintegrato nella comunità internazionale e che onori i suoi obblighi internazionali”. Un provvedimento che cambia la strategia finora adottata dall’ONU e confermata nella Conferenza di Doha dello scorso maggio che stabiliva di non trattare direttamente con i Talebani finché non avessero riconosciuto i diritti alle donne.

Ma le donne afghane sono forti e resistono

Nonostante una repressione che, nei confronti delle donne, raggiunge il suo apice, le afghane non si arrendono e anche questo 2023 è stato un anno di lotta e resistenza.

Qualsiasi tipo di esposizione delle donne è molto pericolosa con il rischio di arresti ed esecuzioni sommarie, ma le afghane hanno sfidato le forze di sicurezza talebane: il 29 aprile, a Kabul, si è svolta una manifestazione spontanea di un gruppo di donne che ha chiesto alla comunità internazionale, in vista dell’incontro internazionale sull’Afghanistan convocato dalle Nazioni Unite a Doha, di non riconoscere il governo dei Talebani; altre donne hanno lanciato i loro slogano contro i Talebani il 15 agosto, nella ricorrenza dei due anni dalla ripresa del potere degli integralisti religiosi.

Una sfida e una resistenza che si concretizza nel supporto alla popolazione e nel sostegno alle donne.

Le attiviste di Rawa, che non hanno mai lasciato l’Afghanistan e vivono in clandestinità, hanno portato soccorso più volte ai villaggi nei territori più lontani e abbandonati dai soccorsi medici e dagli aiuti; nel gelido inverno afghano Rawa ha distribuito decine di pacchi di cibo a famiglie ridotte in stato di estrema povertà.

Al sostegno economico e sanitario, si affianca l’impegno in programmi educativi rivolti alle ragazze e alle donne. Corsi segreti, che si svolgono in condizioni di grande difficoltà e riguardano alfabetizzazione per donne anziane, lezioni di scienze per le ragazze che non possono frequentare la scuola, corsi di lingua inglese per tutte le età, corsi di rinforzo per i bambini che frequentano ancora la scuola, ma hanno bisogno di un’istruzione migliore a causa dell’atteggiamento misogino dei Talebani e del sistema educativo di bassa qualità.

Anche altre associazioni attive in Afghanistan, come Hawca e Opawc, sono intervenute sollecitamente e hanno messo in atto diversi interventi per andare in aiuto alla popolazione affamata e in difficoltà. Il team sanitario mobile di Hamoon, per esempio, ha visitato nello scorso dicembre la provincia di Kunar curando pazienti di tre diversi villaggi.

Come Cisda sostiene le donne afghane

Cisda, che opera in Italia per sostenere economicamente e politicamente le donne e il popolo afghano, supporta da anni queste associazioni sul piano economico e su quello politico.

Ecco i progetti che il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane ha finanziato nel 2023:

  • Educational Center for Women: Scuola per ragazze dalla 6° alla 12° classe. Il progetto prevede l’organizzazione di corsi per ragazze dai 13 ai 18 anni, sospesi dai Talebani. I corsi continuano a essere svolti in clandestinità.
  • Sartoria: Corso di taglio e cucito con relativi strumenti (macchine per cucire, stoffe etc.). Il corso è iniziato nella città di Kabul, poi esteso ad altre 4 province. Acquisto di 80 macchine per cucire e relativo materiale come stoffe e filo che al termine del corso verranno lasciate alle donne per il sostentamento delle famiglie.
  • Piccolo shelter per 4 donne. Apertura di una casa protetta per accogliere 4 casi particolarmente difficili fornendo protezione, supporto psicologico ed economico alle donne e relativi figli piccoli. Si prevede anche acquisto di macchine per cucire per rendere le donne attive e indipendenti economicamente.
  • Vite Preziose. Sostegno a distanza per donne vittime di violenza. Alcune di loro erano ospitate nelle case rifugio (shelter) oggi abbandonate e hanno bisogno di aiuto per vivere e proteggersi. Altre devono continuare il loro percorso di riscatto in condizioni ancora più difficili.
  • Mobile Health Unit. Team sanitario mobile di supporto medico – Ex ospedale Hamoon, ora unità mobile.
  • Educational Center. Scuola privata che prevede l’organizzazione di corsi per ragazze dalla 6° alla 12° classe (13-18 anni). I corsi vengono tenuti in clandestinità. Inizialmente previsto a Kabul, ma poi effettuato a Bamyan.
  • Giallo Fiducia: progetto Zafferano. Progetto in collaborazione con Costa Family Foundation e Insieme si Può di Belluno. Zafferano raccolto da una cooperativa di donne che frequenta anche la scuola.
  • Distribuzione capre alle vedove. Progetto in collaborazione con Costa Family Foundation e Insieme si Può di Belluno.
  • Staffetta femminista. Tante squadre distribuite su più tappe dall’Italia all’Afghanistan a sostegno dei progetti di autonomia di donne e ragazze, con particolare attenzione alle vittime di violenza sessuale e familiare.

