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Autore: Patrizia Fabbri

15 agosto 2021. Dopo 5 anni, i talebani sono ancora più spietati

Uno schermo nero, perché mostrare il proprio volto è troppo pericoloso. Nomi di fantasia, perché l’identità deve rimanere nascosta. E poi il collegamento che si interrompe, per riprendere poco dopo da un computer o da un telefono diverso: restare connesse troppo a lungo con lo stesso dispositivo potrebbe essere rischioso. È in queste condizioni che si è svolta la conferenza stampa organizzata da Cisda con le attiviste di RAWA. Voci lontane, nascoste dietro uno schermo, ma giovani e combattive, che nel triste anniversario del ritorno al potere dei talebani hanno voluto parlare alla stampa italiana. Raccontare cosa significa vivere oggi in Afghanistan. E, soprattutto, cosa significa essere donna in Afghanistan.

Riassumere la condizione delle donne afghane è tanto semplice quanto drammatico. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono cantare, non possono affacciarsi alla finestra, non devono mostrarsi, non riescono a farsi curare, non possono andare nei parchi pubblici, non possono aprire negozi, non possono andare in bicicletta, non possono parlare a voce alta. “Non” è la parola che in Afghanistan si associa più frequentemente alla parola “donna”.

“Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica… per questo dobbiamo parlare di apartheid di genere. Sono l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne”, ha esordito una delle attiviste di RAWA collegate dall’Afghanistan.

La tecnologia a supporto della repressione

Era il 15 agosto 2021 quando i media di tutto il mondo rilanciavano le immagini dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da centinaia di persone che tentavano di salire sugli aerei degli americani in fuga. Cinque anni dopo, non è soltanto la repressione a essere rimasta: secondo le attiviste di RAWA, il regime ha imparato a renderla più capillare, sfruttando anche strumenti tecnologici sempre più sofisticati.

“I talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia: attraverso questo accesso possono controllare la vita delle persone”, ha detto l’attivista RAWA, spiegando come l’acquisto di una SIM card possa avvenire solo presentando la carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, dell’intestatario: “Quando c’è una manifestazione, come le ultime a Herat o nel Badakhshan, i talebani chiedono alle società di telecomunicazioni di fornire loro i numeri delle SIM card che risultano presenti nel luogo della manifestazione”. Da lì ad arrestare chi partecipa alle contestazioni il gioco è facilissimo.

Il telefono, così, smette di essere uno strumento neutro e diventa una possibile fonte di pericolo: “Quando usiamo i nostri telefoni, quando parliamo, quando ci connettiamo non siamo mai tranquilli perché i talebani hanno accesso a tutto. Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio utilizza la rete per ascoltare le voci di persone che parlano di questioni specifiche”.

Il controllo non si ferma alla sorveglianza. Può trasformarsi rapidamente in arresto, interrogatorio, intimidazione: decine e decine di persone spariscono per giorni o per settimane, chiamate a rispondere di ciò che hanno detto, scritto o fatto. Anche una frase non perfettamente allineata con i dettami del regime può diventare una colpa.

Le mani dei talebani si allungano rapaci

Ma il controllo non passa soltanto dagli strumenti digitali. Si estende alla vita quotidiana, al lavoro, agli aiuti umanitari, persino alle emergenze.

L’Afghanistan è una terra devastata non solo dalle guerre e dal regime dei talebani, ma anche da condizioni climatiche avverse, che alternano periodi di grave siccità a forti piogge e inondazioni, e da frequenti terremoti. È proprio nelle situazioni di maggiore fragilità che, secondo RAWA, il regime mostra ancora una volta il proprio volto disumano, rendendo ancora più difficile la vita di donne e bambini: “Durante l’ultimo terremoto nella provincia di Herat, per esempio, una delle nostre squadre sanitarie che si è recata sul posto ha trovato diverse donne ancora sotto le macerie delle case”, ha spiegato l’attivista RAWA. La loro colpa? Non avere parenti maschi che si occupassero di loro.

