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Autore: Patrizia Fabbri

Uniamoci alla resistenza delle donne afghane

“Noi alzeremo la nostra voce ancora più forte e continueremo la nostra resistenza e la nostra lotta per la democrazia e i diritti delle donne!”

RAWA

L’invasione dell’Afghanistan da parte degli USA e dei paesi NATO, fatta con il pretesto di sconfiggere il terrorismo e liberare le donne, è stata un gigantesco fallimento.

La guerra ha prodotto 241.000 vittime e oltre 3,5 milioni di sfollati ().Oggi l’Afghanistan produce il 90% dell’eroina mondiale, la corruzione all’interno delle cosiddette istituzioni afghane ha raggiunto livelli spaventosi (l’Afghanistan è al 165o posto su 180 paesi nelle statistiche di Transparency International) e il paese ha pochissime e gravemente carenti infrastrutture, scuole, ospedali.

In questi 20 anni di occupazione militare gli USA hanno speso 2.300 miliardi di dollari, la Germania 19 miliardi di euro e l’Italia 8,7 miliardi di euro.

La “liberazione delle donne” non è stata garantita: l’87% delle donne afghane è ancora analfabeta;le donne che hanno avuto la possibilità di studiare e lavorarecostituiscono un’esigua minoranza, usata dall’Occidente per dimostrare il successo dell’occupazione.

Quanto al terrorismo, oggi in Afghanistan è più che mai rampante; il paese è stato regalato ai talebani, dal 2015 è attiva la violentissima cellula ISIS Khorasan e i signori della guerra a cuinel 2001 la coalizione di potenze occidentali ha dato il potere sono pronti a rialzare la testa nel caso in cui i talebani non assicurino loro una fetta della torta.

Chiediamo che i governi e le istituzioni dei paesi dell’Unione Europea:

  • non forniscano nessun riconoscimento al regime dei talebani;
  • avviino azioni di supporto alle forze laiche e democratiche afghane come RAWA (RevolutionaryAssociation of the Women of Afghanistan, http://www.rawa.org/index.php) e Hambastagi (Solidarity Party of Afghanistan, http://hambastagi.org/new/en/);
  • dicano “basta” a imperialismo, militarismo, fascismo e fondamentalismo religioso e smettano di usare i diritti delle donne per altri interessi;
  • cessino la politica di contenimento delle migrazioni fondata sull’esternalizzazione e la militarizzazione delle frontiere e cancellino qualsiasi pratica di respingimentoe detenzione;
  • organizzino corridoi umanitari e ponti aerei per l’evacuazione immediata di coloro che sono in pericolo;
  • blocchino, anche attraverso il disinvestimento nell’industria degli armamenti, il ciclo perverso delle “guerre infinite” che imprigiona l’Afghanistan e buona parte delle popolazioni del Medioriente;
  • istituiscanoun osservatorio speciale per il monitoraggio delle violazioni dei diritti delle donne e dei diritti umani in Afghanistan;
  • cessino di ubbidire in silenzio ai diktat degli Stati Uniti e di partecipare alle loro guerre, che portano solo più fondamentalismo, più emigrazione, più povertà; rendano conto del loro operato in questi lunghi 20 anni di guerra in Afghanistan.

COSTRUIAMO INSIEME UNA RETE MONDIALE DI DONNE RESISTENTI

Il gruppo afghano più importante per la difesa dei diritti delle donne

L’articolo è stato pubblicato su il Post il 31 agosto 2021

Dagli anni Settanta in Afghanistan esiste un gruppo autorganizzato impegnato nella lotta per i diritti delle donne, per la loro autodeterminazione e quella del loro paese: si chiama RAWA, Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane, e da sempre lavora in clandestinità. Da quarant’anni RAWA – che ai progetti concreti di sostegno e aiuto affianca un intenso lavoro politico – racconta la condizione delle donne afghane, al di là della narrazione retorica, paternalistica o strumentale spesso dominante nel dibattito occidentale.

La storia di RAWA, organizzazione femminista fondata nel 1977 che divenne presto un movimento femminile di resistenza all’occupazione sovietica, dice molto dell’Afghanistan degli ultimi decenni, così come della situazione e della resistenza delle donne afghane.