Al sostegno economico si affianca quello politico e di comunicazione per dare voce, anche in Italia, alle donne afghane.

Nel corso del 2023 si sono consolidate le attività della Coalizione euro-afghana per la democrazia e la laicità, nata per rispondere all’appello delle forze laiche e democratiche afghane Rawa e Hambastagi per creare una alleanza tra queste e le Associazioni e le Reti Europee che, pur agendo in ambiti specifici, individuino terreni comuni di azione per promuovere una reale democrazia sia in Afghanistan, sia in Italia e in Europa. Nell’ambito di queste attività, il 25 novembre, in occasione delle celebrazioni per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è stata inviata all’attenzione delle istituzioni italiane, europee e internazionali la petizione Stand Up With Afghan Women.

È stato inoltre realizzato il Dossier Afghanistan – I diritti negati delle donne afghane, un documento con il quale Cisda ha voluto ripercorre le tappe principali della storia afghana, cercando di capire chi sono i Talebani di oggi e realizzando approfondimenti tematici per comprendere qual è la situazione attuale del paese. Ma con il quale ha soprattutto voluto dar voce alle donne afghane raccogliendo le loro storie.

Nel 2023 è proseguita la collaborazione con Altreconomia, inaugurata l’anno precedente, attraverso la quale Cisda ha potuto pubblicare costanti aggiornamenti su specifici aspetti della vita in Afghanistan.

Infine, sono stati quasi 100 gli incontri pubblici organizzati da Cisda o nei quali le attiviste di Cisda sono intervenute per diffondere le informazioni sulla situazione afghana, ai quali vanno aggiunte le decine di momenti di confronto realizzati nelle scuole.

Sostieni Cisda per continuare a sostenere le donne afghane.

L’interessato dialogo con i Talebani, l’ultimo tradimento occidentale dell’Afghanistan

Nel tentativo strisciante di portare l’opinione pubblica verso il riconoscimento del governo dei Talebani la nuova parola magica è “engagement”nella versione italiana dell’ambasciatrice per l’Afghanistan Natalia Quintavalle, o “normalizzazione” in quella dell’inviata speciale degli Stati Uniti per i diritti umani e le donne afghane Rina Amiri al Forum di Doha . 

Questa “nuova” definizione serve a nascondere all’opinione pubblica, indignata per il trattamento riservato in Afghanistan alla popolazione e in particolare alle donne, la reale volontà degli Stati Uniti e dei governi occidentali, cioè quella di riprendere con i Talebani quei colloqui che li avevano riportati al governo del Paese nel 2021. Un dialogo poi ufficialmente interrotto perché difficilmente giustificabile, data l’evidenza del persistere del loro fondamentalismo e della gravità dei provvedimenti antidemocratici presi da quel governo, ritornato al potere dopo 20 anni di una guerra che l’Occidente diceva fatta appositamente per eliminarli. 

