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Autore: Patrizia Fabbri

Il sistema di divieti che cancella le donne

Negli ultimi anni in Afghanistan si è assistito all’imposizione progressiva di un sistema di restrizioni estremamente severe che colpiscono l’intera popolazione, ma che sono rivolte in modo particolare a regolamentare ogni aspetto della vita delle donne.

A prima vista, molti di questi divieti possono apparire casuali, incoerenti, grotteschi, più frutto della demenza che della costruzione di un sistema giuridico organico. In realtà, delineano con chiarezza l’idea che i Talebani hanno della donna: un corpo-oggetto da sottrarre allo sguardo pubblico, da isolare e tenere lontano dalla vita sociale perché ritenuto peccaminoso e “impuro”. Un dispositivo ridotto a funzione biologica, contenitore della vita e strumento per la riproduzione e la crescita della prole. Un serbatoio di carne, forza ed energia da utilizzare a discrezione degli uomini, gli unici ai quali viene riconosciuto il diritto a una vita pienamente umana, seppur regolata da una lettura rigida e arcaica della Sharia e da un sistema interno di caste imposto dal codice talebano.

Il 2 aprile 2026, le Nazioni Unite hanno pubblicato un’approfondita revisione giuridica, elaborata congiuntamente dall’Office of the High Commissione for Human Rights e da UN Women. Il documento, basato sulla Convention on the Eliminazioni of All Forms of Discriminativo Against Women, analizza le misure introdotte dalle autorità de facto afghane e il loro impatto su donne e ragazze.

L’analisi esamina sedici tra i principali provvedimenti adottati dal 2021: dal divieto di istruzione secondaria e universitaria per le ragazze all’esclusione dal lavoro, dall’obbligo di mahram per gli spostamenti alle limitazioni alla libertà di movimento, dal codice di abbigliamento obbligatorio alle restrizioni nell’accesso alla sanità. A queste si aggiungono il divieto o la forte limitazione della partecipazione politica, la chiusura di spazi pubblici, le restrizioni ai media e alla libertà di espressione femminile, le discriminazioni nell’accesso alla giustizia, l’impunità per le violenze di genere, i limiti all’attività delle ONG con personale femminile, l’esclusione dalla formazione professionale, il controllo sulla vita privata e familiare, le restrizioni economiche e, più in generale, un sistema strutturato di segregazione di genere.

Secondo il rapporto, l’insieme di queste misure configura una forma di discriminazione sistemica e istituzionalizzata, in violazione diffusa degli obblighi internazionali assunti dall’Afghanistan con la CEDAW.

La revisione è pensata come uno strumento operativo per governi e attori internazionali, chiamati a valutare la conformità del Paese al diritto internazionale e a monitorare eventuali evoluzioni future, anche alla luce del dialogo diplomatico in corso con i talebani.

Auspichiamo che questo documento sia sufficiente a frenare le crescenti tentazioni al riconoscimento del governo talebano e a spingere Stati e istituzioni internazionali ad assumere una posizione più netta contro quello che viene sempre più spesso definito un sistema di apartheid di genere.

Perché mentre si moltiplicano i segnali di apertura diplomatica e le pressioni verso una normalizzazione dei rapporti con i talebani, il rischio è che questo sistema venga progressivamente accettato, se non legittimato. Che la cancellazione delle donne dallo spazio pubblico diventi un fatto compiuto, assorbito nella realpolitik internazionale.

Quello che segue è un elenco, parziale e non esaustivo, delle restrizioni finora imposte, redatto con il contributo di un gruppo di rifugiati e rifugiate afghani in Italia da qualche anno.

