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Afghanistan 2025 – Sopravvivere sotto il regime talebano

Oblio è la parola che definisce la condizione della popolazione afghana oggi. Dimenticata dai media, dimenticata dalle istituzioni internazionali, abbandonata al proprio destino sotto il tallone del regime fondamentalista, criminale e misogino talebano.

22,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria per sopravvivere. 14,8 milioni di persone in Afghanistan (circa un terzo della popolazione) soffrono di insicurezza alimentare acuta. 3,5 milioni di bambini sotto i 5 anni affetti da malnutrizione acuta, con un aumento del 20% rispetto al 2024. 1,2 milioni di donne incinte o in allattamento sono a rischio di malnutrizione acuta. Sono solo alcuni dei dati relativi alle stime sul 2025 rilasciati da varie organizzazioni internazionali, dall’OCHA, all’UNICEF, al World Food Program, solo per citarne alcune.

Il sistema sanitario è in condizioni talmente disastrose da lasciare il 72% della popolazione rurale senza accesso a servizi sanitari primari e secondari.

Una catastrofe che ha le sue radici nella corruzione degli esponenti dei governi passati, sostenuti da NATO e ONU, durante i quali della pioggia di miliardi di dollari in aiuti umanitari e di sostegno allo sviluppo, solo poche gocce sono arrivate alla popolazione (che oltretutto nelle aree controllate dai Talebani, e non solo, doveva sottostare a varie forme di estorsione).

Con il ritorno dei Talebani al potere, parte degli aiuti che arrivano nel Paese viene intercettata dai Talebani in vario modo e trattenuta. Le organizzazioni internazionali finiscono infatti in qualche modo per “trattare” la loro presenza sul campo, ma è difficile pensare che la soluzione sia la sospensione totale degli aiuti, come fatto dall’amministrazione Trump nel febbraio 2025.

Ad aggravare la situazione vi è il fatto che l’Afghanistan è altamente soggetto a pericoli naturali, le cui frequenza e intensità sono esacerbate dagli effetti del cambiamento climatico e dai limiti strutturali nella mitigazione dell’impatto dei disastri. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) nel 2024 sono stati oltre 500.000 gli sfollati a causa di inondazioni, siccità e altri disastri attribuibili al cambiamento climatico. Ad essere più esposti a tali rischi sono le donne, i bambini e le comunità rurali che vivono nei territori più remoti. Allo stesso tempo l’Afghanistan deve misurarsi con una delle più gravi siccità che abbia mai visto.

Non ultimo l’impatto sulla fragile società afghana del ritorno degli oltre 2,43 milioni di migranti afghani rimpatriati dal Pakistan e dall’Iran tra settembre 2023 e aprile 2025.

Leggi e tecnologia per calpestare i diritti umani

La Costituzione del 2004 è stata sospesa e, con un definitivo colpo di spugna, tutte le norme e i regolamenti redatti dall’ex Repubblica sono stati automaticamente abbandonati perché contrari alla sharia. I vari editti e decreti sono stati consolidati nella “Legge per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” promulgata nel luglio 2024, i cui 35 articoli formalizzano e ampliano restrizioni già in vigore. Inoltre, la Legge conferisce al Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (PVPV) un ruolo esecutivo nel far rispettare tali disposizioni, con la definizione dei muhtaseeb ossia agenti incaricati di far rispettare la legge, superando il precedente ruolo consultivo.

“L’oppressione sistematica di genere è stata ulteriormente ampliata e istituzionalizzata attraverso nuove misure, tra cui la cosiddetta Legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Lo spazio civico in Afghanistan ha continuato a ridursi drasticamente, con i Talebani che impediscono ai media e alle organizzazioni della società civile di operare liberamente, mentre giornalisti, attivisti, accademici, scrittori e artisti sono esposti a gravi rischi di detenzione arbitraria e maltrattamenti. Le minoranze subiscono emarginazione, sottorappresentazione, discriminazione e mancanza di protezione. Vi è un rischio maggiore di matrimoni precoci, lavoro minorile, abusi e tratta di esseri umani”, afferma Richard Bennet, Relatore speciale dell’ONU sui diritti umani in Afghanistan, nella sua relazione del febbraio 2025.

Una repressione facilitata dal sistema HIIDE (Handheld Interagency Identity Detection Equipment), basato su dispositivi biometrici portatili che consentono di confrontare i principali tipi di dati biometrici (impronte digitali, scansione dell’iride e riconoscimento facciale) con una banca dati centrale. Originariamente sviluppato e distribuito dalle forze armate statunitensi per identificare sospetti, detenuti, combattenti nemici, personale militare o civile, dopo il ritiro degli americani diversi rapporti suggeriscono che i Talebani abbiano acquisito dispositivi HIIDE abbandonati che contenevano, o potevano accedere, a dati sensibili su collaboratori afghani delle forze NATO, personale militare e civile, giornalisti, attivisti e traduttori.

Un giovane ragazzo afghano rifugiatosi in Italia con la sua famiglia, impegnata politicamente, ci ha raccontato il momento del passaggio di frontiera con il Pakistan: “È stato duro, molto duro. Per tutto il viaggio da Jalalabad alla frontiera pensavo che se alla frontiera avessero avuto le macchinette per il rilevamento delle impronte digitali e avessero preso le impronte a mia madre e mio padre tutto sarebbe finito. Non sapevo cosa potesse succedere. La prima volta che sono andato legalmente in Pakistan alla frontiera non avevano questi apparecchi, speravo che non li avessero neanche questa volta …ero molto spaventato perché se avessero avuto gli apparecchi tutto sarebbe finito lì, alla frontiera. Ma per fortuna non li avevano”.

I Talebani hanno implementato un vasto sistema di sorveglianza a Kabul, installando circa 90.000 telecamere di videosorveglianza in tutta la città (contro le 850 presenti prima del 2021). Le telecamere, di fabbricazione cinese, sono dotate di funzionalità di riconoscimento facciale e possono identificare caratteristiche come età, genere, presenza di barba o copertura del volto; in condizioni favorevoli, possono zoomare su individui a chilometri di distanza. Un centro operativo centrale monitora in tempo reale le immagini provenienti da tutta Kabul, permettendo alle forze di polizia di intervenire rapidamente in caso di attività ritenute sospette. Alcuni residenti di Kabul hanno riferito di essere stati obbligati a contribuire economicamente all’installazione delle telecamere nelle loro aree, con minacce di interruzione dei servizi essenziali in caso di rifiuto.

E le attiviste di RAWA ci hanno detto: “Le città sono fortemente militarizzate. I Talebani sono molto ben equipaggiati… hanno armi, tecnologia, e con questi equipaggiamenti più moderni e sofisticati cercano di spaventare la popolazione. Le perquisizioni sono frequenti: rovistano dappertutto, anche tra i vestiti delle donne, nelle loro cose. È il loro modo di terrorizzare la popolazione, di mostrare il loro controllo totale”.