Quindi ancora non si accetta di “riconoscere” ufficialmente il governo talebano ma si ammette la necessità di dialogare, come atteggiamento pragmatico che riconosce che questo è un dato di fatto e che, se non lo facciamo noi, il dialogo e i contratti economici li faranno solo le altre potenze regionali più o meno grandi. La giustificazione di questo cedimento è nello stato di bisogno immenso in cui si trova la popolazione afghana, ridotta alla fame da quarant’anni di conflitti, da fattori economici e climatici (freddo, carestia, terremoto) e, non ultima, dalla politica dei Talebani stessi. 

Questa strada era stata aperta nella primavera scorsa quando John Sopko, l’Ispettore generale speciale per la ricostruzione afghana (Sigar), aveva affermato pubblicamente e con grande indignazione che gli aiuti umanitari largamente mandati in Afghanistan erano stati per lo più sequestrati dai Talebani per far funzionare il loro apparato statale e mantenere i loro sostenitori, lasciando così alla popolazione sole le briciole. Si erano aggiunti i resoconti dei vari importanti enti internazionali che si occupano di aiuti all’Afghanistan che affermavano delusi che i risultati in termini di miglioramenti per la popolazione erano molto scarsi. 

Si è così cominciata a insinuare l’idea della necessità di un cambiamento di strategia, la necessità di dare un aiuto non solo emergenziale quanto invece un sostegno alla ripresa dell’economia del Paese. Erano quindi iniziate le manovre di avvicinamento, prima dando al turco Feridun Sinirlioğlu, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per gli affari afghani, l’incarico di stendere un rapporto “indipendente” per indicare la strada con cui arrivare alla “piena normalizzazione e integrazione dell’Afghanistan nel sistema internazionale”. Quindi con riunioni internazionali a vari livelli, infine, il 10 e 11 dicembre, con il contatto diretto tra Stati Uniti e Talebani avuto con il Forum di Doha. 

Conferenza che, dopo le raccomandazioni e le lamentele sul mancato riconoscimento del diritto all’istruzione e al lavoro delle ragazze e delle donne, si è concentrata sui veri problemi che interessano ai Talebani e agli Stati convenuti: le modalità di sblocco dei soldi afghani trattenuti dagli Usa e le possibilità di ripresa dell’economia afghana, con conseguenti accordi economici, commerciali, in vista di una “normalizzazione” senza “riconoscimento” che faccia dell’Afghanistan uno dei tanti Paesi al mondo che non rispettano i diritti umani come dovrebbero ma con i quali si fanno affari economici perché “se si ferma l’economia si ferma tutto e anche la popolazione affamata ne risente”. 

Anche l’Italia è perfettamente inserita nella prospettiva di dialogo con i Talebani, come ha spiegato chiaramente l’ambasciatrice Quintavalle in una intervista pubblicata da Avvenire a fine novembre 2023. Ha detto che la sua funzione è proprio quella di fare da ponte tra le ambasciate fuori sede (che, come la nostra, non vogliono mostrare di avere contatti diretti con Kabul), i funzionari delle Ong, gli esuli afghani e i Talebani.

Incontra regolarmente esponenti di Kabul per fare engagement, cioè coinvolgerli nelle cose concrete (intervento umanitario, terrorismo, economia), perché su queste tematiche pratiche è più facile trovare un accordo che non sui discorsi di principio, l’anti-fondamentalismo e la laicità, il rispetto dei diritti umani e delle donne. Problematiche che, una volta enunciate e contestate da entrambe le parti, vengono appunto accantonate per passare a problemi più stringenti, pratici. Su questi i Talebani dialogano volentieri, anzi sono addirittura d’accordo sul concedere l’istruzione alle ragazze, non fosse per quel “cattivo” dell’emiro che, da lontano comanda però su tutto e tutti e non la vuole. Ma forse ce la faranno a mandare le ragazze almeno nelle scuole religiose, dove non si impara niente tranne che la religione (abbiamo visto recentemente che perfino i ragazzi che le hanno frequentate ne sono usciti delusi perché si sono resi conto di non avere niente in mano di spendibile per il loro futuro) ma, insomma, almeno queste ragazze possono uscire di casa, poverine, svagarsi un po’, e forse non si suicideranno più così tanto come ora.

