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Should I stay or should I go? Le donne afghane tra resilienza ed esilio.

Pubblicazione: 1 Dicembre 2022

Tesi di Laurea di Elisa Silvestro a.a. 2022/23

Prova finale in Sociologia dell’Immigrazione. Corso di laurea in Sociologia dell’Innovazione. Universitas Mercatorum.

dall’introduzione scritta da Elisa Silvestro

È di questi giorni la notizia che le donne in Afghanistan non possono neanche più passeggiare nei parchi di Kabul, dalla caduta della città il 15 agosto 2021 la situazione delle donne (e non solo) è andata peggiorando.

Il mio intento, con questa breve tesi, è di analizzare la situazione delle donne afgane, guardando il punto di vista sia di chi ha scelto di restare sia di chi ha scelto di emigrare, senza alcun giudizio morale ma ascoltando le due sofferenze derivate anche, dall’abbandono del Paese da parte delle diplomazie occidentali.

Ho potuto raccontare la vita di queste donne grazie all’incontro e allo scambio: la mia tesi nasce infatti dalla condivisione di esperienze racconta- te, a volte con estrema durezza, dalle donne che da anni combattono in Afghanistan per vedersi riconosciuto il diritto di esistere e chiedono di non essere dimenticate da chi ha la fortuna di essere nato in un paese dove l’iscrizione a scuola non dipende dal genere.

Abbinato al racconto della realtà e di chi la vive ci sono una serie di dati che possono aiutare a capire quanto sia difficile il migrare, come è strutturato il Paese, che strascichi hanno lasciato questi anni di guerra.

Concludo con un racconto di speranza, i progetti che attivamente vedono la luce e permettono a molte donne di accedere a un sostentamento, a scuole (purtroppo private e clandestine), che permettono insomma di pensare che un mondo migliore possa esistere.

I due punti di vista di queste donne all’apparenza potrebbero essere speculari, chi è riuscito a fuggire potrebbe voler solo dimenticare la violenza e l’esclusione di un paese governato da fondamentalisti che nascondono il loro odio dietro il Corano e chi resta che potrebbe arrogarsi un certo “peso morale” nel continuare a lottare mettendo in gioco la propria vita.

Parlando con loro in realtà ho compreso che le due posizioni sono totalmente complementari ed entrambe funzionali al primo scopo della lotta degli oppositori dei Talebani, cioè che l’Afghanistan non venga dimenticato e lasciato solo.

Per capire l’Afghanistan per prima cosa dobbiamo comprendere come mai un territorio fatto di tribù, posto in un’area povera di risorse, senza alcun sbocco al mare, si sia trasformato, o meglio sia sempre stato nel corso della sua storia un territorio di conquiste.

Per analizzare la storia afgana dobbiamo partire dalla posizione geografica che ne ha fatto un crocevia di passaggi e conquiste; come definito dal poeta Muhammad Iqbal l’Afghanistan è “il cuore dell’Asia”.

Tanti hanno cercato di controllare l’Afghanistan senza mai riuscire a governarlo con continuità. Inglesi, russi, americani – pur conquistando facilmente il potere – non sono stati capaci di mantenerlo, tanto da far conquistare all’Afghanistan l’appellativo di “tomba degli imperi”.

Questi passaggi stranieri hanno permesso alle donne di ottenere alcuni diritti, come il voto e la partecipazione a cariche pubbliche. Queste norme però non sono mai riuscite a scalzare fino in fondo la mentalità patriarcale ancorata alla religione islamica.

Fondamentale per l’emancipazione femminile è stata la possibilità di accedere alla scuola e all’università; nasce in Afghanistan una generazione di donne che vogliono lottare. Un esempio è Meena Keshwar Kamal che nel 1977 fonda RAWA (Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan).

L’importanza dello studio nell’emancipazione femminile è chiara fin da subito e tra i primi progetti delle attiviste c’è quello di creare scuole per le bambine, dove studiare anche le materie “illegali” come l’inglese e la matematica.

Una donna che sa leggere e scrivere è meno probabile accetti gli abusi e i soprusi.