L’espansione del sistema di sorveglianza a Kabul rappresenta una delle più estese implementazioni di controllo urbano e, sebbene le autorità talebane sostengano che l’obiettivo sia la riduzione della criminalità, il suo utilizzo è un formidabile sistema di controllo della popolazione, con evidenti rischi per le libertà civili e i diritti umani. “Sono dappertutto. In tutte le strade e nelle case. Lo hanno ordinato appena arrivati. Ogni immobile deve avere la sua, a spese dei condomini. La guardia, una specie di portiere, deve badare a tenerle sempre accese. Se vogliono sapere qualcosa è obbligato a mostrar loro i video. Per la strada le installano loro. Per questo dobbiamo essere assolutamente irriconoscibili”, ci dice Shakiba, l’attivista afghana che CISDA ha recentemente ospitato in Italia. “C’è di buono che spesso manca l’elettricità”, aggiunge con un sorriso amaro.

L’abisso delle donne afghane e la persecuzione delle persone LGBT+

Segregate in casa, costrette al silenzio, vittime di una società già storicamente discriminante nei confronti delle ragazze e delle donne, le afghane sono ripiombate nell’incubo del primo periodo talebano (1996-2001). Già da settembre 2021, contravvenendo a qualsiasi promessa fatta nel corso degli accordi di Doha, è iniziata la discriminazione nei loro confronti e oggi la vita delle donne è contraddistinta da divieti e obblighi che le rinchiudono in una soffocante prigione.

Come vedremo nelle pagine focalizzate sui singoli aspetti, alle imposizioni del governo si affianca un aumento della violenza domestica, compresi i matrimoni forzati e infantili, che trova le sue radici nella società tradizionale afghana e che rimane ormai totalmente impunita. Inoltre, permane un forte senso di insicurezza e instabilità perché l’applicazione dei decreti è incoerente e imprevedibile, vengono emessi e attuati da autorità diverse, rendendo così più difficile per le donne sapere cosa è permesso e cosa non lo è.

E il drammatico epilogo di questa situazione è dimostrato dall’elevato numero di suicidi tra le ragazze e le donne afghane: secondo un’indagine di Afghan Witness, tra aprile 2022 e febbraio 2024 sono stati documentati 195 casi di suicidio femminile, con un’incidenza particolarmente elevata tra le minoranze etniche e le donne precedentemente detenute dai Talebani.

Gli afghani LGBT+ continuano a essere perseguitati sulla base del loro orientamento sessuale e della loro identità di genere. La Legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio ne sancisce ulteriormente la criminalizzazione e il Relatore Speciale dell’ONU ha continuato a documentare casi di arresti e detenzioni arbitrarie, torture e maltrattamenti, inclusa la violenza sessuale, di persone LGBT+ da quando i Talebani hanno ripreso il potere.

E gli attentati terroristici non si placano

La situazione degli attentati terroristici in Afghanistan nel 2025 rimane critica, nonostante una diminuzione complessiva delle vittime rispetto agli anni precedenti. Il gruppo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (ISIS-K) continua a rappresentare una minaccia significativa, con attacchi mirati sia contro civili sia contro le autorità talebane.

Tra gli attentati più clamorosi del 2024, quello dell’11 dicembre dove l’attentatore suicida è riuscito ad entrare nel Ministero per i Rifugiati e il Rimpatrio del regime talebano e farsi esplodere uccidendo il ministro Khalil ur-Rahman Haqqani, figura di spicco del regime.

Non esistono dati aggregati e completi sulle attività del gruppo terroristico, ma guardando la Cronologia pubblicata in queste pagine si può notare che è uno stillicidio continuo, a conferma che la promessa di garanzia di sicurezza interna fatta dai Talebani al loro ritorno a Kabul non è stata mantenuta (gli unici attentati terroristici che si sono fermati sono quelli compiuti dai Talebani stessi fino all’agosto 2021).

“I Talebani avevano fatto passare il messaggio che non ci sarebbe più stata criminalità e ci sarebbe stata più sicurezza. Ma non è così, tutto continua come prima”, ci dice un attivista di Hambastagi, la sola differenza è che i Talebani hanno chiuso quasi tutti i media e quindi è più difficile sapere quello che succede.

Inoltre, l’Afghanistan sta diventando un vero e proprio hub di riferimento per i terroristi islamisti di tutto il mondo.

L’opposizione ai Talebani

Non esiste un’opposizione organizzata e unita al regime talebano mentre sono presenti vari gruppi armati, una resistenza che però risulta frammentata e in parte riconducibile a quegli stessi “signori della guerra” dei sanguinosi anni che hanno preceduto la comparsa dei Talebani nel 1996. Nel periodo tra novembre 2024 e gennaio 2025, l’ONU ha registrato un totale di 91 attacchi attribuiti alla resistenza con azioni come imboscate a convogli talebani, attacchi a posti di controllo e operazioni mirate contro obiettivi strategici.

Continua invece in clandestinità la resistenza di organizzazioni come RAWA, HAWCA e Hambastagi che, tra mille difficoltà, cercano di opporsi all’oppressione talebana (come vedremo nelle storie raccontate di seguito) soprattutto sostenendo la popolazione, fornendo istruzione alle ragazze cui è negata, supportando le donne la cui libertà è costantemente calpestata.

Il governo talebano e la comunità internazionale

Ad agosto 2025, l’unico paese che ha ufficialmente riconosciuto il governo dei Talebani in Afghanistan è la Russia. La mossa ufficiale ha portato a compimento un processo di riconoscimento de facto che il paese di Putin aveva intrapreso da tempo, stabilendo relazioni diplomatiche e accettando diplomatici nominati dai Talebani. Un comportamento nel quale è in compagnia di Cina, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Iran, Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan e India. Il Qatar, infine, svolge un ruolo chiave come mediatore e interlocutore diplomatico con il regime talebano.

I paesi confinanti, o storicamente connessi con l’Afghanistan come la Russia, oltre che da motivazioni economiche o strategiche sono mossi anche dalla comune preoccupazione che l’Afghanistan diventi rifugio e incubatore di movimenti jihadisti nell’area. E quale rimedio migliore del sostegno economico?

Per ora sembra essere la Cina la meglio posizionata, ma le risorse naturali afghane fanno gola a molti. Secondo l’Istituto Geologico degli Stati Uniti (Usgs), nel sottosuolo afghano potrebbero essere presenti fino a 60 milioni di tonnellate di rame e 2,2 miliardi di tonnellate di ferro, oltre a cobalto, oro e altri metalli preziosi. Ma soprattutto 1,4 milioni di tonnellate del nuovo oro delle società digitali, le cosiddette terre rare, come litio, lantanio, cerio, neodimio.

Avere contatti con i Talebani interessa un po’ a tutti e in questa nuova edizione del Dossier abbiamo dedicato un articolo proprio alla questione del riconoscimento internazionale del governo talebano.