L’ambasciatrice afferma che questo le chiedono le donne e le ragazze rimaste in Afghanistan. Ma appare difficile che da lontano e dalla sua posizione istituzionale abbia contatti diretti con loro e sappia che cosa vogliono. Sono infatti le ex leader politiche uscite dal Paese che vengono invitate ai vari consessi internazionali, e che sicuramente lei avrà spesso incontrato. Pensiamo a Fazia Kofi, Rangina Hamidi, Hoda Khamosh, Mahbouba Seraj, le stesse che hanno partecipato direttamente ai Colloqui di Doha del 2019, che si spendono in ogni occasione per perorare la necessità di dialogare con i Talebani e convincerli a fare un governo più “inclusivo”, cioè un governo che permetta loro di tornare a occupare quelle posizioni di leader, fosse anche di secondo piano, che avevano nel vecchio esecutivo. 

Non è questo, invece, che vogliono e ci chiedono le attiviste che vivono in Afghanistan, che lottano e manifestano in tutti i modi la loro opposizione al regime dei Talebani e alla sua normalizzazione. Perché non c’è niente in quell’ideologia e in quella pratica di governo che possa essere considerato accettabile anche solo in minima parte o tradursi in leggi che consentano la vita e i diritti delle donne e della popolazione afghana. 

Farzana, Farah

Farzana ha 28 anni ed è nata in un villaggio della provincia di Farah (una delle più pericolose, con combattimenti continui). Apparteneva alla classe media, una grande famiglia con sei sorelle e tre fratelli.

Come altre ragazze del villaggio, sposa, senza il suo consenso, a 18 anni un uomo di 30. Nonostante lei non lo volesse sposare, con quest’uomo ha una vita felice e due figli. Farzana ricorda con gioia quei tempi con il marito che era un essere umano buono e gentile. Purtroppo non aveva lavoro ed deve emigrare in Iran per qualche tempo. Questa decisone non porta nessun guadagno alla famiglia e, alla fine, il marito si unisce ai talebani, l’unico modo per far sopravvivere la famiglia. Resta due anni con loro, combattendo in infinite battaglie ma la situazione si deteriora e diventa troppo pericolosa. Così il marito scappa dalle milizie talebane. Non sa fare altro che combattere e si arruola nell’esercito, pensando di essere meno esposto. Non è così e, durante un combattimento, dopo solo qualche mese dal suo arrivo, viene ucciso. I nuovi arrivati sono sempre mandati in prima linea.

Farzana inizia la sua vita di vedova con i parenti di lui e i suoi due figli. Si occupa di tutto in casa per la famiglia che conta 12 membri. I parenti del marito la insultano, la minacciano, la picchiano, ma lei sopporta la violenza per proteggere i suoi figli.

‘ Ogni tanto- dice Farzana- pensavo di scappare e rifugiarmi a casa dei miei genitori ma non potevo lasciare in quella famiglia i miei figli. Non sarebbero sopravvissuti senza di me. Il mio bambino più grande mi ha sempre aiutata nelle faccende domestiche e nel lavoro che dovevo fare, mi era molto vicino e avevo paura di lasciarlo lì. Ho due suocere. La peggiore è la seconda moglie del padre di mio marito. E’ lei che mi minaccia e mi insulta, è lai la fonte di tutti i problemi.’

Dopo sei anni di vedovanza, Farzana si rassegna e sposa il cognato, come prescrive la tradizione. Da lui ha un figlio che ora ha due anni. Ora vive in una stanza separata con il marito, ma tutta la casa è composta di due stanze in un grande cortile, più la cucina e il bagno comuni. Con il marito va abbastanza bene, è contenta, ma la famiglia continua a insultarla e minacciarla e le rende la vita difficile. La perseguitano e la umiliano. Per le credenze tradizionali, quando un uomo muore, la colpa della disgrazia ricade sulla moglie che viene additata come una persona cattiva che porta sfortuna e sciagura alla famiglia. Una sorta di strega. Per questo sono così feroci con lei.