Le donne di RAWA
RAWA venne fondata nel 1977 dall’attivista Meena Keshwar Kamal, uccisa nel 1987 a Quetta, in Pakistan, dagli agenti afghani dell’allora KGB, i servizi segreti sovietici. Nacque come movimento per i diritti delle donne e presto diventò un’organizzazione di resistenza all’occupazione sovietica, che sarebbe cominciata un paio di anni dopo. Tra le altre cose organizzò marce e incontri pubblici, aprì scuole, un ospedale e centri di artigianato per le rifugiate e per sostenere finanziariamente le donne afghane. In diverse occasioni rappresentò anche il movimento afghano di resistenza ai sovietici in giro per il mondo.

RAWA non fu presa di mira solo dai sovietici: divenne obiettivo anche degli attacchi di molti gruppi fondamentalisti islamici del paese, che proponevano per lo più un’idea di Afghanistan in cui la religione era dominante e in cui i diritti delle donne non venivano garantiti per nulla: un’idea quindi molto lontana dal modello democratico e laico promosso da RAWA.

Molte attiviste del gruppo furono uccise anche negli anni successivi al ritiro sovietico dall’Afghanistan (1989) e precedenti all’instaurazione del regime talebano (1996), durante la guerra civile che fu combattuta da diverse milizie di mujaheddin responsabili di una lunga serie di crimini e violenze contro civili, minoranze e donne. Ricordando quel periodo, e le attiviste uccise, RAWA ha scritto sul suo sito: «Il nostro atteggiamento senza compromessi contro questi due nemici del nostro popolo ci è costato caro. […] Ma noi abbiamo resistito con forza continuando a difendere i nostri principi, nonostante i colpi mortali subiti».

RAWA continuò chiaramente a opporsi alle forze al governo anche con l’arrivo dei talebani, che causò un ulteriore peggioramento della condizione delle donne, ma non solo. Dopo l’invasione americana dell’Afghanistan del 2001, RAWA denunciò l’occupazione militare degli Stati Uniti e l’appoggio che l’Occidente iniziò a dare a gruppi e governi che da una parte si opponevano ai talebani, ma dall’altra continuavano a violare gravemente i diritti delle donne.

Cosa fa RAWA
Per garantire la sicurezza del gruppo, le donne di RAWA hanno sempre lavorato in clandestinità: ancora oggi firmano le comunicazioni in modo collettivo, si presentano con degli pseudonimi ai media o alle conferenze che tengono in giro per il mondo e non usano mai la sigla RAWA per i loro progetti. «La loro attività», racconta Laura Quagliuolo del CISDA, il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane che da anni lavora e sostiene RAWA, «non è mai stata gradita a nessuno: hanno dovuto proteggersi sempre, anche negli ultimi vent’anni di occupazione statunitense e di presunta democrazia».

In RAWA, spiega Quagliuolo «si entra solo se si è donne e solo se si è passate attraverso una certa formazione politica». Non si sa con esattezza quante attiviste ne facciano parte: «Un po’ di anni fa loro ci parlavano di 2 mila donne, ma ce ne sono moltissime altre che se non sono direttamente inserite in RAWA lavorano comunque con loro». Il movimento sembra avere una buona rete in diverse province dell’Afghanistan e ogni sei mesi organizza una riunione tra tutte le attiviste, che tra loro comunicano attraverso vari servizi di messaggistica, molto poco via mail.

Negli anni, RAWA – che è attiva anche in Pakistan – ha aperto orfanotrofi e avviato circoli femminili di discussione, ha fondato scuole e ha organizzato corsi di alfabetizzazione, ha avviato progetti di aiuto per le centinaia di migliaia di vedove di guerra che per necessità si sono date alla prostituzione e ha operato nei campi profughi di Pakistan e Afghanistan, affiancando ai progetti concreti anche campagne di denuncia e un lavoro politico quotidiano e molto radicale.

Quagliuolo racconta come nei circoli femminili creati da RAWA si discuta di diritti delle donne, di resistenza, di istruzione e di partecipazione sociale. E come nelle scuole di alfabetizzazione, organizzate segretamente e spesso a domicilio, non si insegni solo a leggere e a scrivere: «Sono corsi qualificanti: si dice alle donne quali sono i loro diritti e come fare a rivendicarli in famiglia. E tantissime di quelle donne sono diventate a loro volta insegnanti di altre donne», allargando la rete.