I paesi occidentali devono però fare i conti con la propria opinione pubblica, sebbene le coscienze degli occidentali si siano alquanto assopite negli ultimi anni: UE e ONU hanno dichiarato di condizionare il riconoscimento del cosiddetto Emirato islamico dell’Afghanistan al rispetto dei diritti umani, di quelli di donne e ragazze e alla costruzione di un governo inclusivo per genere ed etnia. Ma, dicono le attiviste di RAWA, “un governo ‘inclusivo’ sarebbe una catastrofe. Significherebbe includere esponenti del passato regime, fondamentalisti e misogini quanto i Talebani. E, proprio in quanto tali, disposti a condividere con loro il potere. E non sarebbe un vantaggio per le donne afghane nemmeno se tra loro sedessero anche esponenti femminili, legate a quelle famiglie e a quei partiti: la loro presenza servirebbe solo a legittimare il sistema vigente, senza portare alcuna differenza sostanziale”.

Afghanistan

Cronologia Afghanistan

A partire dagli eventi più recenti, questa cronologia ripercorre la storia dell’Afghanistan fino agli anni delle guerre di indipendenza.

2025

  • 21 gennaio: i talebani annunciano il rilascio di due cittadini americani in cambio del leader talebano Muhammad Khan, arrestato nella provincia di Nangarhar e imprigionato negli Stati Uniti.
  • Un cittadino cinese viene ucciso in un attacco al suo veicolo da parte di un gruppo che si autodefinisce Fronte di Mobilitazione Nazionale nella provincia di Takhar
  • 1° febbraio: una coppia britannica di stanza a Bamiyan viene arrestata dai talebani in circostanze non specificate.
  • 2 febbraio: un combattente talebano apre il fuoco sul complesso delle Nazioni Unite a Kabul, ferendo una guardia prima di essere trovato morto in circostanze non specificate. Il governo talebano attribuisce l’incidente a un “malinteso”.
  • 4 febbraio: talebani ordinano la sospensione delle attività della stazione radiofonica femminile Radio Begum per “fornitura non autorizzata” di contenuti e programmi a un canale televisivo straniero.
  • 6 febbraio: la Turchia revoca l’accreditamento ai diplomatici afghani che rappresentano il governo pre-2021.
  • 11 febbraio: cinque persone vengono uccise in un attentato suicida nei pressi di una banca nella provincia di Kunduz.
  • 13 febbraio: una persona viene uccisa in un attentato suicida presso il complesso del Ministero dello Sviluppo Urbano e dell’Edilizia Abitativa a Kabul.
  • 17 febbraio: i talebani effettuano una visita diplomatica in Giappone per la prima volta da quando hanno preso il potere nel 2021.
  • 26 febbraio: almeno 36 persone sono morte a causa di forti piogge e tempeste di neve in tutto il paese.
  • 3 marzo: un soldato afghano viene ucciso durante gli scontri con le forze pakistane al valico di frontiera di Torkham.
  • 20 marzo: i talebani annunciano il rilascio del turista americano George Glezmann, che avevano trattenuto dal 2022, a seguito di negoziati mediati dal Qatar.
  • 23 marzo: talebani annunciano la rimozione delle taglie poste dagli Stati Uniti su tre alti funzionari, ovvero il ministro degli Interni Sirajuddin Haqqani, Abdul Aziz Haqqani e Yahya Haqqani.
  • 11 aprile: Hibatullah Akhundzada, ha destinato 9 milioni di dollari del nuovo bilancio fiscale dell’Afghanistan al sostegno dei seminari religiosi in Pakistan. I fondi, destinati alle madrase nelle province di confine pakistane di Belucistan, Sindh e Punjab, sono stati ordinati da Akhundzada nonostante l’amministrazione talebana si trovi ad affrontare un grave deficit finanziario.
  • 11 maggio: i talebani annunciano la sospensione del gioco degli scacchi a livello nazionale, citando preoccupazioni sulla sua associazione con il gioco d’azzardo.
  • 4 giugno: Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump emette un proclama che vieta ai cittadini afghani di entrare negli Stati Uniti.
  • 3 luglio: La Russia diventa il primo paese a riconoscere i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan da quando hanno ripreso il potere nel 2021.
  • 8 luglio: La Corte penale internazionale emette mandati di arresto contro il leader supremo dei talebani Hibatullah Akhundzada e il giudice capo Abdul Hakim Haqqani per la persecuzione delle donne in Afghanistan.
  • 17 luglio: Afghanistan, Pakistan e Uzbekistan firmano un accordo quadro tripartito a Kabul per condurre uno studio di fattibilità per il progetto ferroviario trans-afghano.
  • 18 luglio: La Germania lancia il suo secondo volo di rimpatrio in Afghanistan dalla presa del potere da parte dei talebani nel 2021, deportando 81 cittadini afghani.
  • 26 agosto: I talebani emettono un divieto sulle pratiche nuziali sontuose e “non islamiche”.
  • 30 agosto: I talebani emettono un divieto sulla poesia romantica.
  • 31 agosto: Un terremoto di magnitudo 6.0 colpisce la provincia di Kunar, uccidendo almeno 2.210 persone. Almeno cinque persone muoiono a causa delle inondazioni nella provincia di Nangarhar.
  • 8 settembre: Le guardie di frontiera iraniane aprono il fuoco su un gruppo di 120 migranti afghani che tentavano di entrare nel paese al valico di frontiera di Golshan, uccidendo sei persone.
  • 16 settembre: I talebani ordinano il divieto di internet in fibra ottica nella provincia di Balkh, citando preoccupazioni di immoralità.
  • 18 settembre: I talebani ordinano il divieto di internet in fibra ottica nelle province di Baghlan, Badakhshan, Kunduz, Nangarhar e Takhar.
  • 23 settembre: Un terremoto di magnitudo 4,9 colpisce la provincia di Nangarhar, ferendo 15 persone.
  • 29 settembre: I talebani ordinano la chiusura a livello nazionale della fibra ottica. L’accesso a Internet viene ripristinato il 1° ottobre. Il personale del consolato generale afghano a Bonn, in Germania, si dimette in massa per protesta contro la decisione del governo tedesco di accreditare rappresentanti talebani come diplomatici.