‘I miei due figli più grandi sono tutto quello che ho nel mondo e loro, i parenti di mio marito , li istigano contro di me. Cercano di tagliare il legame d’amore che c’è tra madre e figli. Dicono loro continuamente che sono una donna cattiva. Nonostante mio marito sia una brava persona, subisce l’influenza dei suoi parenti e ha cominciato a insultarmi e a picchiarmi anche lui. A volte dice che sposerà un’altra donna perché io sono una vedova, insomma qualcuno che non vale niente e porta anche male.

Mio marito non ha una buona situazione finanziaria. Ha uno stipendio che a stento ci permette di arrivare alla fine del mese. I problemi nella vita stanno continuando ad aumentare. Ho paura per i miei figli, voglio che siano istruiti e ricevano un’educazione. Anch’io vorrei tanto studiare, ma è impossibile in questa casa. Sono sicura che se resteremo tutti a vivere qui, con la famiglia di mio marito, i miei figli lavoreranno per loro come schiavi e saranno analfabeti come me e mio marito.’

Aggiornamenti

Farzana crede fermamente che, se avesse i mezzi di sussistenza, sarebbe in grado di portare i suoi figli lontano da questa famiglia e dalla sua pessima influenza, e di mandarli ogni giorno a scuola. Potrebbe dargli tutto l’amore e le cure di cui hanno bisogno e che non hanno potuto avere.

Le serve un aiuto per fare questo passo. Allontanarsi da questa famiglia, trovare un lavoro e mandare a scuola i suoi figli e magari poter anche lei studiare.

Aggiornamento gennaio 2023

Farzana è molto felice con il marito e i figli. Adesso vive da sola con la sua famiglia e si è salvata dalla violenza della suocera che le rendeva la vita impossibile. Si considera molto fortunata ad avere uno sponsor. Ci racconta: “Mio marito lavora nei campi di grano ed è molto difficile coltivarlo perché non abbiamo mezzi agricoli idonei. Mio figlio lo aiuta molto. Con il denaro che ho ricevuto dalla sponsor ho comprato vestiti caldi per i miei bambini e della legna per scaldarci. Anche mio marito ha bisogno di vestiti caldi perché comincia a lavorare la mattina presto quando fa molto freddo. Così ho comprato due set di vestiti anche per lui. Io sono molto occupata con la casa e i bambini. Cerco di far vivere i miei figli e mio marito in una spazio sicuro e sano. Voglio insegnare ai miei figli che noi possiamo vivere con sincerità e amore. Anche se io vivo una vita semplice e povera, sono felice. Sono sicura che un giorno i miei figli potranno studiare e tutti i nostri problemi saranno risolti.” Manda alla sua sponsor saluti e amore.

Aggiornamento gennaio 2024

Farzana dice di sentirsi emotivamente esausta. Dice: “Io e mio marito stiamo facendo del nostro meglio, ma la siccità e l’impennata dei prezzi dei fertilizzanti hanno causato una significativa diminuzione dei raccolti, portando a perdite ancora maggiori. E d’altra parte, la pressione dei talebani per impadronirsi delle nostre terre è implacabile. Non ascoltano quando spieghiamo che non abbiamo guadagnato nulla, ci minacciano e ci mandano via se non gli diamo la loro parte. Queste pressioni hanno messo a dura prova i nervi di mio marito, che è diventato estremamente aggressivo. L’atmosfera della nostra casa, già pesante per la povertà, è diventata ancora più difficile e tesa. Mio marito, un tempo di buon cuore, non sopporta più il rumore e la giocosità dei nostri figli. Li rimprovera costantemente e ricorre persino a punizioni corporali. I miei figli sono diventati estremamente introversi. Penso sempre che ora, oltre al cibo, manchi loro anche l’amore. Mi frustra profondamente il fatto di non poter fornire loro quello che gli serve per i loro primari bisogni. Sono profondamente rattristata dalle strane leggi che i talebani hanno imposto alle donne, impedendomi di lavorare e risolvere i problemi nella vita dei miei figli. Prego con fervore dal profondo del mio cuore perché questo popolo selvaggio scompaia al più presto dalla nostra patria, in modo che tutti possano tirare un sospiro di sollievo. Qualche settimana fa, quando la mia bambina si è ammalata e si è indebolita, eravamo tutti devastati. Purtroppo non potevo permettermi di portarla dal dottore. Dopo che sono passati alcuni giorni e le sue condizioni sono peggiorate, ho preso in prestito una piccola somma di denaro e l’ho portata dal dottore. Dopo l’esame, il medico ha detto che mia figlia soffriva di una grave anemia e che se non fosse stata trattata, le sue condizioni sarebbero peggiorate ulteriormente. Ha sottolineato la necessità di una corretta alimentazione e di cibi nutrienti. Con il cuore pesante, mi sono resa conto che quando sono tornata a casa e ho affrontato mio marito, anche lui era angosciato, ma la sua frustrazione si è trasformata in brutti commenti sul dottore e se l’è presa con me. Tuttavia, sento che la mia unica fonte di felicità e fortuna è avere uno sponsor buono e compassionevole che è sempre venuto in mio aiuto nei momenti difficili e mi ha aiutato. Anche questa volta, è arrivato il suo sostegno e sono riuscita a curare mia figlia e a farla mangiare meglio”.