ANNO 2021

  1. Completo divieto per le donne di lavorare fuori di casa, il che vale anche per insegnanti, ingegneri e la maggior parte dei professionisti. Solo alcune donne medico e infermiere hanno il permesso di lavorare in alcuni ospedali a Kabul.
  2. 2. Completo divieto per le donne di attività fuori della casa se non accompagnate da un mahram (parente stretto come un padre, un fratello o un marito).
  3. Divieto per le donne di trattare con negozianti maschi.
  4. Divieto per le donne di essere trattate da dottori maschi.
  5. Divieto per le donne di studiare in scuole, università o altre istituzioni educative (i Talebani hanno convertito le scuole per ragazze in scuole coraniche).
  6. Obbligo per le donne di indossare un lungo velo (Burqa) che le copre da capo a piedi.
  7. Sono previsti frustate, botte e violenza verbale per le donne non vestite secondo le regole Talebane o per le donne non accompagnate da un mahram.
  8. Frustate in pubblico per le donne che non hanno le caviglie coperte.
  9. Lapidazione pubblica per le donne accusate di avere relazioni sessuali al di fuori del matrimonio.
  10. Divieto di uso di cosmetici (a molte donne con unghie dipinte sono state tagliate le dita) e divieto per le donne di recarsi dal parrucchiere.
  11. Divieto per le donne di parlare o di dare la mano a uomini non mahram.
  12. Divieto per le donne di ridere ad alta voce (nessun straniero dovrebbe sentire la voce di una donna).
  13. Divieto per le donne di portare tacchi alti perché produce suono quando camminano (un uomo non deve sentire i passi di una donna) e divieto di indossare abiti attillati e colorati.
  14. Divieto per le donne di andare in taxi senza un mahram.
  15. Divieto per le donne di essere presenti in radio, televisione, o incontri pubblici di qualsiasi tipo.
  16. Divieto per le donne di praticare sport o di entrare in un centro sportivo o in un club.
  17. Divieto per le donne di andare in bicicletta o motocicletta anche se con il mahram.
  18. Divieto per le donne di indossare vestiti con colori vivaci. Perché ritenuti “sessualmente attraenti
  19. Divieto per le donne di incontrarsi in occasioni di festa o per scopi ricreativi
  20. Divieto per le donne di lavare i vestiti vicino a corsi d’acqua o in luoghi pubblici
  21. Modificazione di tutti i nomi di luogo incluso la parola “donna” (per esempio, i ‘giardini per donne’ sono stati chiamati “giardini di primavera).
  22. Divieto per le donne di apparire sui balconi dei loro appartamenti o case.
  23. Pittura obbligatoria di tutte le finestre cosicché le donne non possano essere viste da fuori delle loro case.
  24. Divieto per i sarti maschili di prendere misure per le donne o cucire vestiti femminili.
  25. Divieto dei bagni pubblici femminili
  26. Divieto per uomini e donne di viaggiare sugli stessi bus. I bus pubblici sono ora stati separati in “solo per uomini” o “solo per donne”.
  27. Divieto di pantaloni larghi anche sotto un burqa.
  28. Divieto per le donne di fotografare o filmare.
  29. Divieto di fare foto di donne per giornali e libri o di appenderle sulle pareti delle case e dei negozi.

A parte queste restrizioni sulle donne, i Talebani hanno vietato a tutta la popolazione:

  1. di ascoltare musica sia agli uomini che alle donne
  2. di guardare film, televisione e video
  3. di celebrare il Capodanno (Nowruz) il 21 marzo, in quanto non è una festa islamica
  4. di celebrare la Giornata del Lavoro (1° maggio) perché è considerata una festa “comunista”
  5. hanno ordinato che tutti i nomi non islamici siano cambiati in nomi islamici
  6. hanno obbligato i giovani afghani a tagliarsi i capelli
  7. hanno ordinato a tutti di scegliere nomi islamici se i loro nomi non sono islamici
  8. hanno ordinato che gli uomini indossino vestiti islamici come il cappello
  9. hanno ordinato che gli uomini non si radino o non ornino le loro barbe che invece devono crescere lunghe per uscire con un nodo sotto il mento
  10. qualsiasi forma di gioco o intrattenimento è proibito
  11. hanno ordinato che tutti seguano le preghiere nelle moschee cinque volte al giorno
  12. di tenere piccioni e di giocare con uccelli considerandolo non islamico; chi viola queste norme sarà imprigionato e gli uccelli uccisi
  13. di far volare gli aquiloni perché sono considerati non islamici
  14. hanno ordinato a tutti gli spettatori che incoraggiano gli sportivi di cantare ‘allah-o-akbar'(Dio è grande) e di non applaudire
  15. chiunque sia trovato avere libri proibiti sarà punito con la morte
  16. chiunque si converta dall’Islam a un’altra religione sarà punito con la morte
  17. tutti gli studenti devono portare il turbante (“Niente turbante, niente formazione”)
  18. le minoranze non musulmane devono portare un contrassegno distintivo o cucire un pezzo di tessuto giallo sui vestiti per differenziarsi dalla maggior parte della popolazione che è musulmana.