Nei campi profughi, RAWA ha organizzato gruppi mobili di medici per curare principalmente le donne con problemi finanziari e ha gestito corsi di pronto soccorso per ragazze e donne alfabetizzate. Quagliuolo ha detto: «Sono poi riuscite a dare in gestione alle donne dei pollai per vendere uova, polli, per allevare pulcini, mentre il loro progetto più recente è quello dei campi di zafferano nella zona di Herat: è stata formata una cooperativa di donne che hanno imparato le tecniche di coltivazione, si sono professionalizzate e hanno creato i bulbi per fare altri campi». Alcune di loro, grazie a questi lavori, si sono pagate gli studi o sono potute emergere da situazioni di violenza e di povertà.

A partire dal 1981, con lo scopo di diffondere le loro opinioni, i loro obiettivi e di dare alle donne afghane consapevolezza sociale e politica, RAWA ha iniziato a pubblicare una rivista politica bilingue, in persiano e pashtu, che si chiama Payam-e-Zan, cioè “il messaggio delle donne”. Per anni, racconta Quagliuolo, «le attiviste di RAWA hanno attraversato il confine tra Pakistan e Afghanistan per distribuirla: è un giornalino formato mignon, minuscolo, che potevano nascondere in gran quantità sotto il burqa, che nessuno poteva alzare. Conteneva commenti politici o storie di donne che avevano subito violenza».

Tra il 1996 e il 2001, le attiviste di RAWA hanno lavorato per far conoscere i crimini del regime talebano anche all’estero, filmandoli con piccole telecamere nascoste sotto il burqa: «Facevano le esecuzioni allo stadio e le attiviste di RAWA andavano a riprenderle, con enormi rischi per la loro sicurezza», ha detto Quagliuolo.

Uno dei video, usato poi dai media di tutto il mondo, fu girato proprio da loro nel 1999: mostrava l’esecuzione pubblica di una donna, poi identificata come Zarmina, madre di sette figli e accusata di aver ucciso il marito. Venne portata sul retro di un camioncino fino allo stadio, le venne ordinato di sedersi e un giovane soldato talebano le sparò da dietro tre colpi alla testa. Quelle immagini diventarono «il simbolo senza volto e senza nome della barbarie talebana in Afghanistan», scrisse allora il New York Times.

Il sistema di lavoro di RAWA
Il sistema di lavoro di RAWA, racconta Quagliuolo, è «con le donne, dal basso»: si basa sulla convinzione che nessuno possa liberare nessuna, che le nazioni non possano esportare i «diritti delle donne» o la «democrazia» e che siano le donne a dover lottare per loro stesse.

Sono posizioni che per esempio emergono su alcuni temi molto discussi in Occidente, come quello del velo islamico. Secondo RAWA, il rifiuto del velo è una forma simbolica di resistenza e di sfida ai fondamentalisti, ma allo stesso tempo le sue attiviste difendono il fatto che indossarlo o meno debba essere una questione personale: culturale e non religiosa, e sulla quale nessuno dovrebbe avere il diritto di interferire, né per imporlo né per toglierlo.

In queste ultime due settimane, dopo il ritiro militare degli Stati Uniti dall’Afghanistan e il ritorno al potere dei talebani, il tema dei diritti delle donne afghane, e della loro liberazione, è stato citato e ripreso moltissimo dai giornali e politici occidentali, anche italiani. Molti hanno descritto le donne afghane esclusivamente come vittime da salvare e da portare lontano, senza conoscere la reale condizione femminile nel paese degli ultimi 40 anni.

In un’intervista al Manifesto pubblicata pochi giorni fa, RAWA ha detto che è comprensibile che molte persone vogliano lasciare il paese, ma ha aggiunto che per loro «fuggire» non è la soluzione: «Occorre rimanere e lottare contro il regime».

Insieme ad Hambastagi, il Partito di Solidarietà fondato nel 2004, laico, democratico e indipendente, RAWA ha sempre sostenuto l’esistenza di una “terza via”, che si allontanasse sia dai governi afghani dei fondamentalisti religiosi sia dalle forze occupanti straniere (sovietiche o statunitensi); ha promosso quindi l’idea di un Afghanistan libero, basato su principi democratici e garante della libertà di pensiero, di religione, di espressione politica e dei diritti delle donne.