E anche quando arrivano gli aiuti, il controllo non viene meno. Secondo le attiviste, gli uomini del regime cercano di speculare sulle calamità imponendo tangenti o sequestrando i medicinali portati dalle ONG per poi ridistribuirli secondo criteri nei quali le donne vengono sistematicamente dopo gli uomini: “A Paktia, una delle aree colpite, alcune volontarie di RAWA sono state obbligate a consegnare i medicinali alle forze locali talebane e hanno intimato ai sanitari: ‘Prima visitate e curate gli uomini, poi potrete occuparvi delle donne’, hanno intimato”.

Il denaro, del resto, sembra essere un altro degli strumenti attraverso cui il potere talebano si esercita sulla popolazione. “Se cerchi di vendere qualcosa per strada devi versare una quota ai talebani”. Le chiamano tasse, ma secondo RAWA si tratta in realtà di vere e proprie tangenti: non si tratta di imposizioni legate al sistema fiscale regolamentato e le somme richieste variano da caso a caso. Chi lavora per strada, come ambulanti o sarti all’aperto, è inoltre costantemente esposto al ricatto: può essere costretto a riferire movimenti sospetti o presunte violazioni dei codici comportamentali per evitare l’arresto, la chiusura dell’attività o una nuova richiesta di denaro.

La corruzione arriva persino alle cerimonie private. In occasione di fidanzamenti e matrimoni, raccontano le attiviste, gli uomini del regime possono presentarsi nell’hotel o nel luogo della celebrazione e chiedere denaro. Solo dopo il pagamento la festa può continuare.

Lo stesso meccanismo coinvolge le ONG che cercano di lavorare a sostegno della popolazione: “Ci sono persone, all’interno del governo talebano, che si occupano proprio di questo: quando l’organizzazione si reca al ministero preposto per l’approvazione del progetto, viene intercettata da queste persone che chiedono di versare determinate somme per essere sicuri che il progetto venga approvato”.

Ma c’è un limite che, spiega RAWA, nemmeno il denaro riesce a superare: quello dei progetti rivolti alle donne. “Una persona che lavora in una di queste organizzazioni ci ha detto che stavano preparando una proposta di progetto rivolto alle donne, ma il governo ha imposto loro di sostituire la parola ‘donna’ con ‘famiglia’”. Anche la parola “donna” è impronunciabile nei documenti ufficiali, a meno che non si tratti di divieti.

Normalizzazione, il mantra dei talebani

Eppure, mentre dentro l’Afghanistan il controllo si fa sempre più pervasivo, all’esterno il regime persegue un obiettivo apparentemente opposto: farsi accettare, diventare normale.

La parola che va per la maggiore in Afghanistan, secondo RAWA, è proprio questa: normalizzazione.

Non soltanto normalizzazione della repressione, delle regole imposte quotidianamente alle donne e delle limitazioni alla libertà, ma normalizzazione dei rapporti con il resto del mondo.

Si sta infatti assistendo a una progressiva normalizzazione delle relazioni internazionali. Il caso più evidente è quello della Russia, che nel luglio 2025 ha riconosciuto ufficialmente il governo talebano, diventando il primo Stato a farlo. Segue a ruota la Cina che, pur mantenendo una posizione più prudente sul piano formale, intrattiene da tempo rapporti diplomatici ed economici con Kabul, con scambi commerciali e cooperazione negli investimenti e nella ricostruzione. E non sono da meno altri paesi come, per esempio, India, Uzbekistan, Kazakhistan ecc.

Una situazione intermedia caratterizza invece le Nazioni Unite. L’ONU non riconosce i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan e continua a definirli de facto authorities, ma mantiene con loro un dialogo costante attraverso l’UNAMA e il processo di Doha. Anche l’Unione europea segue una linea simile: non riconosce il regime talebano, ma mantiene un rapporto operativo con le autorità di fatto sia per gli aiuti umanitari sia riguardo migrazione e rimpatrio di afghani.