ANNO 2022

  1. Imposizione dell’Hijab: Arresto e detenzione temporanea per le donne che non lo indossano
  2. Obbligo per tutte le donne di coprirsi il volto nei luoghi pubblici e in caso di violazione dell’ordine sarà punito il tutore maschile della donna. I membri della Polizia religiosa possono fermare le donne per strada e possono costringere le donne a comprare un hijab nel mercato più vicino e tornare a casa
  3. Divieto di guida
  4. Divieto di frequentare luoghi pubblici
  5. Divieto di interazione tra studentesse e personale maschile nelle scuole
  6. Divieto di partecipazione delle ragazze a corsi di formazione linguistica
  7. Divieto di scegliere le seguenti Facoltà universitarie: Agricoltura, Medicina, Veterinaria, Ingegneria civile, Ingegneria mineraria, Economia, Informatica
  8. Divieto totale di Istruzione universitaria
  9. Messa al bando del diritto al lavoro
  10. Divieto di lavorare nelle ONG

ANNO 2023

  1. Divieto di festeggiare la festa di San Valentino con chiusura obbligatoria di negozi e ristoranti
  2. Rimozione delle immagini femminili dai luoghi pubblici
  3. Rimozione dei manichini femminili dai negozi; nella provincia di Herat hanno costretto i negozianti a decapitare i manichini
  4. Divieto di pubblicare immagini di esseri viventi; nell’Islam è vietato stampare immagini di uomini e animali.
  5. Restrizione nella fornitura di servizi governativi. Gli uffici governativi hanno il diritto di fornire servizi alle donne con hijab e mahram solo due volte alla settimana, mentre negli altri giorni alle donne è vietato entrare in qualsiasi ufficio governativo.

ANNO 2024

  1. Chiusi gli istituti di scienze della salute: è vieto alle donne di studiare come ostetriche e infermiere
  2. Vietato alle donne di far sentire la propria voce, anche in presenza di altre donne
  3. Vietato alle donne recitare il Corano o fare preghiere ad alta voce
  4. Installazione di tende nere sui mezzi di trasporto pubblici come autobus e taxi
  5. Obbligo di consegnare con la forza i telefoni cellulari di donne e ragazze per strada, controllandone il contenuto senza alcun rispetto per i loro diritti e la loro dignità umana e rompendoli
  6. Maltrattamenti e percosse nei confronti di chi usa la bandiera afghana; obbligo ad esporre la bandiera dell’Emirato
  7. Poligamia praticata dai talebani senza il consenso della famiglia, ma con la forza e le percosse
  8. Matrimoni forzati di ragazze minorenni e stupri subiti
  9. Umiliazione e oppressione di genere
  10. Modifica dei programmi scolastici con materie giuridiche e religiose
  11. Violenza e molestie online tramite numeri anonimi
  12. Povertà, problemi economici e mancanza di lavoro per le donne occupate e istruite

ANNO 2025

  1. Divieto di accesso ad internet in alcune province
  2. Rimozione di libri scritti da donna nelle università
  3. Eliminazione di 18 corsi su democrazia, diritti umani e studi sulle donne
  4. Vietato il gioco degli scacchi
  5. Divieto di “esporsi” visivamente: il decreto impone che alcuni spazi delle case non siano visibili dall’esterno, per cui bisogna murare le finestre.