Sulla questione religiosa RAWA ha posizioni molto chiare. Secondo Quagliuolo, «tra loro [le attiviste] c’è qualche praticante e sono per la libertà di culto, ma hanno sempre detto che la religione deve essere relegata alla sfera privata e che non deve diventare uno strumento politico, così come accade, invece, per i fondamentalisti». RAWA ha detto che soltanto un governo laico «può impedire che la religione dell’Islam venga usata come mezzo regressivo nelle mani di fanatici».

Riguardo al modo in cui i talebani applicano la legge islamica, RAWA ha scritto che sotto il loro ultimo regime, dal 1996 al 2001, la visione delle donne secondo il fondamentalismo islamico (che in sostanza le vede «come sub-umani, adatte solo alla schiavitù domestica e alla procreazione») fu elevata allo status di politica ufficiale.

Sotto i talebani, riassume l’organizzazione, le donne erano totalmente private del diritto all’istruzione, del diritto al lavoro, del diritto di muoversi o viaggiare; ma anche del diritto alla salute (nessuna donna poteva essere visitata da un dottore maschio, la pianificazione familiare era fuori legge, le donne non potevano essere operate da team chirurgici se un uomo ne faceva parte), di quello a rivolgersi a un tribunale (potevano farlo solo attraverso un parente prossimo maschio e la testimonianza di una donna valeva la metà di quella di un uomo) e del diritto allo svago (tutti i ritrovi ricreativi e sportivi per le donne furono proibiti, le cantanti non potevano cantare perché le loro voci avrebbero “corrotto” gli uomini).

Le donne, in sostanza, erano private del diritto di essere degli esseri umani: «Non potevano mostrare il loro viso in pubblico a uomini estranei alla famiglia, né indossare vestiti dai colori sgargianti o truccarsi, non potevano portare scarpe col tacco che fa rumore, nel timore che il suono dei loro passi corrompesse i maschi, non potevano viaggiare in veicoli privati insieme a passeggeri maschi, non avevano il diritto di parlare a voce alta in pubblico, non potevano ridere forte poiché ciò avrebbe tentato gli uomini, e così via».

I diritti delle donne, prima e dopo i talebani
Le donne di RAWA raccontano anche che negli ultimi decenni, prima e dopo i talebani, i diritti delle donne non sono mai stati di fatto garantiti: né durante gli anni di governo dei mujaheddin, al potere dopo la fine dell’invasione sovietica, né negli ultimi vent’anni di governi afghani appoggiati dai paesi occidentali.

Gli ultimi vent’anni sono stati anche quelli dei governi di Hamid Karzai e di Ashraf Ghani, durante i quali sono tornate sulla scena politica con incarichi ufficiali molte figure di alto livello implicate nei principali crimini di guerra e violazioni dei diritti umani che ebbero luogo all’inizio degli anni Novanta. E sono stati gli anni durante i quali gli Stati Uniti – pur avendo utilizzato in modo strumentale l’oppressione delle donne come argomentazione per il loro intervento militare nel paese – hanno appoggiato «i fondamentalisti dell’Alleanza del Nord per combattere un’altra fazione fondamentalista: i talebani», dice RAWA, anche se tra le due non ci sarebbe alcuna differenza ideologica: «La gente di tutto il mondo dovrebbe sapere che il venir meno del dominio dei talebani in Afghanistan non ha mai comportato la fine delle orribili sofferenze delle nostre donne».

L’invasione statunitense e il successivo cambio di regime hanno sì portato a un miglioramento dei diritti delle donne, ma solo in alcune e limitate zone del paese: in altre gli stupri, le lapidazioni, i rapimenti, i test di verginità, la prostituzione e i matrimoni forzati e quelli delle minori non si sono mai fermati, come testimoniano diverse storie di donne e bambine.

Alcune di queste, negli ultimi anni, sono state riprese anche sui giornali internazionali e italiani: per esempio quella di Amina, una donna di 29 anni accusata di adulterio e pubblicamente lapidata a morte nel 2005 sulla base della decisione di un tribunale distrettuale nella provincia settentrionale del Badakhshan; o quella di Sahar Gul, costretta da bambina a sposarsi e incatenata dai genitori del marito in un seminterrato, lasciata senza cibo e torturata perché non voleva lavorare come prostituta per loro, nel 2012; o, ancora, la storia di Sitara, a cui furono tagliati naso e labbra dal marito, nel 2013.

