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L’ipocrisia dell’Unione europea

Mentre continua a proclamarsi campione mondiale dei diritti umani, l’Unione Europea ha appena compiuto uno dei passi più controversi e politicamente ambigui degli ultimi anni: accogliere una delegazione talebana nel cuore dell’Europa per discutere di rimpatri, migrazione e cooperazione consolare. Una scelta che segna un precedente pericoloso e che rischia di trasformare la realpolitik europea in una clamorosa resa alle richieste talebane.

Il 23 giugno una delegazione di cinque rappresentanti talebani, guidata dal portavoce del ministero degli Esteri Abdul Qahar Balkhi, è stata ricevuta nella capitale europea per colloqui ufficialmente definiti “tecnici”. Secondo Bruxelles, l’obiettivo era discutere il ritorno di cittadini afghani privi di diritto di soggiorno nell’UE. Ma la versione fornita dagli stessi Talebani racconta una realtà molto diversa: ripristino dei servizi consolari, misure di fiducia reciproca e nuove forme di cooperazione politica. In altre parole, non semplici procedure amministrative, ma un dialogo che porta inevitabilmente con sé una dimensione diplomatica.

Ed è proprio qui che emerge l’ipocrisia dell’Unione europea.

Per anni Bruxelles ha sostenuto che qualsiasi forma di riconoscimento del regime talebano sarebbe stata subordinata a condizioni precise: rispetto dei diritti umani, tutela delle donne, inclusività politica e garanzie fondamentali per la popolazione afghana – e l’ultima di queste dichiarazioni è avvenuta pochi giorni fa al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Nessuna di queste condizioni è stata soddisfatta. Al contrario.

Dal ritorno al potere nell’agosto 2021 i Talebani hanno cancellato l’istruzione femminile oltre il livello primario, escluso le donne da gran parte del lavoro pubblico, limitato drasticamente ogni loro libertà, instaurando un sistema che, sempre più diffusamente nell’opinione pubblica e nelle istituzioni internazionali, e dalla stessa Unine europea, viene descritta apertamente come apartheid di genere, messa in atto da un governo fondamentalista che non deve essere riconosciuto formalmente, né agevolato nei fatti. Eppure oggi le istituzioni europee hanno deciso di contraddire tutti i principi dichiarati.

Le voci contrarie

La parlamentare europea Hannah Neumann è stata tra le voci più dure contro questa decisione. Il suo messaggio è semplice e dirompente nella sua chiarezza: non esistono colloqui “tecnici” con i Talebani. Ogni invito, ogni visto, ogni incontro ufficiale costituisce un segnale politico. E il segnale inviato questa settimana è che i Talebani possono ottenere accesso alle istituzioni europee senza aver cambiato di una virgola le proprie politiche repressive.

La questione centrale è che i Talebani non cercano soltanto accordi amministrativi. Cercano legittimità internazionale.

Dopo quasi cinque anni di isolamento diplomatico, qualsiasi fotografia di gruppo a Bruxelles, qualsiasi comunicato che parli di incontri con funzionari europei, diventa propaganda preziosa per Kabul. Il messaggio che il regime può trasmettere alla propria popolazione e ai sostenitori internazionali è semplice: l’Europa ci riceve, l’Europa tratta con noi, l’Europa ci considera interlocutori.

Le organizzazioni per i diritti umani lo hanno capito perfettamente. Amnesty International ha definito “sconsiderata” l’idea di costruire accordi di deportazione con un regime che continua a violare sistematicamente i diritti fondamentali e ha chiesto di interrompere ogni cooperazione finalizzata ai rimpatri forzati verso l’Afghanistan.

Anche un gruppo di parlamentari europei, ex parlamentari afghani e attivisti ha denunciato il rischio di normalizzazione del regime talebano. In una lettera aperta alle istituzioni europee, i firmatari hanno ricordato che il movimento islamista non ha rispettato nessuno dei criteri fissati dall’UE per l’avvio di relazioni ufficiali. Hanno inoltre avvertito che la cooperazione sui rimpatri potrebbe trasformarsi in una sorta di ricatto politico: concessioni diplomatiche in cambio della collaborazione sul controllo migratorio.

L’Afghanistan non è un paese sicuro

Ma c’è un altro elemento che rende questa vicenda ancora più inquietante.