2024

  • 4 gennaio: un portavoce del Ministero del Vizio e della Virtù dei Talebani annuncia l’arresto di un numero imprecisato di donne per aver indossato l’hijab in modo non corretto.
  • 6 gennaio: l’Isis-K ha rivendicato la responsabilità dell’esplosione di un minibus avvenuta nel quartiere occidentale di Dasht-e-Barchi a Kabul, in cui sono morte almeno due persone.
  • 18 febbraio – 19 febbraio: si è tenuta la II Conferenza di Doha sull’Afghanistan, organizzata dall’ONU. Il primo giorno si è svolto l’incontro di inviati speciali e gruppi provenienti dall’Afghanistan, tra cui rappresentanti delle donne e della società civile. I talebani sono stati invitati all’incontro ma hanno rifiutato di partecipare, adducendo condizioni non soddisfatte. Hanno partecipato all’incontro rappresentanti speciali di almeno 25 paesi. Quattro membri, tra cui Shah Gul Rezaee, Mahbouba Seraj, Mitra Mehran e Lotfullah Najafizada, rappresentano la società civile afghana. Antonio Guterres ha annunciato l’intenzione di avviare le consultazioni per la nomina di un inviato delle Nazioni Unite per facilitare le interazioni tra i talebani e la comunità internazionale. Il Segretario Generale dell’ONU ha espresso la speranza che i funzionari talebani partecipino a futuri incontri di questa natura.
  • 19 febbraio: una frana nella provincia del Nuristan seppellisce il villaggio di Nakre nella valle del Tatin e provoca la morte di almeno 25 persone.
  • 20 febbraio – 13 marzo: almeno 60 persone vengono uccise e altre 23 ferite a causa di inondazioni e condizioni meteorologiche avverse che coinvolgono neve e pioggia a livello nazionale.
  • 22 febbraio: le autorità talebane hanno eseguito due condanne a morte pubbliche. Le esecuzioni hanno avuto luogo nello stadio di Ghazni, nel sudest dell’Afghanistan, nei confronti di due uomini responsabili di due accoltellamenti mortali: di fronte a migliaia di spettatori, sono stati uccisi dai parenti delle vittime a colpi d’arma da fuoco.
  • 2 marzo: il Fronte per la Libertà ha affermato che i suoi membri hanno attaccato un avamposto talebano nella zona di Tahia-e Maskan, a nord di Kabul, sostenendo che nell’attacco sono stati uccisi alcuni membri talebani e che altri due sono rimasti feriti. In una precedente dichiarazione, il Fronte di Resistenza aveva affermato di aver ucciso un membro dei talebani e di averne feriti altri tre in un attacco avvenuto il giorno prima nel distretto di Farkhar, nella provincia nordorientale di Takhar.
  • 18 marzo: cinque donne e tre bambini vengono uccisi durante due attacchi aerei pakistani nelle province di Khost e Paktika in seguito alle accuse secondo cui dall’Afghanistan sarebbero partiti attacchi contro il Pakistan. In risposta, i talebani aprono il fuoco sulle truppe pakistane al confine.
  • 21 marzo: un attentato suicida, rivendicato dall’Isis-K, all’interno di una banca a Kandahar uccide 27 persone e ne ferisce oltre 50.
  • 23 marzo: Hibatullah Akhundzada, “leader supremo” dei talebani, ha annunciato alla radio afghana la reintroduzione della lapidazione, anche in pubblico, per le donne accusate di adulterio.
  • 12-14 aprile: almeno 33 persone vengono uccise e altre 27 ferite in inondazioni improvvise causate da forti piogge in 20 province.
  • 17 aprile – I Talebani ordinano la sospensione dei canali televisivi Noor TV e Barya TV con l’accusa di non aver “considerato i valori nazionali e islamici”.
  • 20 aprile: una persona viene uccisa e altre tre rimangono ferite in un attentato, con una bomba piazzata sotto un minibus, in un quartiere a maggioranza Hazara di Kabul. L’attentato è rivendicato da Isis-K.
  • 29 aprile: sei persone vengono uccise dopo che un uomo armato ha aperto il fuoco all’interno di una moschea sciita nel distretto di Guzara, nella provincia di Herat.
  • 3 maggio: forti proteste dei residenti del villaggio di Qarloq nel distretto di Darayim; Alcuni manifestanti hanno chiesto la “cacciata” dei talebani dalle loro zone. Almeno una persona è stata uccisa e diverse altre sono rimaste ferite quando i talebani hanno aperto il fuoco sui residenti. La portata di queste proteste si è estesa al distretto di Argo, nel Badakhshan, dove il giorno successivo decine di persone si sono radunate per protestare contro i talebani, scandendo slogan anti-talebani.
  • 7 maggio: un rapporto dell’United States Institute of Peace (USIP) rivela una minaccia crescente da parte dell’ISIS-K con capacità più ampie rispetto a prima del ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan. Il Senior Study Group on Counterterrorism in Afghanistan and Pakistan ha valutato che l’ISIS-K ora “rappresenta una minaccia crescente con una portata che va oltre la regione immediata, maggiore rispetto al periodo precedente al ritiro”. Il rapporto mette in guardia dalle implicazioni regionali più ampie delle attività terroristiche incontrollate in Afghanistan, in particolare per quanto riguarda l’India.
  • 8 maggio: una motobomba uccide tre membri del personale di sicurezza talebani a Faizabad, nella provincia di Badakhshan. L’attentato è rivendicato da Isis-K.
  • 9 maggio: nella provincia di Nangarhar, durante la manifestazione dei residenti contro la demolizione delle loro case, tre civili sono stati uccisi e altri cinque sono rimasti feriti quando i talebani hanno sparato per disperdere i dimostranti. L’incidente è avvenuto mentre i residenti stavano manifestando. Durante le proteste, alcuni residenti di Nangarhar hanno bloccato per due ore l’autostrada Jalalabad-Torkham per protesta.
  • 10 maggio – 25 maggio: 21 distretti nel Nord-Est dell’Afghanistan vengono colpiti da devastanti alluvioni. Save the Children fa sapere che, nella sola provincia di Baghlan, la più colpita, 40mila bambini sono rimasti senza casa. Il bilancio dei morti è di oltre 300 persone, secondo le stime del Programma alimentare mondiale (Wfp) delle Nazioni unite, tra cui si contano almeno 51 bambini, ha aggiunto l’Unicef. 80mila circa le persone colpite; ponti, strade, scuole e ospedali sono crollati; i servizi sanitari sono stati sospesi in almeno 11 cliniche delle province di Baghlan e Takhar. Dilagano gravi malattie come polmoniti e diarrea tra i bambini, a causa dell’assenza di acqua potabile. Un disastro aggravato da decenni di guerra e dall’incapacità del governo talebano di far fronte alle emergenze climatiche. Le vittime delle inondazioni a Baghlan hanno criticato i talebani per aver trascurato la loro situazione e non aver risposto adeguatamente alle loro esigenze. I residenti hanno riferito che gli sforzi di salvataggio dei talebani sono stati insufficienti, lasciando soli gli abitanti del villaggio nelle operazioni di salvataggio di che erano rimasti intrappolati dalle inondazioni.
  • 17 maggio: sei persone, tra cui tre cittadini spagnoli, vengono uccise e altre sette rimangono ferite in un attacco a fuoco a Bamiyan. L’attentato è rivendicato da Isis-K.
  • 21 maggio: la Turkish Airlines riprende i voli per l’Afghanistan per la prima volta dalla presa del potere dei talebani nel 2021.
  • 3 giugno: il Kazakhistan ha rimosso i talebani dalla lista delle organizzaizoni terroristiche.
  • 4 giugno: un gruppo di manifestanti afghane ha pubblicato una risoluzione di dieci articoli che chiede il boicottaggio della partecipazione dei talebani al prossimo incontro di Doha e la fine dell’impegno globale con i talebani. Rivolgendosi alle Nazioni Unite, hanno sottolineato la necessità di includere nella riunione “figure non talebane” e rappresentanti di “fronti anti-talebani”. In rappresentanza dell’“Afghan Women’s Political Participation Network”, le donne hanno affermato che la nomina del rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan dovrebbe “essere in linea con gli standard e le richieste del popolo afghano, in particolare delle donne”. Durante l’incontro di Doha hanno sollecitato il riconoscimento dell’“apartheid di genere” in Afghanistan e hanno chiesto la difesa dei diritti delle donne nel Paese.
  • 14 giugno: i talebani hanno frustato quasi 150 persone, tra cui 14 donne, in varie province negli ultimi 44 giorni, secondo i dati raccolti da Amu TV. La provincia di Sar-e Pul ha registrato il numero più alto di incidenti, seguita da Kandahar, Paktika, Ghazni, Nimroz, Ghor, Kunduz, Badakhshan, Khost, Bamyan, Kabul, Paktia, Parwan, Kapisa, Panjshir e Jawzjan. Le critiche pubbliche alle misure repressive dei talebani stanno crescendo. Molti afghani vedono queste punizioni come una continuazione della brutalità storica dei talebani. “I talebani di oggi non sono diversi dai talebani del passato. Erano soliti frustare le persone allora, e stanno facendo lo stesso ora. Il mondo non dovrebbe rimanere in silenzio nei confronti dei talebani”, ha affermato un residente di Kabul.