Diversi rapporti di Human Rights Watch e altre organizzazioni per i diritti umani hanno raccontato di donne incarcerate per «crimini morali», arrestate per «sesso praticato al di fuori del matrimonio» anche se erano state stuprate, e di donne condannate per aver tentato la fuga da un marito violento. Ed è vero, dice ancora RAWA, che nei vari governi che si sono succeduti durante l’occupazione statunitense la presenza delle donne in parlamento è aumentata – notizia che dai media occidentali è stata presentata come un grande risultato – «ma la maggior parte di queste donne erano le peggiori nemiche dei diritti femminili e della democrazia, e si sono comportate come marionette nelle mani dei signori della guerra».

E ora, resistenza
Da quando, lo scorso 15 agosto, i talebani sono tornati al potere in Afghanistan, RAWA ha preso di nuovo parola attraverso un’intervista alla Afghan Women’s Mission, associazione statunitense che collabora con il gruppo dal 2000. L’intervista si può leggere tradotta in italiano su Pasionaria.it.

Tra le altre cose, RAWA ha commentato il passaggio sulla libertà delle donne durante la prima conferenza stampa dal portavoce dei talebani, accolta positivamente da alcuni media occidentali: «Il portavoce dei talebani ha dichiarato che non c’è una differenza tra la loro ideologia del 1996 e quella odierna. E ciò che dicono riguardo ai diritti delle donne è la frase esatta usata durante la loro terribile e precedente dittatura: la sharia è vaga, e viene interpretata in modo differente dai singoli regimi islamici per giustificare i loro scopi politici e le loro leggi».

Il tentativo dei talebani di presentarsi al mondo come interlocutori autorevoli, conclude RAWA, è dunque solo una «farsa» e «la loro reale natura di fondamentalisti islamici, misogini, disumani, barbari, reazionari, antidemocratici e antiprogressisti» non cambierà. Alla stessa conclusione sono arrivati molti osservatori e studiosi, fin da subito scettici della nuova faccia moderata mostrata dai talebani.

Nelle ultime ore, il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane ha contattato diverse attiviste di RAWA e ha fatto sapere che «per adesso, sono al sicuro». Ciò che le donne di RAWA hanno chiesto a chi sta fuori dall’Afghanistan è il non riconoscimento, da parte dei paesi occidentali, del regime dei talebani. Dicono che le donne afghane hanno sviluppato una coscienza politica, e che la loro organizzazione porterà avanti la lotta: perché «nessuna oppressione, tirannia o violenza potrà fermare la resistenza».

talebani hanno picchiato i miei bambini all’aeroporto

Un afgano ha raccontato al Cisda perché non è riuscito a imbarcarsi per l’Europa. Sfiorare la salvezza e non riuscire ad afferrarla. È quanto è capitato, ieri all’aeroporto di Kabul, alla famiglia di Ahmed (nome di fantasia per tutelare l’identità di un nostro conoscente). Nonostante avessero diritto ad accedere a uno dei voli verso un paese europeo, Ahmed, la moglie e i due bambini non ci sono riusciti a causa della calca e delle violenze dei talebani e hanno dovuto rinunciare a partire. Ora temono ritorsioni.
Questo il drammatico messaggio di Ahmed al Cisda (Coordinamento italiano sostegno donne afgane onlus).
“Io, mia moglie e i miei figli siamo andati all’aeroporto di Kabul nelle prime ore del mattino per essere evacuati. Abbiamo attraversato l’inferno. Non trovo le parole per descrivere la situazione.
Migliaia di persone cercano di entrare in aeroporto. Le ore che abbiamo trascorso lì erano un incubo. Ci sono stati momenti in cui eravamo senza fiato, mentre le persone spingevano e tiravano.
Molti avevano aspettato per giorni fuori dall’aeroporto. Abbiamo cercato continuamente di avvicinarci al cancello, ma persino spostarci di un centimetro era difficile. Tutti stavano cercando di fuggire dal paese, ma non sapevano come entrare nell’aeroporto. Mia moglie e i nostri due bambini hanno dovuto assistere alle scene peggiori della loro vita.”
“Come padre, è stato il momento più difficile, perché stavo facendo del mio meglio per portarli al sicuro dall’altra parte del muro verso un futuro migliore, ma assistevo alla loro
paura mentre venivamo picchiati senza pietà. I miei figli non avevano mai visto i talebani, ma ora hanno sperimentato la loro brutalità. Mi sentivo impotente, perché non potevo proteggerli mentre venivano picchiati. Ho dovuto supplicare i talebani di risparmiare almeno i bambini. I proiettili sono stati sparati indiscriminatamente e chiunque avrebbe potuto essere colpito. Non riuscivo a trattenere le lacrime, perché non avevo mai immaginato che i miei figli e la mia famiglia avrebbero vissuto l’umiliazione che avevo vissuto io 25 anni fa.”