È una contraddizione solo apparente: il regime non viene formalmente riconosciuto, ma con chi controlla il territorio si tratta. E proprio questo spazio tra mancato riconoscimento e rapporti di fatto offre ai talebani la possibilità di presentarsi sempre più come un interlocutore normale, come il governo con cui, volenti o nolenti, il resto del mondo deve fare i conti.

La normalizzazione, però, non passa soltanto dalle cancellerie. Passa anche dai video.

Accanto alle relazioni con gli Stati e alle interlocuzioni con le organizzazioni internazionali, secondo RAWA è in corso un’intensa attività sui social: decine di video su YouTube, Facebook e TikTok mostrano turisti che passeggiano tranquillamente per le strade di Kabul o visitano il parco nazionale di Band-e Amir. “Gira anche un video dove si vede una donna ballare felice con un uomo in una zona di montagna. Ma sono falsi. Sono video che vogliono far vedere che la sicurezza in Afghanistan è ottima o che la vita è normale, serena. In realtà questi youtuber sono pagati dai talebani per far vedere un Afghanistan che non esiste: parlano solo di cibo, di luoghi per picnic o turistici da visitare. Nessuno di questi video parla di povertà, della violenza contro le donne”.

È l’altra faccia della normalizzazione: non soltanto ottenere relazioni diplomatiche, commercio o interlocuzione internazionale, ma costruire un’immagine del Paese nella quale la repressione scompare dal campo visivo.

Secondo RAWA, anche questo fa parte di un grande progetto per normalizzare il regime dei talebani; normalizzano le diverse regole che vengono imposte quotidianamente contro le donne, contro i bambini, contro tutto il popolo afghano.

Ma le proteste ci sono: esplicite o clandestine

Eppure, sotto questa apparente normalità, qualcosa continua a muoversi.

Una parte della popolazione afghana si ribella, pubblicamente o resistendo clandestinamente.

Nonostante la repressione, le proteste non sono scomparse. Come nel Badakhshan, una provincia nel nord dell’Afghanistan, dove la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i talebani e il loro regime: “I talebani combattono contro gli abitanti del Badakhshan perché professano una religione diversa, l’ismailismo, e cercano di costringerli a convertirsi”, spiega l’attivista di RAWA. Qualche settimana fa un gruppo armato di opposizione è riuscito a conquistare, seppur solo temporaneamente, il controllo del distretto, ma è anche la gente comune che ha organizzato manifestazioni. E lo stesso è avvenuto nella provincia di Herat, nell’area di Jebrail, popolata soprattutto da hazara: “Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno arrestato alcune donne in questa zona a causa dell’hijab ‘non conforme’. La popolazione allora ha protestato, ha manifestato per il rilascio di queste donne”.

Ma la ribellione non è soltanto quella visibile nelle manifestazioni, sempre duramente represse. È anche quella invisibile della clandestinità, del lavoro quotidiano di organizzazioni come RAWA: “Se vogliamo continuare il nostro lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. E il modo per essere più forti e preservare le militanti della nostra organizzazione è, in questo momento, condurre lotte clandestine”.

Una clandestinità che permette di far arrivare all’estero la voce dell’Afghanistan e delle donne afghane, di continuare a occuparsi di istruzione attraverso scuole clandestine e di fornire assistenza a una popolazione sempre più stremata.

È un lavoro difficile e pericoloso. I talebani cercano continuamente chi organizza queste attività, chi lavora contro di loro: “Controllano i social media per individuare le attiviste e anche girare per le strade con un telefono in mano può essere rischioso: se ti fermano, te lo controllano” e se trovano qualcosa che non li convince l’arresto è immediato.

Ma proprio qui si trova la contraddizione più forte di questo Afghanistan apparentemente normalizzato: mentre il regime cerca di mostrarsi al mondo come un interlocutore stabile, dentro il Paese continua a reprimere chiunque metta in discussione la sua idea di società.

