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Afghanistan 2025 – Sopravvivere sotto il regime talebano

Pubblicazione: 6 Novembre 2025

Oblio è la parola che definisce la condizione della popolazione afghana oggi. Dimenticata dai media, dimenticata dalle istituzioni internazionali, abbandonata al proprio destino sotto il tallone del regime fondamentalista, criminale e misogino talebano.

22,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria per sopravvivere. 14,8 milioni di persone in Afghanistan (circa un terzo della popolazione) soffrono di insicurezza alimentare acuta. 3,5 milioni di bambini sotto i 5 anni affetti da malnutrizione acuta, con un aumento del 20% rispetto al 2024. 1,2 milioni di donne incinte o in allattamento sono a rischio di malnutrizione acuta. Sono solo alcuni dei dati relativi alle stime sul 2025 rilasciati da varie organizzazioni internazionali, dall’OCHA, all’UNICEF, al World Food Program, solo per citarne alcune.

Il sistema sanitario è in condizioni talmente disastrose da lasciare il 72% della popolazione rurale senza accesso a servizi sanitari primari e secondari.

Una catastrofe che ha le sue radici nella corruzione degli esponenti dei governi passati, sostenuti da NATO e ONU, durante i quali della pioggia di miliardi di dollari in aiuti umanitari e di sostegno allo sviluppo, solo poche gocce sono arrivate alla popolazione (che oltretutto nelle aree controllate dai Talebani, e non solo, doveva sottostare a varie forme di estorsione).

Con il ritorno dei Talebani al potere, parte degli aiuti che arrivano nel Paese viene intercettata dai Talebani in vario modo e trattenuta. Le organizzazioni internazionali finiscono infatti in qualche modo per “trattare” la loro presenza sul campo, ma è difficile pensare che la soluzione sia la sospensione totale degli aiuti, come fatto dall’amministrazione Trump nel febbraio 2025.

Ad aggravare la situazione vi è il fatto che l’Afghanistan è altamente soggetto a pericoli naturali, le cui frequenza e intensità sono esacerbate dagli effetti del cambiamento climatico e dai limiti strutturali nella mitigazione dell’impatto dei disastri. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) nel 2024 sono stati oltre 500.000 gli sfollati a causa di inondazioni, siccità e altri disastri attribuibili al cambiamento climatico. Ad essere più esposti a tali rischi sono le donne, i bambini e le comunità rurali che vivono nei territori più remoti. Allo stesso tempo l’Afghanistan deve misurarsi con una delle più gravi siccità che abbia mai visto.

Non ultimo l’impatto sulla fragile società afghana del ritorno degli oltre 2,43 milioni di migranti afghani rimpatriati dal Pakistan e dall’Iran tra settembre 2023 e aprile 2025.

Leggi e tecnologia per calpestare i diritti umani

La Costituzione del 2004 è stata sospesa e, con un definitivo colpo di spugna, tutte le norme e i regolamenti redatti dall’ex Repubblica sono stati automaticamente abbandonati perché contrari alla sharia. I vari editti e decreti sono stati consolidati nella “Legge per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” promulgata nel luglio 2024, i cui 35 articoli formalizzano e ampliano restrizioni già in vigore. Inoltre, la Legge conferisce al Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (PVPV) un ruolo esecutivo nel far rispettare tali disposizioni, con la definizione dei muhtaseeb ossia agenti incaricati di far rispettare la legge, superando il precedente ruolo consultivo.

“L’oppressione sistematica di genere è stata ulteriormente ampliata e istituzionalizzata attraverso nuove misure, tra cui la cosiddetta Legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Lo spazio civico in Afghanistan ha continuato a ridursi drasticamente, con i Talebani che impediscono ai media e alle organizzazioni della società civile di operare liberamente, mentre giornalisti, attivisti, accademici, scrittori e artisti sono esposti a gravi rischi di detenzione arbitraria e maltrattamenti. Le minoranze subiscono emarginazione, sottorappresentazione, discriminazione e mancanza di protezione. Vi è un rischio maggiore di matrimoni precoci, lavoro minorile, abusi e tratta di esseri umani”, afferma Richard Bennet, Relatore speciale dell’ONU sui diritti umani in Afghanistan, nella sua relazione del febbraio 2025.

Una repressione facilitata dal sistema HIIDE (Handheld Interagency Identity Detection Equipment), basato su dispositivi biometrici portatili che consentono di confrontare i principali tipi di dati biometrici (impronte digitali, scansione dell’iride e riconoscimento facciale) con una banca dati centrale. Originariamente sviluppato e distribuito dalle forze armate statunitensi per identificare sospetti, detenuti, combattenti nemici, personale militare o civile, dopo il ritiro degli americani diversi rapporti suggeriscono che i Talebani abbiano acquisito dispositivi HIIDE abbandonati che contenevano, o potevano accedere, a dati sensibili su collaboratori afghani delle forze NATO, personale militare e civile, giornalisti, attivisti e traduttori.