“Mia moglie, laureata in legge e attivista, è stata picchiata sulla testa e si è sentita umiliata anche nell’animo. Mi ha detto che non aveva la forza di alzarsi in piedi dopo aver visto il nostro bambino impallidire e sul punto di svenire per la paura.
Mia figlia e mio figlio mi stringevano forte le mani. Piangevano, mi dicevano che saremmo stati uccisi e mi chiedevano di tornare a casa. Il mio bambino non riusciva a respirare per la paura e ho pensato che lo stavo perdendo. Mia figlia non urlava più. Le uscivano solo lacrime che le rigavano le guance.”
“Ho provato in tutti i modi a contattare qualcuno per chiedere aiuto, ma non è stato possibile. La mia famiglia ha attraversato l’inferno; inferno non è nemmeno la parola giusta. Volevo portarli lontano dal pericolo, invece li ho messi in pericolo e ora sono traumatizzati.”
“Da quando abbiamo lasciato l’aeroporto, la mia famiglia è così spaventata! I miei bambini temono che i talebani bussino alla porta, ci portino via e ci uccidano. Sto cercando di consolarli, ma le nostre vite sono a rischio e non so quali saranno le conseguenze, dopo che i talebani hanno visto che abbiamo tentato di imbarcarci e poi siamo tornati a casa.
Non volevo che i miei figli subissero quello che ho passato io 25 anni fa, nel brutale periodo dei talebani al potere. Le scene di oggi all’aeroporto mi hanno riportato alla mente quei ricordi.”
“C’è un grande peso sul mio cuore. Come proteggerò la mia famiglia? La vita è ingiusta. Forse abbiamo i giorni contati e non so quando busseranno alla nostra porta.
Ringrazio chi ha tentato di farci uscire dal paese, ma credo che questo non sia il modo giusto. All’aeroporto ci siamo sentiti come gettati di fronte ai lupi e ognuno faceva del suo meglio per sopravvivere. Ma siamo esseri umani, nessuno dovrebbe combattere contro gli altri e calpestare donne e bambini. Vogliamo un’evacuazione dignitosa!
So che più a lungo resteremo a Kabul, più sarà pericolosa la situazione che dovremo affrontare, ma, vedendo la mia famiglia traumatizzata e rischiando di perdere i miei figli nel caos, dopo più di 20 ore di attesa non abbiamo potuto fare altro che tornare a casa.”

Lettera aperta alle istituzioni nazionali, europee e internazionali

La situazione va irrimediabilmente e drammaticamente precipitando in Afghanistan. Mentre appaiono evidenti le responsabilità in primo luogo di chi ha intrapreso e sostenuto la guerra e condotto 20 anni di occupazione in Afghanistan, riteniamo adesso necessaria un’azione rapida e coordinata da parte dell’Italia e dell’Europa per evitare ulteriori disastri umani e sociali: una iniziativa per facilitare un rapido rientro in dignità e sicurezza della popolazione civile che chiede di abbandonare il paese, sentendosi in pericolo e altre iniziative tese a proteggere chi decide di restare nel paese o non può fare altrimenti.