Le donne di RAWA e delle altre organizzazioni con cui CISDA lavora non si lasciano intimorire. Continuano, con testardaggine, a lavorare perché alle bambine e alle ragazze afghane venga riconosciuto un futuro. Una responsabilità che, anche per chi osserva da lontano, significa prima di tutto non lasciare che quella voce scompaia.

August 15, 2021. After 5 years, the Taliban are even more ruthless

A black screen, because showing one’s face is too dangerous. Fictional names, because one’s identity must remain hidden. And then the connection drops, only to resume shortly afterward from a different computer or phone: staying connected for too long on the same device could be risky. It was under these conditions that the press conference organized by CISDA with RAWA activists took place. Distant voices, hidden behind a screen, but young and combative, who on the sad anniversary of the Taliban’s return to power, wanted to speak to the Italian press. To describe what it means to live in Afghanistan today. And, above all, what it means to be a woman in Afghanistan.

Summing up the condition of Afghan women is as simple as it is dramatic. Women cannot work, cannot study, cannot sing, cannot look out of the window, cannot show themselves, cannot seek medical treatment, cannot go to public parks, cannot open shops, cannot ride bicycles, cannot speak out loud. “Cannot” is the word most frequently associated with the word “woman” in Afghanistan.

“Women are excluded from the world of work and public life: their movements, their clothing, and even their presence in society are controlled. And it’s not a matter of a few individual impositions, but of systematic segregation… that’s why we must talk about gender apartheid. It’s the systematic exclusion and control of women, simply because they are women,” began one of the RAWA activists connected from Afghanistan.

Technology Supports Repression

It was August 15, 2021, when media outlets around the world broadcast the images of Kabul airport being stormed by hundreds of people attempting to board the planes of fleeing Americans. Five years later, it’s not just the repression that remains: according to RAWA activists, the regime has learned to make it more widespread, also exploiting increasingly sophisticated technological tools.

“The Taliban haven’t changed. The only thing that has changed is that they’ve become more ruthless. Furthermore, they have financial support and access to technology: through this access, they can control people’s lives,” said the RAWA activist, explaining how purchasing a SIM card can only be done by presenting an electronic identity card, which provides all the information, including biometrics, of the cardholder. “When there’s a demonstration, like the recent ones in Herat or Badakhshan, the Taliban ask telecommunications companies to provide them with the numbers of SIM cards found at the demonstration site.” From there, arresting those participating in protests is a breeze.

The phone, thus, ceases to be a neutral tool and becomes a potential source of danger: “When we use our phones, when we talk, when we connect, we are never at peace because the Taliban have access to everything. The Ministry for the Promotion of Virtue and Prevention of Vice uses the internet to listen to the voices of people speaking out on specific issues.”

Control doesn’t stop at surveillance. It can quickly escalate to arrest, interrogation, and intimidation: dozens and dozens of people disappear for days or weeks, held accountable for what they said, wrote, or did. Even a sentence that doesn’t perfectly align with the regime’s dictates can become a crime.

The Taliban’s hands are reaching out greedily.

But control doesn’t just come from digital tools. It extends to daily life, work, humanitarian aid, even emergencies.

Afghanistan is a land devastated not only by wars and the Taliban regime, but also by adverse weather conditions, alternating periods of severe drought with heavy rains and floods, and by frequent earthquakes. It is precisely in the most fragile situations that, according to RAWA, the regime once again shows its inhumane side, making the lives of women and children even more difficult: “During the last earthquake in Herat province, for example, one of our health teams that went there found several women still under the rubble of their homes,” the RAWA activist explained. Their fault? Not having male relatives to care for them.

And even when aid arrives, control remains. According to the activists, the regime’s men try to profit from disasters by demanding bribes or confiscating medicines brought by NGOs and then redistributing them according to criteria in which women systematically come after men: “In Paktia, one of the affected areas, some RAWA volunteers were forced to deliver medicines to local Taliban forces. They ordered the health workers: ‘First examine and treat the men, then you can take care of the women’.”