  • 30 giugno – 1 luglio: si tiene la III Conferenza di Doha, organizzata dall’Onu per normalizzare i rapporti con il governo de facto dell’Afghanistan e riaprire ufficialmente le relazioni economiche e politiche con le economie occidentali, che in realtà non si erano mai interrotte per alcuni paesi come Cina, India, Asia centrale, Russia, Iran. La novità è stata la partecipazione diretta dei talebani, che nelle due precedenti Conferenze di Doha non avevano accettato di partecipare, grazie all’accoglimento delle loro condizioni, finora sempre escluse, che hanno imposto di invitare solo loro come rappresentanti del popolo afghano (escludendo le donne e le organizzazioni per i diritti umani) e di non affrontare il problema dell’oppressione e dell’esclusione sistematica delle donne dall’istruzione e dalla società. Per approfondire leggi Doha 3: la “prima volta” dei talebani.
  • 8 luglio: almeno 217 persone, tra cui 180 membri dei talebani, sono state uccise e altre 212 sono rimaste ferite in attentati nel paese negli ultimi tre mesi, secondo un rapporto di Afghanistan Security Watch. Il rapporto dell’organismo di controllo ha elencato dettagliatamente 94 attacchi alla sicurezza registrati in 18 province durante questo periodo; Kabul ha registrato il numero più alto di incidenti, 47, seguita da Herat con 11, Baghlan con nove e Takhar con cinque; il Fronte della Resistenza ha rivendicato 57 attacchi, il Fronte della Libertà 19 e il gruppo Isis-K 6, mentre nove attacchi sono stati attribuiti a entità ignote. Il rapporto aggiunge che molti di questi attacchi hanno preso di mira le forze talebane, provocando la morte di 180 membri talebani e il ferimento di altri 168.
  • 10 luglio:
    • il Pakistan ha annunciato una proroga di un anno per i rifugiati afghani registrati, attenuando i timori di un rimpatrio immediato in Afghanistan. Il governo pakistano aveva già annunciato nell’ottobre dell’anno scorso il rimpatrio di tutti i migranti irregolari, adducendo motivi di sicurezza. Il rimpatrio degli afghani senza documenti è iniziato il 1° novembre, con i funzionari che ora segnalano che fino a 500.000 sono stati rimpatriati. Inizialmente, le autorità hanno dichiarato che c’erano circa 1,7 milioni di afghani senza documenti, la maggior parte dei quali risiedeva in Pakistan da 40 anni. “Il gabinetto federale ha approvato un’estensione di un anno della validità delle carte PoR (Proof of Registration) per 1,45 milioni di rifugiati afghani. Le loro carte PoR erano scadute il 30 giugno 2024. L’estensione è stata concessa fino al 30 giugno 2025”, ha affermato una dichiarazione dell’ufficio del Primo Ministro. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in Pakistan vivono ancora circa 1,3 milioni di afghani registrati.
    • i talebani hanno frustato due individui con l’accusa di “falsificazione di documenti” nella provincia meridionale di Kandahar. Nelle ultime due settimane, i talebani hanno pubblicamente frustato almeno 38 persone in diverse province. Da quando hanno preso il potere in Afghanistan, i talebani hanno applicato punizioni corporali a centinaia di persone, comprese le esecuzioni.
  • 15 luglio – Almeno 40 persone muoiono a causa di una tempesta nella provincia di Nangarhar.
  • 30 luglio – I talebani sospendono le relazioni con 14 missioni diplomatiche afghane all’estero e annunciano che non accetteranno più documenti consolari emessi da queste missioni.
  • 5 agosto – I talebani consentono agli stranieri all’interno del paese con visti emessi dal precedente governo di rimanere, mentre coloro che hanno visti ma si trovano fuori dall’Afghanistan non potranno entrare senza documenti emessi da una missione diplomatica approvata dai talebani.
  • 11 agosto – Almeno una persona viene uccisa e altre undici rimangono ferite in un’esplosione di IED a Dasht-e-Barchi, Kabul, rivendicata dallo Stato Islamico.
  • 13 agosto – Tre civili afghani vengono uccisi durante scontri tra i talebani e le forze pakistane al valico di frontiera di Torkham.
  • 17 agosto – Il primo ministro uzbeko Abdulla Aripov diventa il più alto funzionario straniero a visitare l’Afghanistan dall’ascesa al potere dei talebani nel 2021.
  • 20 agosto
    • I talebani vietano l’ingresso nel paese al relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, accusandolo di diffondere “propaganda”.
    • Il ministero per la virtù dei talebani licenzia 281 membri delle forze di sicurezza per non aver fatto crescere la barba e annuncia di aver distrutto 21.328 strumenti musicali nell’ultimo anno, impedendo anche a migliaia di operatori informatici di vendere film “immorali e non etici” nei mercati.
  • 21 agosto – I talebani emanano nuove leggi sulla moralità e la virtù, limitando gravemente i diritti delle donne.
  • 29 agosto – I talebani vietano le arti marziali miste, dichiarando che sono troppo violente e presentano un rischio di morte, oltre a essere incompatibili con la legge islamica.
  • 2 settembre – Sei persone vengono uccise e altre 13 ferite in un attentato suicida nel quartiere di Qala Bakhtiar a Kabul. Lo Stato Islamico rivendica l’attacco il giorno seguente.
  • 12 settembre – Quindici hazara vengono uccisi e altri sei feriti in un attacco armato nella provincia di Daykundi. Lo Stato Islamico rivendica l’attacco.
  • 16 settembre – Le Nazioni Unite annunciano la sospensione del programma di vaccinazione contro la poliomielite nel paese a causa dei talebani.
  • 17 settembre – I talebani annunciano la riapertura dell’ambasciata afghana a Mascate, in Oman.
  • 22 settembre – L’Iran convoca il capo ad interim dell’ambasciata afghana dopo aver affermato che un funzionario afghano in visita non ha mostrato rispetto per l’inno nazionale del paese rimanendo seduto durante la sua esecuzione, pochi giorni dopo un episodio simile avvenuto in Pakistan. Il delegato afghano si scusa, sostenendo che ciò è avvenuto perché la performance pubblica di musica è vietata dai talebani.
  • 27 settembre – L’ambasciata afghana a Londra chiude in seguito a una “richiesta ufficiale” dell’Ufficio per gli Affari Esteri, del Commonwealth e dello Sviluppo del Regno Unito, secondo l’ambasciatore Zalmai Rassoul. Tuttavia, il FCO afferma che la decisione di chiudere l’ambasciata è stata presa dallo “Stato dell’Afghanistan”.
  • 23 ottobre – Undici persone rimangono ferite in un’esplosione in un mercato nel quartiere del Cinema Pamir a Kabul.
  • 24 ottobre – La provincia di Helmand impone un divieto sulla trasmissione, ripresa e creazione di immagini di esseri viventi.
  • 23 novembre: Unama ha condannato l’attacco armato a un santuario sufi nel distretto di Nahrin, nella provincia di Baghlan, secondo quanto riportato da Afghanistan International. Il SATP aveva precedentemente riferito che il 22 novembre almeno 10 civili erano stati uccisi a colpi d’arma da fuoco mentre eseguivano lo “zikar” (un rituale nelle prime ore del mattino) presso il santuario di Syed Badshah Agha.
  • 2 dicembre: Mullah Hibatullah Akhundzada ha emanato una nuova direttiva che impedisce alle donne di frequentare istituti medici e semi-professionali, di fatto tagliando fuori una delle ultime vie di accesso all’istruzione superiore a disposizione delle donne nel paese.
  • 5 dicembre: i talebani chiudono Arezo TV per aver trasmesso contenuti “volgari” e per aver collaborato con organi di stampa esteri.
  • 11 dicembre: Khalil Haqqani, Ministro per i Rifugiati e il Rimpatrio sotto il regime talebano, viene ucciso insieme ad altre due persone in un attentato suicida presso la sede del ministero a Kabul.
  • 23 dicembre: l’Arabia Saudita riapre la sua ambasciata a Kabul per la prima volta dalla presa del potere da parte dei talebani nel 2021.
  • 24 dicembre: almeno 46 persone vengono uccise in seguito agli attacchi aerei pakistani nella provincia di Paktika.
  • 28 dicembre: i talebani affermano di aver lanciato attacchi contro molteplici obiettivi in ​​Pakistan in rappresaglia per gli attacchi aerei nella provincia di Paktika.