Non bastano le dichiarazioni e gli appelli al rispetto delle vite, bisogna agire concretamente.
L’attenzione dell’Italia e dell’Europa verso l’Afghanistan non può cessare con la fine della presenza militare internazionale così come l’impiego di risorse non può terminare per i risultati fallimentari, compreso il processo di cosiddetta democratizzazione nell’ultimo ventennio.
Lo dichiarano a chiare lettere anche gli esperti indipendenti delle Nazioni Unite nel loro comunicato congiunto1 ricordando che la comunità internazionale, dopo vent’anni di lavoro nella repubblica islamica dell’Afghanistan, non può oggi dimenticare gli sforzi compiuti per ridare dignità alle vite dei cittadini e delle cittadine afgane. Lo stesso comunicato, richiamando il ruolo del Consiglio ONU sui Diritti Umani di cui l’Italia fa parte, ricorda agli Stati Membri la necessità di mantenere aperti i propri confini al fine di accogliere i richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan, garantendo altresì aiuto umanitario tanto ai rifugiati che agli sfollati interni.
In questo momento bisogna rispondere all’urgenza umanitaria e facilitare quindi l’uscita di tutti coloro che a qualsiasi titolo abbiano collaborato con il personale civile o militare straniero, i gruppi più vulnerabili o che possano risultare invisi al governo talebano, al di là della loro propaganda.

  1. “[…] We recall that over two decades of sustained partnership between the international community and the Islamic Republic of Afghanistan have steadfastly aimed to support the people of Afghanistan. In this moment, we should not forget or ignore the achievements and progress made to advance full and dignified lives for all the people in Afghanistan […]”. https://srdefenders.org/afghanistan-un-experts-urge-swift-global-action-to-protect-human-rightsand-prevent-civilian-slaughter/
    Primi tra tutti i difensori e gli attivisti ed attiviste per i Diritti Umani. La protezione ed il sostegno ai difensori dei diritti umani è impegno che il nostro paese ha preso formalmente nel candidarsi al
    seggio a rotazione al Consiglio ONU per i Diritti Umani e parte integrante della politica estera del paese.
    Chiediamo che l’Italia e l’Europa si impegnino per una evacuazione immediata senza esclusioni, accogliendo subito tutti coloro che fuggono dal paese, in particolare, le donne nubili o sole con figli, ragazze e bambine, persone LGBTI, le attiviste e gli attivisti per i Diritti Umani, le giornaliste e giornalisti, avvocate e avvocati, insegnanti, studenti, tutti coloro che hanno collaborato in
    programmi umanitari e di sviluppo con le organizzazioni internazionali e che si erano maggiormente esposti risultando oggi bersagli tanto più facili per la violenza talebana.
    L’Europa e l’Italia promuovano dunque in tempi utili allo scopo corridoi umanitari per i rifugiati provenienti dall’Afghanistan, li accolgano con generosità, nel rispetto della legalità e con il sostegno ai paesi di primo ingresso. Proponiamo quindi di:
  • Modificare con urgenza la normativa in modo da permettere l’ingresso in Italia in esenzione di visto;
  • Trasferire nell’immediato le competenze al rilascio dei visti alle autorità consolari italiane presenti nei paesi limitrofi;
  • Mantenere o ristabilire quanto prima un presidio diplomatico per facilitare le richieste di asilo dei cittadini e delle cittadine afghane che non riusciranno a mettersi in salvo
    nell’immediato;
  • Garantire l’evacuazione immediata di tutti coloro che erano in attesa di partire a seguito di autorizzazione per ricongiungimento familiare o già in possesso di permesso ad altro titolo e si trovano adesso impossibilitati a lasciare il paese;
  • Bloccare i rimpatri verso l’Afghanistan

Occorre tuttavia guardare anche oltre l’emergenza attuale e considerare chi resta nel paese determinato a continuare a lottare per i diritti umani e con grandi necessità materiali.
Riteniamo che il nostro paese debba prendere una posizione chiara e pubblica in sostegno alle proposte dei Relatori Speciali ed attivarsi in seno al Consiglio ONU affinchè le stesse vengano appoggiate dagli stati membri.
Oltre alle misure di sostegno a chi decide o è forzato a lasciare il paese, i Relatori Speciali raccomandano le seguenti iniziative che andranno sostenute anche dal nostro paese:

  • a. l’invio rapido di una missione in Afghanistan per valutare la situazione sul campo e informare il Consiglio su violazioni dei diritti umani, e le relative responsabilità inclusi crimini di guerra,
    crimini contro l’umanità e genocidio.
  • b. sostenere l’Alto Commissario per i Diritti Umani nei suoi sforzi per prevenire nuove ulteriori e sistematiche violazioni dei diritti umani creando un meccanismo internazionale di monitoraggio e verifica
  • c. sostenere le attività dei Relatori Speciali a tal riguardo
  • d. prestare particolare attenzione alla protezione dei più vulnerabili, bambini e bambine, donne e ragazze, Internally Displaced Persons, disabili, difensori dei diritti umani, giornalisti e media, avvocati e avvocate, attori della società civile, utilizzando tutte le capacità politiche e diplomatiche del Consiglio al fine di contribuire alla protezione di tali gruppi

È inoltre urgente sostenere anche economicamente le associazioni per i diritti delle donne e per i diritti umani in generale e con programmi e azioni di cooperazione internazionale civile la popolazione afgana che resterà nel paese esposta a rischi di violenza e discriminazioni. A questo scopo va potenziata/ripristinata la collaborazione con le organizzazioni della società civile che continueranno strenuamente a lottare per i diritti, come nel caso di RAWA e altre associazioni di donne e di difesa dei diritti umani. È il tempo della solidarietà.

Agosto 2021
Firmano le seguenti associazioni della Rete In Difesa Di:
AIDOS, AOI, ARCI, CGIL, CISDA, CIPSI, COSPE, Centro Diritti Umani Antonio Papisca (Univ. Padova), Cultura è Libertà, Forum Trentino per la pace e i diritti umani, Giuristi democratici, HRIC,
ISCOS, Lega per i Diritti dei Popoli, Osservatorio Solidarietà della Carta di Milano, Terra Nuova, Un Ponte Per, YAKU

Aderiscono:
AssopacePalestina, Associazione Orlando Bologna

Le seguenti associazioni della Società della Cura:
ATTAC Italia, Alleanza per il clima, la cura della terra, la giustizia sociale, Amici della Ludoteca Aps, Associazione culturale Punto Rosso, Associazione AltraMente, Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, Associazione Le Nove, Associazione Tiapaia (TN), Associazione Alma Terra (Mola di Bari), Associazione L’Altra Europa (Lab.VE), Associazione Albatros Lab. Teatrale e Centro Solidarietà (Alba), FAIR, IFE, Presidio Europa NoTAV, Casa dei Circoli, culture e popoli (Ceriale), ComuneRoero OdV, Comunità La Collina (Serdiana), Cobas Scuola VE, Centro Giorgio La Pira, Comitato Stop TTIP (UD), Gruppo di acquisto solidale del Parco (MI), Gruppo Femm SdC, Deposito dei Segni, Tempi di Fraternità (AT), Laudato Sì, Medicina Democratica, Comitato Fermiamo la guerra e Rete antirazzista (FI), Comitato Milanese Acqua Pubblica, Pacifiste/i dell’ora di silenzio per la Pace, Un’Altra storia Aps, Shaharazad Aps, Pressenza, ONG 2.0, Unione Forense per la tutela dei diritti, WILPF Italia

CISDA: la nuova vita clandestina delle combattenti afghane per la libertà

Rosalba Reggio de Il Sole24ore intervista Gabriella Gagliardo, presidente di CISDA, Coordinamento Italiano di Sostegno alle Donne Afghane Onlus.

E’ una realtà difficile quella che le donne afghane stanno affrontando nel loro Paese, a causa del ritiro definitivo delle forze armate americane. Il nuovo regime talebano sta facendo tornare la popolazione indietro nel tempo, cancellando i limitati diritti guadagnati faticosamente nel tempo. Le donne che si sono più esposte per la libertà rischiano la vita e vivono in clandestinità, mantenendo aperti i canali di comunicazione con le reti di aiuto ed esortando le studentesse a studiare per non perdere l’occasione di un futuro migliore.

Radio Popolare – Intervista a Cristiana Cella e Gabriella Gagliardo – CISDA

Un Afghanistan che non si conosce ma che continua a tener vivo un pezzo fondamentale della società civile afghana: è quello delle organizzazioni laiche e progressiste guidate da donne. Ne parliamo con Cristiana Cella e Gabriella Gagliardo, attiviste di CISDA, che ci presentano anche la Staffetta Femminista Italia – Afghanistan.

(dal minuto 6:10)

Ascolta il podcast