Un giovane ragazzo afghano rifugiatosi in Italia con la sua famiglia, impegnata politicamente, ci ha raccontato il momento del passaggio di frontiera con il Pakistan: “È stato duro, molto duro. Per tutto il viaggio da Jalalabad alla frontiera pensavo che se alla frontiera avessero avuto le macchinette per il rilevamento delle impronte digitali e avessero preso le impronte a mia madre e mio padre tutto sarebbe finito. Non sapevo cosa potesse succedere. La prima volta che sono andato legalmente in Pakistan alla frontiera non avevano questi apparecchi, speravo che non li avessero neanche questa volta …ero molto spaventato perché se avessero avuto gli apparecchi tutto sarebbe finito lì, alla frontiera. Ma per fortuna non li avevano”.

I Talebani hanno implementato un vasto sistema di sorveglianza a Kabul, installando circa 90.000 telecamere di videosorveglianza in tutta la città (contro le 850 presenti prima del 2021). Le telecamere, di fabbricazione cinese, sono dotate di funzionalità di riconoscimento facciale e possono identificare caratteristiche come età, genere, presenza di barba o copertura del volto; in condizioni favorevoli, possono zoomare su individui a chilometri di distanza. Un centro operativo centrale monitora in tempo reale le immagini provenienti da tutta Kabul, permettendo alle forze di polizia di intervenire rapidamente in caso di attività ritenute sospette. Alcuni residenti di Kabul hanno riferito di essere stati obbligati a contribuire economicamente all’installazione delle telecamere nelle loro aree, con minacce di interruzione dei servizi essenziali in caso di rifiuto.

E le attiviste di RAWA ci hanno detto: “Le città sono fortemente militarizzate. I Talebani sono molto ben equipaggiati… hanno armi, tecnologia, e con questi equipaggiamenti più moderni e sofisticati cercano di spaventare la popolazione. Le perquisizioni sono frequenti: rovistano dappertutto, anche tra i vestiti delle donne, nelle loro cose. È il loro modo di terrorizzare la popolazione, di mostrare il loro controllo totale”.

L’espansione del sistema di sorveglianza a Kabul rappresenta una delle più estese implementazioni di controllo urbano e, sebbene le autorità talebane sostengano che l’obiettivo sia la riduzione della criminalità, il suo utilizzo è un formidabile sistema di controllo della popolazione, con evidenti rischi per le libertà civili e i diritti umani. “Sono dappertutto. In tutte le strade e nelle case. Lo hanno ordinato appena arrivati. Ogni immobile deve avere la sua, a spese dei condomini. La guardia, una specie di portiere, deve badare a tenerle sempre accese. Se vogliono sapere qualcosa è obbligato a mostrar loro i video. Per la strada le installano loro. Per questo dobbiamo essere assolutamente irriconoscibili”, ci dice Shakiba, l’attivista afghana che CISDA ha recentemente ospitato in Italia. “C’è di buono che spesso manca l’elettricità”, aggiunge con un sorriso amaro.

L’abisso delle donne afghane e la persecuzione delle persone LGBT+

Segregate in casa, costrette al silenzio, vittime di una società già storicamente discriminante nei confronti delle ragazze e delle donne, le afghane sono ripiombate nell’incubo del primo periodo talebano (1996-2001). Già da settembre 2021, contravvenendo a qualsiasi promessa fatta nel corso degli accordi di Doha, è iniziata la discriminazione nei loro confronti e oggi la vita delle donne è contraddistinta da divieti e obblighi che le rinchiudono in una soffocante prigione.

Come vedremo nelle pagine focalizzate sui singoli aspetti, alle imposizioni del governo si affianca un aumento della violenza domestica, compresi i matrimoni forzati e infantili, che trova le sue radici nella società tradizionale afghana e che rimane ormai totalmente impunita. Inoltre, permane un forte senso di insicurezza e instabilità perché l’applicazione dei decreti è incoerente e imprevedibile, vengono emessi e attuati da autorità diverse, rendendo così più difficile per le donne sapere cosa è permesso e cosa non lo è.

E il drammatico epilogo di questa situazione è dimostrato dall’elevato numero di suicidi tra le ragazze e le donne afghane: secondo un’indagine di Afghan Witness, tra aprile 2022 e febbraio 2024 sono stati documentati 195 casi di suicidio femminile, con un’incidenza particolarmente elevata tra le minoranze etniche e le donne precedentemente detenute dai Talebani.

Gli afghani LGBT+ continuano a essere perseguitati sulla base del loro orientamento sessuale e della loro identità di genere. La Legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio ne sancisce ulteriormente la criminalizzazione e il Relatore Speciale dell’ONU ha continuato a documentare casi di arresti e detenzioni arbitrarie, torture e maltrattamenti, inclusa la violenza sessuale, di persone LGBT+ da quando i Talebani hanno ripreso il potere.