 

Mentre Bruxelles discute di deportazioni, le Nazioni Unite continuano a documentare arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e persecuzioni sotto il regime talebano. Lo stesso relatore speciale dell’ONU per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, ha ricordato che il principio di non-respingimento vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali esiste un rischio concreto di persecuzione o tortura. Nessuna assicurazione fornita dalle autorità talebane è credibile e può annullare tale rischio.

E invece in questi giorni l’UE ha approvato in grande spolvero un nuovo regolamento sui rimpatri che facilita e rende più rapide e uniformi le procedure per espellere i migranti che non ci fanno comodo.

Come può l’Unione Europea sostenere contemporaneamente che l’Afghanistan sia troppo pericoloso per riconoscere il governo talebano ma sufficientemente sicuro per deportarvi migliaia di persone?

È una contraddizione che sta alla base dell’intera politica estera europea.

Da paria a interlocutori

Dietro questa contraddizione si intravede la crescente pressione interna sui governi. L’immigrazione è diventata uno dei temi più sensibili del dibattito politico europeo e molti esecutivi cercano strumenti per aumentare le espulsioni dei richiedenti asilo respinti. E’ in questa logica che i Talebani vengono trasformati da paria internazionali a interlocutori necessari.

Ma il rischio è che i principi vengano sacrificati alla politica securitaria.

Bruxelles insiste nel sostenere che questi incontri non equivalgono a un riconoscimento formale.

Tecnicamente è vero, politicamente no. Perché nella diplomazia internazionale i simboli contano quanto i documenti ufficiali. Perciò quando un regime accusato di repressione sistematica viene ricevuto nelle istituzioni europee, il messaggio che arriva al mondo è chiaro.

L’Europa può continuare a ripetere che non sta legittimando i Talebani. Ma ogni incontro, ogni visto e ogni tavolo negoziale raccontano una realtà diversa, di compromissione con il regime talebano, nella quale la difesa dei diritti umani rischia di diventare negoziabile quando entra in conflitto con le esigenze della politica migratoria.

Come ha affermato Bennett, l’incontro tra funzionari europei e rappresentanti talebani a Bruxelles rappresenta “un insulto alle donne afghane”. Questo è il punto: mentre milioni di donne e ragazze afghane sono private dell’istruzione, escluse dalla vita pubblica, dal lavoro e dalla partecipazione politica, i loro oppressori vengono ricevuti nelle capitali europee come interlocutori legittimi.

La presenza dei Talebani a Bruxelles non è un semplice incontro tecnico, ma il simbolo di una comunità internazionale che rischia di abituarsi all’apartheid di genere imposto dal regime e di considerarlo un fatto compiuto anziché una violazione da combattere.

 

 

Una piazza per le donne e il popolo dell’Afghanistan

“Libertà per le donne afghane!”

“Istruzione, Lavoro, Libertà”

“Coraggio, Dignità, Libertà”

“Free, free, afghan woman!”

“Azadi! Libertà!”

Questi alcuni degli slogan intonati in Piazza Santi Apostoli (Roma) durante la manifestazione “Donne di Herat – Istruzione Lavoro Libertà” dello scorso 21 giugno. Una manifestazione organizzata, soprattutto, dalla comunità afghana italiana – la maggior parte residente a Roma, ma non solo – con l’aiuto e la partecipazione di diverse organizzazioni e associazioni vicine alle donne e al popolo dell’Afghanistan.

La manifestazione si apre con un minuto di silenzio in ricordo di tutte le vittime dell’Afghanistan dei Talebani, con particolare enfasi sugli ultimi avvenimenti di Herat, in cui alcune donne sono state maltrattate e imprigionate per aver presumibilmente violato il codice di abbigliamento talebano; dopo questo episodio donne e uomini si sono riversati in una protesta tra le strade di Herat, accolti però dalla repressione dei Talebani, che hanno aperto il fuoco uccidendo una donna e un bambino (vittime confermate), e ferendo altri manifestanti. Un silenzio carico di emozione e di commozione e che racchiude, in realtà, dentro di sé un grido di stanchezza, rabbia, denuncia, forza, voglia e necessità di cambiamento.