ANNO 2026

Nuovo Codice penale – Legalizzazione della violenza contro le donne

  1. È consentito agli uomini picchiare le proprie mogli, purché non provochino fratture ossee o ferite gravi.
  2. Abolizione dell’uguaglianza tra uomo e donna per legge. Secondo il decreto ufficiale (Decree No.12), l’uguaglianza tra uomo e donna è stata completamente eliminata e l’uomo ha piena autorità sulla donna.
  3. Criminalizzazione della vita privata delle donne. Una donna è considerata colpevole se esce di casa senza il permesso del marito oppure non rientra a casa. L’articolo 34 Punisce le donne che lasciano la casa senza il permesso del marito per andare dalla propria famiglia, condannato lei e i propri familiari fino a 3 mesi di reclusione, togliendo anche l’ultima via di rifugio per le donne, che non hanno altra scelta se non subire in maniera passiva quello che le accade.
  4. Le donne in Afghanistan sono meno tutelate degli animali. L’articolo 70 del nuovo codice di procedura penale dei talebani stabilisce, infatti che chi organizza combattimenti tra animali può essere condannato a 5 mesi di carcere. Questa pena è ben superiore a quella per la violenza sulle donne, a dimostrazione che in questo paese il benessere degli animali è più tutelato di quello delle donne, trasmettendo il messaggio che esse sono esseri inferiori e meritano di essere punite.
  5. Restrizioni sui diritti riproduttivi. Limitazione o divieto dei metodi contraccettivi e pressioni su farmacie e ostetriche per interrompere questi servizi.
  6. Restrizioni sanitarie. Le donne non hanno il diritto di utilizzare l’ambulanza senza un mahram (tutore maschile).
  7. Una delle restrizioni generali, applicata soprattutto con gli studenti, è la pressione a seguire una religione specifica; ciò significa che le minoranze religiose vengono costrette ad abbandonare la propria fede.

Talebani: le sanzioni bastano?

Il 10 marzo il Comitato per le sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha aggiornato l’elenco dei membri e dei funzionari di alto livello dei talebani soggetti a misure restrittive, in base alla Risoluzione 1988 del 2011. Tale risoluzione istituisce un regime sanzionatorio specifico contro i talebani e individui o gruppi associati, che comprende il congelamento dei beni, il divieto di viaggio e l’embargo sulle armi. Il Comitato ha inoltre deciso di prorogare di un anno il mandato dell’organo incaricato di monitorare l’attuazione delle sanzioni.

Un governo quasi interamente sanzionato

L’elenco aggiornato comprende 22 funzionari talebani, tra cui 14 membri dell’esecutivo, inclusi il primo ministro Mohammad Hassan Akhund e diversi ministri chiave responsabili degli interni, degli affari esteri, dell’economia, della difesa, dei trasporti, dell’istruzione e degli affari religiosi. Accanto ai vertici governativi figurano anche figure strategiche come il capo dell’intelligence e altri responsabili amministrativi e provinciali.

In sostanza, quasi l’intero governo talebano è soggetto a sanzioni, ma non il leader supremo Hibatullah Akhundzada, pur essendo il principale responsabile della politica afghana.

Come nasce il regime sanzionatorio

Le prime misure del Comitato per le sanzioni risalgono al 1999, quando furono imposte sanzioni al regime talebano per il sostegno ad al-Qaeda e per il rifiuto di consegnare Osama bin Laden.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e l’intervento militare della coalizione internazionale, le misure furono progressivamente riorientate verso individui e gruppi legati al terrorismo, con l’obiettivo di colpire reti specifiche anziché l’economia afghana nel suo complesso.

Per due decenni, quindi, l’Afghanistan è rimasto formalmente sotto un regime di sanzioni selettive, beneficiando al contempo di ingenti aiuti esteri e di un certo accesso al sistema finanziario globale.

La svolta è arrivata nell’agosto 2021, con il ritorno dei talebani al potere: gli Stati Uniti, l’Unione europea e altri Paesi hanno congelato miliardi di dollari di riserve della banca centrale afghana e interrotto gran parte dei flussi finanziari, paralizzando il sistema bancario e limitando drasticamente le relazioni economiche internazionali.

Perché i talebani sono sanzionati oggi

Sebbene il principale motivo alla base dell’introduzione del regime sanzionatorio nei confronti dei talebani è stato il loro rifiuto di consegnare Osama bin Laden, le misure continuano a essere applicate poiché i talebani, sostenendo o tollerando gruppi armati e jihadisti, sono accusati di rappresentare una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, contribuendo alla destabilizzazione dell’Afghanistan e dell’intera regione.

Dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, le sanzioni sono state mantenute anche in ragione delle gravi violazioni dei diritti umani, tra cui la discriminazione sistematica nei confronti delle donne e la repressione di oppositori politici e minoranze.

Sebbene questi elementi non costituiscano la base giuridica originaria delle sanzioni, essi rappresentano oggi un fattore centrale nella loro giustificazione politica.

Le sanzioni trovano inoltre fondamento nel coinvolgimento dei talebani nella produzione e nel traffico di oppio e di droghe sintetiche, utilizzati come fonte di finanziamento del gruppo.

Infine, sono giustificate  dalla violazione di obblighi internazionali, in particolare per il mancato rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite e per il rifiuto di cooperare con la comunità internazionale.

Come funzionano le sanzioni

Le sanzioni contro i talebani combinano misure economiche, politiche e di sicurezza.

Le più conosciute e visibili sono quelle economico-finanziarie (congelamento dei beni, blocco di conti e asset all’estero e restrizioni ai flussi finanziari) che hanno l’obiettivo di colpire le risorse di leader e reti talebane.

A queste si affiancano sanzioni personali per i leader talebani inseriti nelle liste ONU, come il divieto di viaggio all’estero, volto a limitarne i contatti internazionali e l’azione diplomatica.

Vi è poi l’embargo sulle armi, che proibisce la fornitura di armamenti e assistenza militare, inclusi addestramento e supporto tecnico, per impedirne il rafforzamento.

Infine le sanzioni politiche: il mancato riconoscimento internazionale del governo talebano e l’esclusione da molte istituzioni internazionali, prima fra tutte l’ONU.

Esenzioni e deroghe

Le sanzioni internazionali non colpiscono direttamente le imprese afghane, ma nella pratica ne compromettono gravemente l’operatività. Il congelamento dei fondi statali all’estero e la riluttanza delle banche internazionali a effettuare transazioni con l’Afghanistan, per timore di violare le sanzioni, generano una forte carenza di liquidità. Di conseguenza, molte aziende faticano a pagare fornitori e dipendenti o ad accedere al credito, riducendo o sospendendo le attività, con effetti negativi anche sulla distribuzione degli aiuti umanitari.

Sebbene i settori essenziali, come sanità, alimentazione e istruzione, siano formalmente esclusi dalle sanzioni grazie alle esenzioni previste dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, tali deroghe risultano spesso inefficaci perché le istituzioni finanziarie tendono a evitare qualsiasi operazione legata all’Afghanistan, bloccando anche quelle lecite.

Le ONG e le organizzazioni internazionali, pur autorizzate a svolgere operazioni indispensabili per garantire gli aiuti umanitari (trasferimento di fondi, pagamento del personale, acquisto di beni essenziali), sono quindi costrette a ricorrere a soluzioni alternative e meno efficienti.

La strategia più diffusa è il ritorno al contante: grandi quantità di denaro vengono trasferite fisicamente nel paese e distribuite direttamente a famiglie, lavoratori e fornitori locali.

Quando i canali ufficiali non sono praticabili, entrano in gioco sistemi informali come l’hawala, una rete di intermediari che si basa sulla fiducia personale e consente trasferimenti rapidi aggirando il circuito bancario formale.

Parallelamente, le organizzazioni cercano di utilizzare canali finanziari autorizzati, resi possibili da licenze speciali rilasciate da autorità come l’Office of Foreign Assets Control, anche se nella pratica restano difficili da attivare.

Per ridurre ulteriormente la dipendenza dal denaro, molte ONG puntano sulla distribuzione diretta di beni – cibo, medicinali, carburante – o su sistemi di voucher spendibili in reti di negozi locali.

Sono inoltre previste deroghe per il trasporto di contante, i voli umanitari e l’importazione di beni di prima necessità. Un ruolo centrale è svolto dalle grandi agenzie internazionali, che, grazie al loro peso istituzionale, riescono a mantenere attivi i canali operativi e l’accesso agli aiuti.