 

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Una storia del progetto Vite preziose.

La fotografia è di solo carattere grafico e non rappresenta la donna protagonista della storia. Data la attuale situazione in Afghanistan, per evitare l’identificazione delle donne i nomi sono stati modificati, così come i luoghi dove si svolgono i fatti.

 

 

 

 

 

Benhaz e Sara

Ho 22 anni e vengo da Ghor, nella parte occidentale del paese, vicino ad Herat. All’inizio sono stata fortunata, più di tante altre. Mi sono sposata a 16 anni, lui ne aveva 20. Un uomo gentile, premuroso, ci volevamo molto bene. Non so come sia possibile che sia nato in una famiglia come quella. Siamo andati a vivere con loro. Mio marito mi ha sempre protetta, litigava spesso, soprattutto col fratello. Un anno fa, mio marito è morto.
Mi ha lasciata sola con le mie due bambine, adesso hanno 2 e 4 anni. Anzi, magari fossimo sole, noi tre. Essere vedova qui non è facile. Non ho soldi, non ho lavoro, non sono in grado di mantenerci. Una donna qui non è niente. Ci vuole un mahram, un uomo che si occupi di lei. La famiglia di mio marito ha deciso per me: devo sposare mio cognato che ha già due mogli e molti figli. Secondo la tradizione.
Così tutto sarebbe a posto. Non per me però. Io non voglio. Non mi piace, è un uomo violento, so bene come si comporta con le mogli. Così sono andata da mio padre. Ma lui non è disposto a prenderci con sé. Non riesce nemmeno a far mangiare gli altri figli, non può accollarsi anche noi. Mi ha rimandata a casa dei suoceri, devo fare come vogliono loro , è l’unica soluzione per vivere, dice. Ma qui, ogni volta che rifiuto di sposarlo, mio cognato mi picchia. Potrei essere libera, certo, scappare, andarmene. Ma dovrei dire addio alle mie figlie. Se non le posso mantenere o se mi sposo con qualcun altro devo rinunciare a loro.
Ecco, è questo il ricatto. Essere madre ti rende fragile. Quando non ce la faccio più torno da mio padre e lui mi rimanda indietro. E tutto ricomincia. Ogni tanto sto male, mi agito molto e perdo i sensi. Questa situazione non può durare ancora per molto. Sono giovane e vorrei tanto una vita tranquilla, crescere le bambine e mandarle a scuola… sì lo vorrei proprio.