Al silenzio si susseguono poi voci, contributi, testimonianze e rappresentazioni legati da un unico filo rosso: la solidarietà e la vicinanza alle donne dell’Afghanistan, la denuncia forte e decisa nei confronti dei Talebani e il loro regime di terrore, la mobilitazione civile che a gran voce si oppone a qualsiasi forma di apertura verso il regime e la resistenza di un popolo che si batte per un Afghanistan libero.

Le voci e la presenza delle associazioni e organizzazioni – come il Cisda, la Comunità di Sant’Egidio, Binario 15, Associazione Nawroz, Nove Caring Humans, Amnesty International, Partito Radicale – si sono susseguite alla voce e alla presenza dei singoli – come Stefano Liberti, Zahra Tofigh e Lucia Mazzanti (quest’ultima in veste di mediatrice dell’intero evento). Voci che hanno raccontato dell’Afghanistan, che hanno portato la voce diretta e indiretta delle donne e del popolo afghano, che hanno raccontato del proprio lavoro e del proprio contributo in solidarietà con le donne e con la comunità dell’Afghanistan e che hanno ampliato il grido di resistenza e di protesta.

Ma le vere e i veri protagonisti sono state donne, ragazze, uomini e ragazzi afghani presenti alla manifestazione. Studentesse e studenti, attiviste e attivisti, rappresentanti di associazioni e organizzazioni, famiglie con le proprie bambine e i propri bambini; sono le testimonianze dirette di un popolo che soffre e ha sofferto, di donne e ragazze che hanno vissuto sulla propria pelle la privazione e negazione di ogni diritto fondamentale, di uomini e ragazzi che vogliono sconfiggere la narrazione tossica e patriarcale dei Talebani, di artiste e artisti che con la propria arte e con le proprie rappresentazioni hanno raccontato l’incubo di vivere sotto un regime di terrore, di privazione, di morte. La loro voce e le loro testimonianze sono state accompagnate da letture di poesie e racconti, da canti e da balli, da piccole ma potenti messe in scene teatrali, da grida e da gesti – il più emblematico: il “Signal For Help” internazionale (palmo rivolto verso l’interlocutore, pollice piegato all’interno e chiusura e apertura delle altre dita) utilizzato come gesto silenzioso per comunicare una situazione di pericolo, utilizzato soprattutto dalle donne in dinamiche di violenza.

Voci, gesti e testimonianze di persone che sono riuscite a scappare dall’Afghanistan, ma che non per questo hanno dimenticato il loro popolo e le loro donne, e che cercano tutti i giorni di essere vicine e vicini a quel popolo e a quelle donne, di far sentire la loro voce, di battersi affinché più persone e donne possano scappare…ma soprattutto battersi affinché quel popolo e quelle donne possano liberarsi, una volta per tutte, dal terrore e dalla violenza del regime talebano e possano tornare a godere dei propri diritti e tornare a respirare e a vivere in un paese finalmente libero.

Tanti i cartelli e gli striscioni: slogan e frasi che richiamano la lotta e la libertà del popolo dell’Afghanistan, messaggi di solidarietà e vicinanza alle donne afghane, denunce dirette contro i Talebani, una lista di tutti i divieti emanati dai Talebani e che gravano sulla vita e sui corpi delle donne afghane, messaggi di pace, di resilienza e di resistenza. E infine un grande striscione bianco, su cui bambine e bambini afghani hanno colorato e disegnato, facendo sentire anche la loro piccola – ma non per questo meno grande ed importante – voce per le donne e per un popolo che molti di loro non hanno neanche avuto modo di incontrare.

Un coro di voci, di presenze e di contributi che hanno animato una piazza intera per quasi 3 ore e che ci ha tenuto a mandare un messaggio forte e chiaro: vicinanza e solidarietà al popolo e alle donne dell’Afghanistan, appoggio alla liberazione di un popolo contro un regime di terrore e di violenza, e opposizione alla complicità e al silenzio di gran parte della comunità e delle istituzioni europee e internazionali.

La resistenza ad Herat: un aggiornamento da Hambastagi

Su quanto sta accadendo a Herat, riceviamo e pubblichiamo questo aggiornamento che ci arriva direttamente dalle nostre compagne e compagni di همبستگی Solidarity (Hambastagi)

L’aggiornamento di Hambastagi

“I talebani stanno diventando sempre più brutali. Picchiano, imprigionano e fanno sparire donne in tutto il paese con il pretesto di un “hijab non conforme”.