2023

  • 1° gennaio: un attentato all’aeroporto di Kabul provoca un numero imprecisato di vittime
  • 11 gennaio: un attentatore suicida dell’ISIS-K uccide almeno 20 persone a Kabul.
  • 9 marzo: tre persone, tra cui Mohammad Dawood Muzamil, il governatore nominato dai talebani della provincia di Balkh, vengono uccise da un’esplosione nel suo ufficio.
  • 27 marzo: sei persone vengono uccise e molte altre ferite quando un attentatore suicida si fa esplodere nei pressi della sede del Ministero degli Affari Esteri a Kabul.
  • 4 aprile: i talebani vietano alle donne afghane di lavorare per le Nazioni Unite e i relativi fondi, programmi e agenzie.
  • 29 aprile: nonostante l’evidente pericolo e sfidando le forze di sicurezza talebane, a Kabul si svolge una manifestazione spontanea di un gruppo di donne che chiedono alla comunità internazionale di non riconoscere il governo dei talebani. L’iniziativa arriva in vista dell’incontro internazionale sull’Afghanistan convocato dalle Nazioni Unite a Doha.
  • 4 maggio: si chiude la conferenza ONU a Doha preceduta dalle forti polemiche scatenate dalle precedenti dichiarazioni della vice-segretaria, Amina Mohammed, che aveva accennato alla necessità di fare «piccoli passi» per un dialogo politico con i Talebani. Antonio Guterres ha riportato le conclusioni: nessun riconoscimento dell’Emirato, denuncia delle politiche discriminatorie, ma “non possiamo disimpegnarci”. Quindi l’ONU continuerà a lavorare in Afghanistan anche se il Consiglio di sicurezza è spaccato sullo stesso mandato di Unama, la missione Onu a Kabul (il cui termine è attualmente fissato al 17 marzo 2024), come sono divise tra loro le diverse agenzie ONU dopo che i talebani, ad aprile, hanno vietato alle donne afghane di lavorare per loro.
  • 8 giugno: muoiono 15 persone e sono oltre 50 i feriti in un attentato in una moschea di Faizabad, nel nord dell’Afghanistan, durante la celebrazione dei funerali del vicegovernatore della provincia di Badakhshan, il talebano Mawlawi Nisar Ahmad Ahmadi, ucciso in un attentato il 6 giugno.
  • 7 ottobre – Il Pakistan annuncia che, entro il 31 ottobre 2023, tutti gli stranieri irregolari, privi di documenti certificati dalle autorità dovranno lasciare il paese. Anche se l’annuncio riguarda tutti i cittadini stranieri, la misura colpisce principalmente gli afghani, circa 1 milione e 700mila rifugiati che, spesso, vivono in Pakistan da decenni o vi sono addirittura nati. Un numero alimentati anche dagli oltre 700mila che sarebbero arrivati nel paese dopo il ritorno al potere dei talebani.
  • 7 e 15 ottobre: tre forti terremoti di magnitudo 6.8 hanno squassato l’Afghanistan. L’epicentro è stato localizzato a 30 km a nord-est del distretto di Zinda Jan, nella provincia di Herat che conta poco meno di due milioni di abitanti. Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dello scorso dicembre, i terremoti hanno impattato circa 275.000 persone, in distretti dove il 23% della popolazione è composto da bambini di età inferiore ai 5 anni; anche se avere dati affidabili non è facile, il sisma dovrebbe avere provocato la morte di circa 1.500 afghani e il ferimento di oltre 2.100. Gravissimo l’impatto sulle infrastrutture con centinaia di abitazioni distrutte, danni a una rete idrica già fortemente compromessa e a circa 40 strutture sanitarie.
  • 29 dicembre: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato quasi all’unanimità una delibera che darà l’avvio a un nuovo corso nei rapporti del mondo con l’Afghanistan dei Talebani il cui obiettivo è “un Afghanistan in pace con se stesso e con i suoi vicini, pienamente reintegrato nella comunità internazionale e che onori i suoi obblighi internazionali”. Un provvedimento che cambia la strategia finora adottata dall’ONU e confermata nella Conferenza di Doha dello scorso maggio che stabiliva di non trattare direttamente con i Talebani finché non avessero riconosciuto i diritti alle donne.