Aggiornamenti

Il ricatto è chiaro: o Benhaz sposerà un cognato o perderà le figlie, non potrà vederle mai più. Il sostegno di Annalisa le permette di fare un passo importante. Finalmente il padre, ora che può mantenersi, le permette di abitare con lui insieme con le figlie. La famiglia del marito non demorde e Benhaz cerca disperatamente un lavoro.
Se dimostrerà di poterle mantenere forse la Corte le darà il permesso di tenerle con sé.
Può solo fare la cuoca o la donna di servizio, non ha istruzione, ma il padre non vuole e anche questo è un ostacolo. Non si lascia scoraggiare e può curare la sua depressione. Ora le figlie abitano con lei ma la vita a casa dei suoi genitori non è facile. Non le perdonano la sua scelta di lasciare la casa del marito. Riesce a mandare a scuola le figlie.
Questo è un grande successo. Sara, la maggiore, è molto brava e decisa a costruirsi una vita migliore. Così le abbiamo trovato uno sponsor, Enrico, che la sostiene nel suo percorso scolastico e le permette di integrare la scarsa qualità dell’istruzione con altri corsi. Benhaz è molto fiera di lei e della sorella, il loro entusiasmo per lo studio e per la vita l’aiuta a combattere i suoi problemi psicologici e a credere nel futuro.

Aggiornamento gennaio 2023

Benhaz

Benhaz manda tutto il suo amore al suo sponsor. Dice che il suo sponsor è la sua migliore amica, un’amica che è nella sua vita e che le sta accanto in ogni momento difficile. È orgogliosa della amica e spera che rimanga con lei. Ecco cosa dice:

“Mia figlia (v. Sara) è molto impegnata a studiare anche se non abbiamo nessuna speranza che le scuole possano riaprire nel prossimo futuro. Recentemente avevo deciso di mandarla a un corso di parrucchiera per poter lavorare in un salone, un mestiere che aveva delle possibilità per le ragazze, ma, sfortunatamente anche i parrucchieri sono spariti sotto le grinfie dei talebani. Prego cinque volte al giorno per il collasso del regime dei talebani. Spero che possa arrivare un buon regime che riapra al più presto le scuole per le ragazze.”

Chiede di accompagnare ancora la sua vita perché ha molto bisogno di aiuto.

Sara

Sara ringrazia tanto chi la sta sostenendo da lontano e gli manda tutto il suo affetto, non dimentica mai di pregare perché la sua vita sia felice. Dice Sara: “I talebani non potranno mai sbarrare completamente le porte all’educazione delle donne. Quando loro chiudono una porta, noi troviamo una nuova strada e continuiamo a studiare e imparare nuove cose per renderci sempre più forti e capaci e per resistere, con fermezza e con le nostre armi, all’oscurità. Oltre allo studio per potenziare le mie capacità seguo un corso di sartoria e uno di inglese. So bene che stiamo vivendo una situazione terribile e insopportabile per ogni donna ma noi facciamo del nostro meglio per andare avanti e non farci schiacciare.” Chiede di non dimenticarla e di continuate ad aiutarla come ha sempre fatto, perché per lei è indispensabile.

Aggiornamento gennaio 2024

Behnaz dice: “Io, come migliaia di altre madri afgane, assisto alla morte dei sogni delle mie figlie. Non hanno futuro, e temo che se ne stiano con le mani in mano a casa. Le mando a imparare la sartoria da uno dei nostri vicini, ma ogni giorno si scoraggiano di più. Una delle mie figlie, che aveva una grande passione per diventare avvocato, ora soffre di ansia ed emicrania a causa dell’angoscia. Anche io e la mia famiglia siamo angosciati, ma purtroppo non possiamo fare molto. Qualche tempo fa, l’ho portata in una clinica che forniva consulenza e servizi psicologici gratuiti. Tuttavia, quando ci siamo recati lì, i talebani l’avevano chiusa. I medici e i farmaci sono molto costosi e mi rattrista il fatto di non poter sempre portare mia figlia dal medico. I medici mi consigliano di cercare di renderla felice, ma la povertà e l’angoscia per aver dovuto abbandonare gli studi ci impediscono di essere felici. Questa volta, con l’aiuto della mia gentile sponsor, sono riuscita a procurarmi dei vestiti e delle medicine, e sono infinitamente grata alla mia generosa sponsor per aver aiutato me e i miei figli”.

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Una storia del progetto Vite preziose.

La fotografia è di solo carattere grafico e non rappresenta la donna protagonista della storia. Data la attuale situazione in Afghanistan, per evitare l’identificazione delle donne i nomi sono stati modificati, così come i luoghi dove si svolgono i fatti.