La popolazione di Herat si è ribellata a questo comportamento barbaro e ha condannato questi crimini, gridando a gran voce “Pane, lavoro, libertà!”.

I talebani hanno risposto sparando, uccidendo una donna e ferendone molte altre. Hanno sparato contro le donne che protestavano, uccidendo una donna e un bambino e ferendone molti altri.

Il popolo afghano crede che questa rivolta segnerà l’inizio della fine di questo regime disumano, reazionario e medievale, poiché il coraggio e la resistenza degli uomini e delle donne di Herat possono ispirare rivolte di liberazione in tutto il paese.”

Il racconto di RAWA

Già Rawa News aveva pubblicato un articolo su quanto è accaduto a Herat il 9 giugno in cui spiegava che è scoppiata nel quartiere di Jebrail, a Herat, una delle più significative proteste contro il regime talebano degli ultimi mesi, dove centinaia di persone sono scese in strada dopo l’arresto di diverse giovani donne da parte del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, la cosiddetta polizia morale talebana.

Secondo fonti locali, almeno nove ragazze sarebbero state fermate il 7 giugno senza una motivazione chiara, nonostante rispettassero le rigide norme sull’abbigliamento imposte dalle autorità. I talebani non hanno fornito spiegazioni ufficiali né reso noto il luogo di detenzione delle donne.

La protesta si è rapidamente trasformata in una manifestazione contro le crescenti restrizioni imposte dal regime. I partecipanti hanno scandito slogan come «Istruzione, Lavoro, Libertà» e «Pane, Lavoro, Libertà», chiedendo il rilascio delle detenute e il rispetto dei diritti fondamentali.

La risposta delle autorità è stata immediata. Secondo numerosi testimoni, le forze talebane hanno aperto il fuoco contro la folla pochi minuti dopo l’inizio della manifestazione. Video diffusi sui social media mostrano uomini armati mentre sparano, colpiscono i manifestanti con bastoni e inseguono i civili. In uno dei filmati più condivisi si vedrebbe un combattente talebano sparare contro una donna che indossava l’hijab.

Le fonti locali riferiscono di almeno due morti e ventidue feriti. Tra questi figurerebbero anche due adolescenti di 14 e 16 anni colpiti da arma da fuoco. Diversi altri civili, compreso un bambino, sarebbero rimasti feriti. Più di dieci persone sarebbero inoltre state arrestate durante e dopo gli scontri, anche se il numero esatto non è stato confermato.

La repressione è proseguita nelle ore successive. Residenti della zona riferiscono di una vasta operazione di rastrellamento condotta dai talebani nel quartiere di Jebrail, con pattuglie impegnate a identificare i partecipanti alla protesta. Alcuni cittadini sospettati di aver filmato gli eventi sarebbero stati arrestati nelle proprie abitazioni. Secondo altre testimonianze, le forze di sicurezza avrebbero visitato gli ospedali della città per individuare e fermare i manifestanti feriti.

I talebani non hanno finora rilasciato dichiarazioni ufficiali sulle sparatorie, sulle vittime o sugli arresti che hanno dato origine alla protesta. Gli eventi di Herat rappresentano tuttavia un nuovo segnale del crescente malcontento che attraversa parte della società afghana, in particolare tra donne e giovani, colpiti dalle restrizioni imposte dal regime all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica.

Emergenza Afghanistan: un messaggio da Hawca

L’Afghanistan continua a vivere una delle più gravi emergenze umanitarie degli ultimi anni. Dietro numeri e statistiche ci sono milioni di persone che ogni giorno affrontano povertà, disoccupazione, malnutrizione e condizioni di vita sempre più difficili. A subire le conseguenze più pesanti sono soprattutto le donne, colpite da restrizioni diffuse che limitano fortemente l’accesso al lavoro e alle opportunità economiche.

Condividiamo con voi una testimonianza ricevuta da HAWCA, una delle associazioni afghane con cui collaboriamo:

Cari amici,

La situazione attuale in Afghanistan, in particolare per le donne, è estremamente difficile e preoccupante. Le diffuse restrizioni e la mancanza di opportunità lavorative hanno aggravato la povertà, ridotto il reddito delle famiglie e peggiorato le condizioni socioeconomiche. Le conseguenze sono evidenti: aumento della malnutrizione, diffusione delle malattie e crescente vulnerabilità di madri e bambini.