Come i talebani aggirano le sanzioni

I talebani eludono le sanzioni in diversi modi, grazie a una combinazione di adattamenti economici, reti informali e relazioni regionali.

Anche per loro il principale strumento è l’hawala, dato che non lascia tracce facilmente monitorabili, consentendo trasferimenti internazionali anche in presenza di sanzioni e permettendo, quindi, il pagamento di funzionari e il finanziamento di attività governative. È uno dei motivi principali per cui le sanzioni finanziarie hanno efficacia limitata.

L’Afghanistan talebano è diventato ancora più dipendente dal contante e poco integrato nel sistema bancario globale. Questo significa minore esposizione al congelamento dei conti e ridotta dipendenza dai circuiti finanziari internazionali controllati

I talebani finanziano gran parte delle loro attività interne con le tasse sul commercio e i trasporti, i dazi alle frontiere, lo sfruttamento delle miniere (carbone, pietre preziose, ecc.) e con la produzione e il traffico di oppio e droghe sistetiche. Questo riduce la loro dipendenza da finanziamenti esteri.

Pur non essendo ampiamente riconosciuti a livello internazionale (solo la Russia ha formalmente riconosciuto il governo talebano nel 2025), i talebani mantengono rapporti economici con diversi Paesi della regione, tra cui Pakistan, Iran, Cina e Russia. Queste relazioni, pur senza violare formalmente le sanzioni, contribuiscono a creare canali economici alternativi, attenuando gli effetti dell’isolamento internazionale.

Infine, i leader sanzionati operano tramite intermediari e prestanome per le operazioni più sensibili, così restano formalmente esclusi dalle transazioni ma le loro attività economiche continuano indirettamente.

Non bisogna dimenticare, infine, che anche i flussi di aiuti umanitari internazionali, pur non essendo destinati direttamente al governo talebano, finiscono per favorire indirettamente i talebani e incidere sull’economia complessiva, liberando risorse interne che possono sostenere il funzionamento del sistema.

Come bucare l’isolamento

Anche le sanzioni sui viaggi vengono eluse, soprattutto dai leader del gruppo talebano, attraverso deroghe e autorizzazioni speciali che sospendono temporaneamente e in ambiti limitati il divieto di viaggio per persone specifiche, permettendo a leader o ministri talebani di recarsi legalmente all’estero nonostante le sanzioni.

La possibilità di sospendere le sanzioni è espressamente prevista dal sistema sanzionatorio per favorire il dialogo politico, consentendo la partecipazione a colloqui di pace o sicurezza per favorire negoziati diplomatici con altri Paesi e per facilitare il coordinamento su aiuti umanitari.

Le deroghe hanno permesso missioni soprattutto verso il Qatar, sede dei colloqui con USA e ONU, ma anche con Russia e Cina, impegnate per un riconoscimento internazionale, e con il Pakistan e l’Iran, paesi vicini particolarmente coinvolti con la politica afghana.

Ne hanno usufruito in molti tra i membri di alto livello del governo talebano, suscitando discussioni e critiche. Senza queste eccezioni, i talebani sarebbero completamente isolati.

I talebani possono anche usufruire di esenzioni per cure mediche all’estero. Concesse ufficialmente per motivi umanitari, in alcuni casi si sospetta una commistione con finalità diplomatiche, soprattutto quando coinvolgono Paesi del Golfo.

L’isolamento politico è la vera leva

Le sanzioni imposte ai Talebani non colpiscono solo individui e strutture economiche a loro legate, ma hanno anche un impatto concreto sull’economia e sulle condizioni di vita della popolazione afghana. È quindi lecito interrogarsi sull’opportunità e sull’efficacia di questo regime sanzionatorio.

Il regime specifico per i Talebani è iniziato nel 2011. Prima del 2021, oltre 100 membri del gruppo erano già inseriti nella lista delle sanzioni per terrorismo. Nonostante ciò, gli Stati Uniti hanno comunque negoziato con loro per l’uscita dall’Afghanistan, rilasciato migliaia di affiliati e firmato accordi che di fatto hanno lasciato il Paese nelle mani di Talebani accusati di terrorismo.