2022

  • Marzo: è definitivamente vietato l’accesso alle donne alla scuola secondaria.
  • 7 maggio: alle donne viene ordinato di coprirsi integralmente, visi compresi, in pubblico, e, in genere, di starsene a casa. È inoltre loro vietato di compiere viaggi interurbani senza essere accompagnate da un uomo.
  • Novembre: alle donne è vietato l’ingresso in parchi, luna park, palestre e bagni pubblici.
  • 7 dicembre: riprendono esecuzioni e fustigazioni pubbliche.
  • 20 dicembre: alle donne è vietato l’accesso all’università.
  • 24 dicembre: è vietato alle ONG di impiegare personale femminile.

2021

  • 1° maggio: ha inizio l’offensiva dei talebani che li porta a controllare, nei giro di 3 mesi, 223 distretti contro i 73 pre-offensiva.
  • 2 luglio: Germania e Italia ritirano le loro truppe. Le truppe USA lasciano l’aeroporto di Bagram, consegnandolo alle forze armate afghane.
  • 6 agosto: i talebani lanciano l’assalto alle principali città dove le forze dell’esercito afghano si arrendono senza combattere.
  • 13 agosto: i talebani prendono Herat, Kandahar e Lashkargah.
  • 15 agosto: Ashraf Ghani fugge dal Paese e Kabul viene conquistata dai talebani.
  • 6 settembre: viene conquistata la provincia del Panjshir; i talebani dichiarano il controllo territoriale su tutto il Paese e reinstaurano l’Emirato Islamico dell’Afghanistan.
  • 12 settembre: i talebani annunciano che le donne possono frequentare le università solo utilizzando ingressi e aule separate; gli studenti e le studentesse possono avere insegnanti solo del proprio sesso o uomini anziani.

2020

  • 18 febbraio: a distanza di quasi 6 mesi dalle elezioni, Ashraf Ghani viene formalmente dichiarato vincitore e quindi presidente; Abdullah Abdullah contesta i risultati e annuncia la formazione di un proprio governo.
  • 29 febbraio: viene siglato l’Accordo di Doha tra USA e talebani che chiude formalmente il conflitto armato e prevede il totale ritiro dal paese delle forze NATO entro il 31 agosto 2021; parti degli accordi vengono secretate. Contestualmente viene siglato a Kabul un accordo diplomatico con il governo che serve solo a rassicurare Ghani.
  • 12 settembre: i talebani incominciano a negoziare a Doha con i rappresentanti del fronte “repubblicano” di Kabul che comprende un’ampia schiera di attori politici, legati ai precedenti governi e a varie fazioni fondamentaliste.

2019

  • Febbraio: a Mosca incontro infra-afgano tra i talebani e altre figure afgane, fra cui Karzai, ma non membri del governo di Ghani. Proseguono i colloqui tra americani e talebani.
  • UNAMA: il numero di morti e feriti civili nel primo trimestre del 2019 è paragonabile a quello dell’anno precedente, ma per la prima volta dal 2009 le morti civili attribuite a governo afghano, USA e forze internazionali hanno superato quelle attribuite ai talebani e all’ISIS-K.
  • 28 settembre: dopo innumerevoli rinvii, si tengono le elezioni presidenziali.

2014

  • Aprile e giugno: elezioni presidenziali. Il risultato viene contestato con l’accusa di brogli e a settembre una commissione elettorale indipendente dichiara nuovo presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani Ahmadzai. Sotto le pressioni internazionali, viene sancito un travagliato accordo per un governo di unità nazionale, nel quale lo sconfitto al ballottaggio, Abdullah Abdullah, è nominato primo ministro.

2015

  • L’Institute for the Study of War documenta la presenza dell’ISIS nel Paese, in particolare nelle zone al confine con il Pakistan.
  • UNAMA: 3.545 morti e 7.457 feriti civili causati da scontri e bombe nel conflitto tra signori della guerra, talebani, esercito e polizia afghani e forze NATO.
  • La FAO dichiara che il 70% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.

2016

  • Continuano gli attentati dei talebani e dell’ISIS e gli scontri diretti tra forze USA/forze armate afghane e talebani/ISIS.
  • 22 settembre: dopo un negoziato di due anni sotto l’egida del “Comitato quadrilaterale”, Afghanistan-Pakistan-Cina-USA, il governo afghano firma accordi di pace con il movimento armato Hezb-e-Islami di Hekmatyar, responsabile di crimini contro l’umanità.

2017

  • Il paese è sempre più instabile con quotidiani attentati e scontri armati.

2018

  • Luglio: ufficiali americani iniziano colloqui segreti con i talebani presso il loro ufficio politico di Doha.
  • UNAMA: morti e feriti civili sono aumentati rispettivamente del 5% e del 11% rispetto al 2017.
  • Transparency International: l’Afghanistan è al 172 posto (su 180) dei paesi più corrotti al mondo.

2010

  • 16 marzo: viene varata una legge che prevede l’amnistia per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti dell’uomo compiuti prima del 2001.
  • 18 settembre: terze elezioni parlamentari. Ottengono la maggioranza dei seggi tre partiti fondamentalisti che erano stati protagonisti della guerra fazionale 1992-1996, guidati rispettivamente dai signori della guerra Rabbani, Mohaqiq e Dostum.

2009

  • I talebani controllano tre quarti del paese e sono ormai alle porte di Kabul. Si moltiplicano gli attentati, in cui perdono la vita soprattutto civili innocenti. Viene convertito in legge un decreto che legalizza la discriminazione contro le donne sciite.
  • 20 agosto: si tengono le seconde elezioni presidenziali. Dopo alterne vicende e accuse di brogli, la presidenza viene confermata a Hamid Karzai.

2007

  • La NATO estende di altri 12 mesi il mandato ISAF. Continuano le violenze, il Paese non vede segnali tangibili di ricostruzione. Il Parlamento emana la Legge sulla riconciliazione nazionale, l’amnistia generale e la stabilità nazionale, che garantisce la completa impunità ai responsabili di atroci crimini.
  • 21 maggio: Malalai Joya viene illegalmente sospesa dalla carica di deputata.

2005

  • 18 settembre: si tengono le prime elezioni parlamentari. Viene eletto un Parlamento formato per la maggior parte dai leader di fazioni fondamentaliste responsabili di crimini di guerra. L’attivista Malalai Joya viene eletta con migliaia di voti.
  • Si intensificano gli atti della resistenza talebana. La NATO espande la presenza dell’ISAF nell’ovest del Paese.

2004

  • 25 gennaio: il presidente Karzai promulga il testo della nuova Costituzione, che sancisce l’uguaglianza tra uomo e donna “davanti alla legge” (art. 22). Il testo costituzionale afferma però che “nessuna legge potrà essere contraria ai princìpi e ai precetti della sacra religione dell’Islam in Afghanistan” (art. 3).
  • 9 ottobre: si tengono le prime elezioni presidenziali che confermano Karzai alla guida del paese.
  • Il paese è leader mondiale nella produzione di oppio.
  • Viene fondato il Partito afgano della solidarietà, Hambastagi, di ispirazione laica e democratica, che apertamente denuncia la corruzione e i crimini dei principali esponenti del governo e della politica afghana.