Grazie al prezioso sostegno e alla collaborazione di CISDA, siamo riusciti a distribuire aiuti alimentari a numerose famiglie particolarmente vulnerabili. È stato motivo di grande soddisfazione poter rispondere ad alcuni dei loro bisogni più urgenti e offrire un aiuto concreto. Allo stesso tempo, però, siamo rimasti profondamente colpiti dalle difficoltà che queste famiglie affrontano quotidianamente.

La maggior parte delle persone incontrate vive in condizioni di estrema povertà e deve fare i conti con malattie, disoccupazione e mancanza di beni essenziali. Molte famiglie necessitano di un sostegno continuativo e sostenibile, poiché non dispongono di alcuna fonte di reddito e si prendono cura di bambini piccoli, anziani o persone con problemi di salute.

In diversi casi ci è stato raccontato di lunghi periodi trascorsi senza cibo sufficiente e in condizioni estremamente precarie. Questo dimostra quanto sia urgente non solo garantire aiuti di emergenza, ma anche sviluppare programmi di sostegno duraturo e di autonomia economica che possano aiutare le famiglie a ricostruire il proprio futuro.

Vi siamo sinceramente grati per il vostro continuo sostegno e per la collaborazione. Grazie al vostro aiuto possiamo raggiungere un numero sempre maggiore di famiglie vulnerabili e contribuire a migliorare le loro condizioni di vita.

Grazie ancora per la vostra generosità e il vostro impegno.

Questa testimonianza si conclude con un sentito ringraziamento che desideriamo estendere a tutte le persone che sostengono il nostro lavoro. Grazie a chi continua a non dimenticare le donne afghane, che ogni giorno affrontano con coraggio sfide enormi e continuano a lottare per la propria dignità, i propri diritti e il proprio futuro.

Una voce dall’Afghanistan: le amiche di Rawa ci informano

La guerra in corso contro l’Iran ha avuto conseguenze rilevanti in tutta la regione, a causa delle ripercussioni derivanti dall’interruzione del transito del petrolio, in particolare attraverso lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’Afghanistan ne sta risentendo in modo ancora più diretto, poiché il conflitto ha provocato anche l‘interruzione di importanti rotte commerciali.

Da mesi, a seguito delle tensioni e dei conflitti tra Afghanistan e Pakistan, le vie di transito sono state chiuse, determinando un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità, che arrivavano prevalentemente attraverso quel percorso.

L’Iran ha tradizionalmente rappresentato una seconda importante via commerciale, ma ora anche questo canale è stato interrotto, causando un ulteriore aumento dei costi delle merci importate, in particolare del carburante. In un contesto caratterizzato da povertà diffusa e alta disoccupazione, questi sviluppi hanno aggravato la crisi economica e peggiorato ulteriormente le condizioni di vita della popolazione.

Inoltre, il ritorno di un gran numero di migranti dall’Iran, insieme alla continua espulsione di afghani dal Pakistan, ha sottoposto la società a ulteriori pressioni. Molti rimpatriati non riescono a trovare né un lavoro né un alloggio. A Kabul, i prezzi degli affitti sono aumentati fino a superare quelli registrati durante il precedente governo, e trovare una casa è diventato estremamente difficile.

Le autorità talebane non hanno assunto responsabilità concrete nell’affrontare questi problemi, sostenendo che il sostentamento della popolazione non rientri tra i loro compiti. Di conseguenza, la popolazione si trova ad affrontare difficoltà sempre più gravi e diffuse.

Per quanto riguarda le tensioni tra Pakistan e Afghanistan, è importante sottolineare che le principali vittime degli attacchi transfrontalieri sono i civili, non i talebani. Nelle province di confine, come Kunar e Nuristan, molti residenti sono stati costretti a lasciare le proprie case e, nelle aree più remote, le difficoltà di accesso hanno provocato gravi carenze di beni essenziali e, in alcuni casi, condizioni prossime alla carestia.

Allo stesso tempo, le crescenti tensioni tra i talebani e il Pakistan, dovute anche ai cambiamenti negli equilibri regionali, sono degenerate fino a sfociare in scontri lungo il confine. I talebani, privi di un ampio sostegno popolare, sembrano sfruttare queste tensioni per presentarsi come difensori della sovranità nazionale. Tuttavia, il costo umano di questo conflitto continua a ricadere soprattutto sulla popolazione civile.