Questo solleva un interrogativo: quale peso politico potrà avere l’allargamento delle sanzioni? Potrà davvero costringere il governo de facto a cambiare politica?

Finora, i Talebani hanno mantenuto il potere senza mostrare cedimenti, imponendo il terrore interno e privando donne e popolazione dei diritti fondamentali. In questo contesto, le sanzioni rischiano di apparire un’inutile richiesta di democrazia, con oltretutto effetti pesanti sulla popolazione già ridotta alla fame.

L’efficacia delle diverse misure varia: le più incisive sul piano pratico sono le restrizioni finanziarie e bancarie, che incidono direttamente sulle transazioni internazionali, e i divieti di viaggio, che limitano i contatti diplomatici.

Il maggiore impatto è però quello politico e simbolico: le sanzioni mantengono il regime in isolamento internazionale e ne negano il riconoscimento legale. Per i Talebani, la reputazione politica globale è cruciale: il riconoscimento internazionale è necessario per stabilizzare i rapporti economici e consolidare la posizione geopolitica in Asia centrale e nel mondo.

Hanno dimostrato di riuscire a mantenere il loro governo sia grazie al terrore imposto nel paese, sia ai finanziamenti internazionali, motivati dal timore di conseguenze peggiori. Ma per progredire e ottenere un riconoscimento legale, il paese deve normalizzare i rapporti politici, così da stabilizzare le relazioni economiche e rafforzare la propria posizione geopolitica in Asia centrale e nel mondo.

Uno strumento insufficiente

Pur sembrando uno strumento debole, le sanzioni sono la base giuridica internazionale per il non riconoscimento del governo talebano, che fonda il proprio sistema su apartheid di genere e oppressione della popolazione. Sono una dichiarazione di responsabilità, come lo è la denuncia della Corte Penale Internazionale (CPI) nel 2025 contro due talebani di governo. Queste azioni dovrebbero estendersi a tutti i nuovi ministri sanzionati.

Ma le difficoltà sono evidenti: la CPI ha bisogno di fondi e strumenti operativi per sostenere le accuse, mentre la campagna di discredito internazionale contro l’istituzione cresce e i finanziamenti diminuiscono.

Una possibile via di speranza è il nuovo meccanismo investigativo indipendente sull’Afghanistan (IIMA), istituito nel 2025 dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU, che può costituire una nuova base per le indagini della CPI. Documentando sistematicamente le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale e preservando le prove, può supportare eventuali procedimenti futuri, rafforzando le campagne di denuncia portate avanti da donne e ONG.

Le sanzioni restano uno strumento necessario, utile come leva politica e giudiziaria. Sono legittime e necessarie soprattutto se mirate contro singoli individui, colpendo direttamente i responsabili senza penalizzare l’intera popolazione.

Da sole, però, non bastano: devono essere inserite in una strategia più ampia, che comprenda giustizia internazionale, pressione diplomatica coordinata e protezione concreta della popolazione civile.

Finora la comunità internazionale non solo non è riuscita a definire una strategia efficace ma sembra abbia dimenticato le donne e la popolazione afghana.

 

 

 

 

Meena Keshwar Kamal, Giusta segnalata dalla società civile

Meena Keshwar Kamal, fondatrice di RAWA assassinata dai servizi segreti afghani nel 1987, è stata onorata come “Giusta segnalata dalla società civile” nella cerimonia di mercoledì 11 marzo.

Negli anni, in occasione della Giornata dei Giusti, vengono ricordate figure esemplari provenienti dalle ricerche dei cittadini e dal mondo delle associazioni, le cui candidature vengono approvate dall’Assemblea dell’Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano (composta dalla Fondazione Gariwo, dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dal Comune di Milano) che ha scelto anche il tema per le celebrazioni della Giornata dei Giusti dell’Umanità 2026: “I Giusti per la democrazia. Dialogo e nonviolenza per costruire la pace”.