E gli attentati terroristici non si placano

La situazione degli attentati terroristici in Afghanistan nel 2025 rimane critica, nonostante una diminuzione complessiva delle vittime rispetto agli anni precedenti. Il gruppo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (ISIS-K) continua a rappresentare una minaccia significativa, con attacchi mirati sia contro civili sia contro le autorità talebane.

Tra gli attentati più clamorosi del 2024, quello dell’11 dicembre dove l’attentatore suicida è riuscito ad entrare nel Ministero per i Rifugiati e il Rimpatrio del regime talebano e farsi esplodere uccidendo il ministro Khalil ur-Rahman Haqqani, figura di spicco del regime.

Non esistono dati aggregati e completi sulle attività del gruppo terroristico, ma guardando la Cronologia pubblicata in queste pagine si può notare che è uno stillicidio continuo, a conferma che la promessa di garanzia di sicurezza interna fatta dai Talebani al loro ritorno a Kabul non è stata mantenuta (gli unici attentati terroristici che si sono fermati sono quelli compiuti dai Talebani stessi fino all’agosto 2021).

“I Talebani avevano fatto passare il messaggio che non ci sarebbe più stata criminalità e ci sarebbe stata più sicurezza. Ma non è così, tutto continua come prima”, ci dice un attivista di Hambastagi, la sola differenza è che i Talebani hanno chiuso quasi tutti i media e quindi è più difficile sapere quello che succede.

Inoltre, l’Afghanistan sta diventando un vero e proprio hub di riferimento per i terroristi islamisti di tutto il mondo.

L’opposizione ai Talebani

Non esiste un’opposizione organizzata e unita al regime talebano mentre sono presenti vari gruppi armati, una resistenza che però risulta frammentata e in parte riconducibile a quegli stessi “signori della guerra” dei sanguinosi anni che hanno preceduto la comparsa dei Talebani nel 1996. Nel periodo tra novembre 2024 e gennaio 2025, l’ONU ha registrato un totale di 91 attacchi attribuiti alla resistenza con azioni come imboscate a convogli talebani, attacchi a posti di controllo e operazioni mirate contro obiettivi strategici.

Continua invece in clandestinità la resistenza di organizzazioni come RAWA, HAWCA e Hambastagi che, tra mille difficoltà, cercano di opporsi all’oppressione talebana (come vedremo nelle storie raccontate di seguito) soprattutto sostenendo la popolazione, fornendo istruzione alle ragazze cui è negata, supportando le donne la cui libertà è costantemente calpestata.

Il governo talebano e la comunità internazionale

Ad agosto 2025, l’unico paese che ha ufficialmente riconosciuto il governo dei Talebani in Afghanistan è la Russia. La mossa ufficiale ha portato a compimento un processo di riconoscimento de facto che il paese di Putin aveva intrapreso da tempo, stabilendo relazioni diplomatiche e accettando diplomatici nominati dai Talebani. Un comportamento nel quale è in compagnia di Cina, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Iran, Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan e India. Il Qatar, infine, svolge un ruolo chiave come mediatore e interlocutore diplomatico con il regime talebano.

I paesi confinanti, o storicamente connessi con l’Afghanistan come la Russia, oltre che da motivazioni economiche o strategiche sono mossi anche dalla comune preoccupazione che l’Afghanistan diventi rifugio e incubatore di movimenti jihadisti nell’area. E quale rimedio migliore del sostegno economico?

Per ora sembra essere la Cina la meglio posizionata, ma le risorse naturali afghane fanno gola a molti. Secondo l’Istituto Geologico degli Stati Uniti (Usgs), nel sottosuolo afghano potrebbero essere presenti fino a 60 milioni di tonnellate di rame e 2,2 miliardi di tonnellate di ferro, oltre a cobalto, oro e altri metalli preziosi. Ma soprattutto 1,4 milioni di tonnellate del nuovo oro delle società digitali, le cosiddette terre rare, come litio, lantanio, cerio, neodimio.

Avere contatti con i Talebani interessa un po’ a tutti e in questa nuova edizione del Dossier abbiamo dedicato un articolo proprio alla questione del riconoscimento internazionale del governo talebano.

I paesi occidentali devono però fare i conti con la propria opinione pubblica, sebbene le coscienze degli occidentali si siano alquanto assopite negli ultimi anni: UE e ONU hanno dichiarato di condizionare il riconoscimento del cosiddetto Emirato islamico dell’Afghanistan al rispetto dei diritti umani, di quelli di donne e ragazze e alla costruzione di un governo inclusivo per genere ed etnia. Ma, dicono le attiviste di RAWA, “un governo ‘inclusivo’ sarebbe una catastrofe. Significherebbe includere esponenti del passato regime, fondamentalisti e misogini quanto i Talebani. E, proprio in quanto tali, disposti a condividere con loro il potere. E non sarebbe un vantaggio per le donne afghane nemmeno se tra loro sedessero anche esponenti femminili, legate a quelle famiglie e a quei partiti: la loro presenza servirebbe solo a legittimare il sistema vigente, senza portare alcuna differenza sostanziale”.

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