Money, moreover, seems to be another tool through which the Taliban exerts power over the population. “If you try to sell something on the street, you have to pay a fee to the Taliban.” They call them taxes, but according to RAWA, they are actually bribes: they are not imposed by the regulated tax system, and the amounts demanded vary from case to case. Those who work on the streets, such as street vendors or outdoor tailors, are also constantly exposed to blackmail: they can be forced to report suspicious movements or alleged violations of codes of conduct to avoid arrest, closure of the business, or a new demand for money.

Corruption even reaches private ceremonies. During engagements and weddings, activists say, regime men can show up at the hotel or the venue and demand money. Only after payment can the party continue.

The same mechanism involves NGOs trying to support the population: “There are people within the Taliban government who do just this: when the organization goes to the relevant ministry for project approval, they are intercepted by these people who demand a certain amount of money to ensure the project is approved.”

But there’s a limit that, RAWA explains, not even money can overcome: that of projects aimed at women. “A person who works in one of these organizations told us they were preparing a proposal for a project aimed at women, but the government forced them to replace the word ‘woman’ with ‘family.'” Even the word “woman” is unpronounceable in official documents, unless it involves prohibitions.

Normalization, the Taliban’s mantra

Yet, while control inside Afghanistan becomes increasingly pervasive, outside the regime pursues a seemingly opposite goal: to gain acceptance, to become normal.

The most popular word in Afghanistan, according to RAWA, is precisely this: normalization.

Not just the normalization of repression, of the rules imposed daily to women and restrictions on freedom, but also normalization of relations with the rest of the world.

We are indeed witnessing a progressive normalization of international relations. The most obvious example is Russia, which in July 2025 officially recognized the Taliban government, becoming the first state to do so. China follows closely behind, maintaining a more cautious position formally, but has long maintained diplomatic and economic relations with Kabul, including trade and cooperation in investment and reconstruction. Other countries, such as India, Uzbekistan, Kazakhstan, and others, are no exception.

The United Nations, however, is characterized by an intermediate situation. The UN does not recognize the Taliban as the legitimate government of Afghanistan and continues to define them as the de facto authorities, but maintains an ongoing dialogue with them through UNAMA and the Doha Process. The European Union follows a similar line: it does not recognize the Taliban regime, but maintains an operational relationship with the de facto authorities, both for humanitarian aid and regarding migration and the repatriation of Afghans.

This is a contradiction only Apparent: the regime is not formally recognized, but negotiations are conducted with those who control the territory. And precisely this gap between lack of recognition and de facto relations offers the Taliban the opportunity to increasingly present themselves as a normal interlocutor, as the government with which, like it or not, the rest of the world must deal.

Normalization, however, doesn’t just happen through governments. It also happens through videos.

Alongside relations with states and discussions with international organizations, according to RAWA, intense social media activity is underway: dozens of videos on YouTube, Facebook, and TikTok show tourists strolling peacefully through the streets of Kabul or visiting Band-e Amir National Park. “There’s even a video circulating of a woman happily dancing with a man in a mountainous area. But they’re fake. These videos are meant to show that security in Afghanistan is excellent or that life is normal and peaceful. In reality, these YouTubers are paid by the Taliban to show an Afghanistan that doesn’t exist: they only talk about food, picnic spots, or tourist spots. None of these videos talk about poverty or violence against women”.

This is the other side of normalization: not just obtaining diplomatic relations, trade, or international dialogue, but building an image of the country in which repression disappears from view.

According to RAWA, this too is part of a larger project to normalize the Taliban regime.

They normalize the various rules imposed daily against women, against children, against the entire Afghan people.

But protests do exist: explicit or clandestine

Yet, beneath this apparent normality, something continues to stir.

A segment of the Afghan population is rebelling, either publicly or through clandestine resistance.