Il primo governo talebano nel 1996 vede un’iniziale accoglienza positiva da parte della popolazione afgana, perché si dichiara portatore di pace in un paese stravolto e devastato da anni di continua guerriglia.

Questa iniziale accoglienza diminuisce alquanto in fretta, visto il clima di terrore. Chiunque è perseguibile se non accetta completamente le regole religiose, soprattutto le donne. I Talebani sono ossessionati dalla figura femminile, vogliono in tutti i modi oscurare e segregare le donne, impedendo loro di uscire se non accompagnate da un uomo e indossando il burqa, è vietato il trucco, l’uso di gioielli e di far rumore camminando.

Il ritorno dei Talebani nel 2021 è molto diverso, non è per nulla ben accolto, anzi la loro entrata a Kabul il 15 agosto è vissuta con estrema paura, chi può fugge verso l’aeroporto e spera di riuscire a lasciare il paese.

Dobbiamo anche considerare che l’Afghanistan è un paese alquanto giovane, più del 25% della popolazione è nata dopo il 2001 e non ha memoria diretta del primo governo talebano, per cui le persone sono diverse, purtroppo però i Talebani no e neanche la loro ossessione verso le donne.

Oggi il popolo afgano si può dire, pertanto, molto lontano da quello del 1996; per questo è nata una resistenza spontanea in diverse province fatta da donne e uomini che rifiutano un ritorno al “medioevo talebano”.

Le rivolte, seppur quotidiane, sono indebolite dalla situazione economica che vive il paese, il 95% degli afgani vive in emergenza alimentare e il 50% è sotto la soglia di povertà.

Associazioni come RAWA continuano in clandestinità le diverse attività (progetti di scolarizzazione, supporti sanitari, distribuzione di cibo e vestiti), e riescono a sopravvivere grazie alle reti costruite già durante il primo governo talebano.

Nascere in un paese come l’Afghanistan e decidere di restare è un atto di coraggio che quotidianamente attivisti e attiviste fanno, combattendo e op- ponendosi anche con la loro vita.

La decisione di restare non è sempre una decisione, più spesso è l’unica via. Per una donna è quasi impossibile lasciare il paese oggi: se una donna dovesse lasciare il paese dovrebbe essere accompagnata alla frontiera da un uomo, visto che da sola non può uscire, e quando anche avesse raggiunta la frontiera con Iran o Pakistan potrebbero passare mesi per un visto, il tutto con costi esorbitanti.

Chi decide di intraprendere il viaggio da clandestino, oltre a dover pagare molti soldi a chi gestisce la tratta di esseri uomini, deve considerare il rischio di non sopravvivere durante il viaggio.

L’Afghanistan ci mette davanti alle contraddizioni del capitalismo che, per business, fa accettare qualunque compromesso, dimenticando l’umanità e la dignità che ad ogni essere umano deve essere riconosciuta.

Quello che ci insegnano le donne afgane, con una forza irrefrenabile, è che solo l’istruzione e il poter accedervi può salvare il nostro futuro.

Le donne afgane ci chiedono di partecipare con loro alla battaglia sui diritti femminili universali ed è per questo che hanno indirizzato una raccolta di firme ai massimi esponenti politici globali. Partendo dalle condizioni in cui i Talebani le fanno vivere, e dalle battaglie fatte da queste coraggiose donne, il tema sul tappeto è quello dei diritti femminili che tutte le donne devono aver riconosciuti. La storia dell’Afghanistan insegna che ci vogliono anni per aver riconosciuto un diritto e basta un giorno per perderlo.

Inoltre le donne afgane ci insegnano che la loro lotta si può fare da qualunque parte del mondo e il pretendere la parità di genere vale a prescindere da dove si è nate, per questo il restare o l’emigrare non sono scelte contrapposte, ma semplicemente due modi diversi di portare avanti le stesse istanze.

Cosa mi resta da questo viaggio metaforico? L’aver incontrato donne che lottano con una speranza e una forza incredibile ovunque vivano, ed un messaggio chiaro: nessun paese, nessun popolo può essere oppresso per sempre e, per riprendere una frase di un grande drammaturgo italiano, “ha da passà ‘a nuttata” anche per le donne afgane.

 

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