Nessuna legittimità dall’Europa a chi massacra i diritti delle donne e delle bambine

Le dichiarazioni di principio sono una cosa, gli interessi politici un’altra, anche per l’Unione
europea.

Il Parlamento europeo ha fin dall’inizio condannato i talebani e le loro politiche
fondamentaliste contro i diritti umani, negando sempre il riconoscimento del governo
talebano de facto. In questo modo, l’Unione europea si è presentata come paladina dei
valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di
diritto e del rispetto dei diritti umani, coerentemente con la propria storia e identità politica.
Una crescente distanza tra principi e pratiche politiche.

Tuttavia, questa attenzione dichiarata alla difesa dei diritti delle donne e del popolo
afghano appare sempre meno coerente con alcune scelte politiche concrete adottate in
questa fase sia dagli Stati membri sia dalle istituzioni europee. Infatti, osservando
provvedimenti, dichiarazioni e iniziative rivolte ai migranti afghani, emerge una direzione
diversa: accanto alle prese di posizione ufficiali, si sono sviluppati contatti e colloqui con i
rappresentanti del governo talebano finalizzati a facilitare i rimpatri degli afghani ritenuti
“indesiderati”, anziché esercitare una reale pressione per l’allentamento delle loro politiche
repressive.

In questo quadro, la crescente pressione dell’opinione pubblica europea a favore di un
contenimento dei flussi migratori ha contribuito a trasformare il rifiuto formale del
riconoscimento del governo talebano in un dialogo sempre più pratico e operativo. Ne è un
esempio la progressiva normalizzazione dei contatti tecnici, che hanno finito per sostituire
il negato riconoscimento politico con relazioni di fatto con delegati talebani e con
l’accettazione di ambasciatori designati da Kabul.

Si arriva così all’annuncio dell’invito della Commissione europea a rappresentanti
talebani per un incontro “tecnico” a Bruxelles, previsto per giugno, volto a discutere la
possibilità di espulsione di cittadini afghani presenti in Europa. Secondo il portavoce
Markus Lammert, si tratterebbe di un “incontro di follow-up”, successivo ai colloqui già
svolti in Afghanistan, nell’ambito del dialogo operativo sui rimpatri.

Il rischio di legittimazione politica

Un incontro, tuttavia, fortemente contestato. Il Relatore speciale sui diritti umani in
Afghanistan per le Nazioni Unite, Bennett, ha espresso preoccupazione per il rischio che
qualsiasi forma di rimpatrio possa violare il principio di non respingimento, alla luce delle
diffuse violazioni dei diritti umani. Anche la diaspora afghana e numerose organizzazioni
per i diritti umani hanno denunciato l’iniziativa come un tradimento dei diritti fondamentali.
Sul piano politico, la maggior parte delle forze europee ha sottolineato come non esistano
incontri realmente “tecnici”, poiché ogni contatto rischia di contribuire a una
normalizzazione del regime talebano e a conferirgli una legittimità indiretta.
Riconoscere anche solo indirettamente una qualche legittimità ad attori che violano
sistematicamente i principi dell’Unione europea finisce per indebolirne l’autorevolezza
morale e la credibilità come garante dei diritti fondamentali.

Anche Cecilia Strada – nel video che pubblichiamo – ha esortato a non fare alcun
compromesso con i talebani e invitato la Commissione a desistere dai colloqui.

Una diplomazia silenziosa di avvicinamento di fatto

Le contestazioni hanno portato il 21 maggio il Parlamento europeo a esprimere una
posizione contraria all’iniziativa, nell’ambito della delibera che condanna il Codice giuridico
adottato dai talebani e, più in generale, contro il riconoscimento del loro governo e per un
impegno a riconoscere l’Apartheid di genere come crimine contro l’umanità.
Tuttavia, l’invito non è stato ritirato. L’iniziativa si inserisce infatti in un processo di
avvicinamento graduale, spesso definito “tecnico” o “pragmatico”, che si traduce in una
diplomazia silenziosa fatta di piccoli passi e contatti informali.

Dietro la definizione di “dialogo tecnico” si nasconde l’ambiguità della attuale fase politica
europea: il difficile tentativo di mantenere l’equilibrio tra il rifiuto formale di legittimare i
talebani e la volontà di interagire con loro su questioni operative come i rimpatri.