Nata nel 1956, Meena fin da giovanissima partecipa attivamente alle battaglie sociali nel suo paese, soprattutto in favore delle donne, e nel 1977 fonda RAWA proprio per dare voce alle donne dell’Afghanistan private dei loro diritti e costrette al silenzio. Ed è in prima linea anche due anni dopo quando, le forze sovietiche invadono il suo paese: organizza marce, incontri nelle scuole e poi, quando è costretta a rifugiarsi in Pakistan, organizza scuole per i bambini rifugiati e mette le basi per la costruzione di un ospedale alla cui inaugurazione non potrà assistere perché assassinata nel febbraio 1987 per cercare di mettere a tacere una voce che ormai aveva varcato i confini dell’Afghanistan.

Una voce che invece squilla ancora forte e chiara nel lavoro di RAWA in Afghanistan e che oggi, grazie alla segnalazione di Civil Words, riceve questo importante riconoscimento. CISDA, a nome delle compagne di RAWA, ha ritirato la pergamena che lo attesta nel corso di una cerimonia che, alla presenza delle autorità cittadine, di un folto pubblico e di numerosi ragazzi e ragazze ha onorato i nuovi “Giusti” 2026: Piero Calamandrei, giurista e politico italiano, padre costituente, ha dedicato la vita alla difesa della democrazia, dell’antifascismo e della Costituzione. Martin Luther King, attivista e pastore protestante, simbolo mondiale della nonviolenza, si è battuto per porre fine alla segregazione razziale e alle discriminazioni contro gli afroamericani. Vivian Silver, attivista israeliana per i diritti delle donne, si è battuta per il dialogo e la pace in Medio Oriente, ed è stata uccisa da Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre 2023. Reem Al-Hajajreh, attivista palestinese, fondatrice di Women of the Sun, si batte per dare voce e protezione alle donne e per incoraggiare una fine non violenta del conflitto in Medio Oriente. Aleksandra “Sasha” Skochilenko, artista e attivista russa, con una protesta personale ha diffuso messaggi contro la guerra in Ucraina, venendo per questo arrestata e detenuta.

 

Meena Keshwar Kamal, Righteous Reported by Civil Society

Meena Keshwar Kamal, founder of RAWA, assassinated by Afghan intelligence in 1987, was honored as a “Righteous Person Reported by Civil Society” at a ceremony on Wednesday, March 11.

Over the years, the Day of the Righteous has honored exemplary figures from citizen research and the world of associations. Their nominations are approved by the Assembly of the Association for the Garden of the Righteous in Milan (composed of the Gariwo Foundation, the Union of Italian Jewish Communities, and the City of Milan). The Assembly also chose the theme for the 2026 Day of the Righteous of Humanity celebrations: “The Righteous for Democracy. Dialogue and Nonviolence to Build Peace.”

Born in 1956, Meena has been actively involved in social struggles in her country since a very young age, especially on behalf of women. In 1977, she founded RAWA specifically to give a voice to the women of Afghanistan who were deprived of their rights and forced into silence. And she was still on the front lines two years later when Soviet forces invaded her country: she organized marches and school meetings, and then, when she was forced to flee to Pakistan, she organized schools for refugee children and laid the foundations for the construction of a hospital. She was unable to attend the inauguration because she was assassinated in February 1987 in an attempt to silence a voice that had already crossed Afghanistan’s borders.

A voice that still rings loud and clear in RAWA’s work in Afghanistan and that today, thanks to the reporting of Civil Words, receives this important recognition. CISDA, on behalf of the RAWA comrades, received the certificate of recognition during a ceremony attended by city officials, a large audience, and numerous young men and women, honoring the new “Righteous” of 2026: Piero Calamandrei, Italian jurist and politician, and founding father of the Italian Constitution, who dedicated his life to the defense of democracy, anti-fascism, and the Constitution. Martin Luther King, an activist and Protestant pastor, a global symbol of nonviolence, fought to end racial segregation and discrimination against African Americans. Vivian Silver, an Israeli women’s rights activist, fought for dialogue and peace in the Middle East and was killed by Hamas during the October 7, 2023, attacks. Reem Al-Hajajreh, a Palestinian activist and founder of Women of the Sun, fights to give voice and protection to women and to encourage a nonviolent end to the conflict in the Middle East. Aleksandra “Sasha” Skochilenko, a Russian artist and activist, held a personal protest to spread messages against the war in Ukraine, resulting in her arrest and detention.