Despite the repression, protests have not disappeared. Such is the case in Badakhshan, a province in northern Afghanistan, where the population has organized public demonstrations against the Taliban and their regime: “The Taliban are fighting against the residents of Badakhshan because they profess a different religion, Ismailism, and are trying to force them to convert,” explains the RAWA activist. A few weeks ago, an armed opposition group managed to gain control of the district, albeit only temporarily, but ordinary people have also organized demonstrations. And the same thing happened in Herat province, in the Jebrail area, populated mostly by Hazaras: “Amr al-Ma’ruf’s forces, the morality police, arrested several women in this area because of their ‘non-compliant’ hijab. The population then protested, demonstrating for the release of these women.”

But the rebellion isn’t just the visible one in the demonstrations, which are always harshly repressed. It’s also the invisible one of clandestinity, of the daily work of organizations like RAWA: “If we want to continue our work, we must be stronger than those in power. And the way to be stronger and preserve the members of our organization is, at this time, to wage clandestine struggles.”

This clandestinity allows us to bring the voice of Afghanistan and Afghan women abroad, to continue to provide education through clandestine schools, and to provide assistance to an increasingly exhausted population.

It’s difficult and dangerous work. The Taliban constantly seek out those who organize these activities, those who work against them: “They monitor social media to identify activists, and even walking the streets with a phone in your hand can be risky: if they stop you, they’ll check it,” and if they find anything they don’t like, they’re immediately arrested.

But herein lies the greatest contradiction in this seemingly normalized Afghanistan: while the regime tries to present itself to the world as a stable partner, inside the country it continues to repress anyone who questions its vision of society.

The women of RAWA and the other organizations with which CISDA works are undaunted. They stubbornly continue to work so that Afghan girls and young women are granted a future. A responsibility that, even for those observing from afar, means, first and foremost, not letting that voice disappear.

“Corri per la libertà, corri per la speranza”

In Afghanistan alle donne è vietato correre, così come praticare qualsiasi attività sportiva negli spazi pubblici. Un gesto semplice e quotidiano, che in molti Paesi rappresenta un momento di benessere e libertà, è diventato per loro un atto proibito e rischioso.

Eppure correre significa molto più che fare sport. È un’espressione di libertà, autodeterminazione e resistenza. In un Paese in cui le restrizioni limitano fortemente la presenza femminile nello spazio pubblico, poter fare attività fisica, incontrarsi e sostenersi a vicenda assume un profondo valore simbolico e umano.

Per questo Free to Run, organizzazione che promuove l’uguaglianza di genere attraverso lo sport, utilizza la corsa come strumento per rafforzare l’autonomia, il benessere psicologico e la leadership di ragazze e giovani donne che vivono in contesti di conflitto.

Sabato 1° agosto, al Parco degli Acquedotti di Roma, Free to Run ha organizzato “Corri per la libertà, corri per la speranza”, una corsa e camminata solidale di 5 chilometri alla quale hanno aderito anche CISDA e l’Associazione Newroz.

L’iniziativa è nata per sostenere le donne afghane, private del diritto allo sport, all’istruzione, alla libertà di movimento e, più in generale, dei loro diritti fondamentali. Attraverso questa camminata collettiva si è voluto dare voce alla loro resistenza e sostenere la speranza di chi, nonostante condizioni sempre più difficili, continua a creare spazi sicuri di incontro, benessere e solidarietà.

L’iniziativa è stata anche un momento di condivisione e riflessione. Le giovani donne afghane che hanno promosso l’iniziativa hanno raccontato il dolore e le difficoltà che il loro Paese sta vivendo, invitando i partecipanti a trasformare una semplice corsa in un gesto concreto di vicinanza e sostegno.

Cinque chilometri percorsi insieme per affermare un principio semplice ma fondamentale: nessuna donna dovrebbe essere privata della libertà di muoversi, studiare, fare sport e costruire il proprio futuro.

Insieme abbiamo corso per la libertà, la dignità, il diritto all’istruzione, l’uguaglianza e contro l’apartheid di genere che oggi colpisce le donne e le ragazze afghane.