2003

  • Kabul è ancora sotto il controllo del governo solo grazie alla presenza di un contingente militare internazionale (ISAF), ma il resto del Paese è già attraversato da lotte di potere e attentati.
  • 17 dicembre: Malalai Joya, giovane operatrice sociale della provincia di Farah, prende la parola alla Loya Jirga, denunciando la presenza di signori della guerra responsabili della distruzione del Paese.

2002

  • 8 marzo: prima celebrazione della Giornata internazionale della donna a Kabul.
  • Giugno: la Loya Jirga, assemblea generale dei capi tribù, indetta dopo gli accordi di Bonn, elegge Hamid Karzai alla guida del governo di transizione formato dai signori della guerra che hanno devastato il paese negli anni della guerra civile.

2001

  • Marzo: a Bamiyan i talebani fanno saltare le grandi statue di Buddha.
  • 9 settembre: Ahmad Shah Massud, capo dell’Alleanza del Nord, viene assassinato in un attentato di al Qaeda.
  • 11 settembre: al Qaeda dirotta quattro aerei negli USA, distruggendo il World Trade Center a New York e colpendo il Pentagono.
  • 7 ottobre: gli USA si pongono alla guida di un’ampia coalizione e lanciano un attacco contro i talebani, appoggiando le forze dei fondamentalisti dell’Alleanza del Nord. I talebani vengono cacciati da Kabul in poche settimane.
  • 5 dicembre: nella Conferenza di Bonn, quattro delegazioni afghane siglano, sotto l’egida dell’ONU, un accordo per la ricostruzione di uno Stato rappresentativo. Hamid Karzai viene nominato presidente ad interim dell’Afghanistan.

1996

  • I talebani conquistano Kabul e instaurano un regime oscurantista, basato sulla sharia, che nega ogni diritto alle donne. Osama bin Laden organizza campi di al Qaeda in Afghanistan.

1995

  • I talebani conquistano Herat e Kandahar.

1994

  • La guerra civile riduce Kabul in rovine. In Pakistan si formano i primi gruppi di talebani.

1993

  • La guerra civile tra i signori della guerra Burhanuddin Rabbani, Abdul Rashid Dostum e Gulbuddin Hekmatyar provoca decine di migliaia di vittime.

1992

  • Aprile: i mujaheddin prendono Kabul e spodestano Najibullah.

1989

  • Febbraio: le truppe sovietiche si ritirano dall’Afghanistan, lasciando al potere il regime fantoccio di Najibullah contro il quale i mujaheddin continuano a combattere.

1987

  • I mujaheddin ottengono importanti vittorie.

1982

  • Osama bin Laden si trasferisce in Pakistan.

1980

  • I mujaheddin, gruppi anticomunisti e ribelli islamici, cominciano la lotta di resistenza contro gli occupanti sovietici. Massicce manifestazioni studentesche antisovietiche a Kabul.

1979

  • Febbraio: l’ambasciatore degli USA è rapito e ucciso. Il nuovo regime firma accordi con l’URSS. Due presidenti afghani vengono uccisi l’uno dopo l’altro.
  • Dicembre: le truppe sovietiche invadono l’Afghanistan.

1978

  • Aprile: il PDPA compie un colpo di stato e uccide Daud. Migliaia di intellettuali e democratici afghani vengono incarcerati o uccisi.

1977

  • L’attivista Meena Keshwar Kamal fonda RAWA.

1973

  • Re Zahir è spodestato da Daud e da membri del PDPA. La monarchia viene abolita. Daud si proclama presidente.

1965

  • Prime elezioni nazionali. Votano gli uomini e le donne. Nasce il Partito democratico del popolo afghano (PDPA), filosovietico.

1964

  • Viene varata una nuova Costituzione democratica che sancisce il voto per le donne.

1963

  • Re Zahir rimuove il primo ministro Daud.

1959

  • Daud e altri ministri appaiono in pubblico con le loro mogli senza velo. Portare il velo diventa facoltativo. L’università di Kabul apre alle donne. Le donne entrano nel mondo del lavoro e nelle istituzioni.

1955

  • Daud si rivolge all’URSS per chiedere appoggi e aiuti.

1953

  • Il principe Mohammed Daud diventa primo ministro dell’Afghanistan sotto re Zahir, suo cugino.

1947

  • La Gran Bretagna si ritira dall’India: separazione del Pakistan dall’India.

1933-1973

  • Regno di Mohammed Zahir, sovrano aperto al mondo occidentale.

1921

  • Terza guerra anglo-afghana. L’Afghanistan ottiene la piena indipendenza. Re Amanullah avvia la modernizzazione sociale e politica del paese. L’istruzione delle donne riceve particolare attenzione.

1878-1880

  • Seconda guerra anglo-afghana, nella quale si distingue l’eroina afghana “Malalai of Maiwand”.

1839-1842

  • Prima guerra anglo-afghana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Talebani fanno affari mentre la povertà attanaglia la popolazione

Con un PIL pro capite nominale intorno ai 415 dollari, l’Afghanistan si posiziona 195° posto su 196 nella classifica delle economie mondiali, collocandosi quindi tra i più poveri del pianeta.

Sebbene l’economia afghana sia cresciuta di circa il 2,5% nel 2024 ha recuperato solo il 10% del PIL perso nel biennio 2021-2022 e “il ritmo di crescita rimane troppo modesto per tradursi in miglioramenti tangibili del tenore di vita. Povertà e disoccupazione rimangono diffuse e le famiglie continuano a subire una riduzione del potere d’acquisto”, scrive nel suo report la Banca Mondiale; ricordiamo che il PIL nominale nel 2023 era di 17,23 miliardi di dollari, un’inezia.

Su una popolazione di circa 45 milioni, nel 2024, 23,7 milioni hanno avuto bisogno di assistenza umanitaria e circa un terzo della popolazione, 14,8 milioni di persone, è risultato vivere in condizioni di insicurezza alimentare, con oltre 3,5 milioni sono bambini sotto i cinque anni e 1,2 milioni donne incinte o in allattamento affetti da malnutrizione acuta.

L’Afghanistan è ricchissimo di risorse naturali, molte delle quali sono ancora largamente inesplorate o sottosviluppate a causa di decenni di conflitti e instabilità. Secondo stime del governo afghano, del Pentagono e di studi geologici internazionali, il valore delle risorse minerarie del paese potrebbe superare i 3.000 miliardi di dollari: l’Afghanistan è considerato una delle più grandi potenziali fonti di litio al mondo, essenziale per batterie elettriche; è ricco di terre rare, usate in elettronica, armamenti e tecnologie verdi; il giacimento di rame di Mes Aynak (i cui diritti di estrazione sono stati ceduti alla Cina già nel 2007) è uno dei più grandi del mondo; e poi ancora ferro, bauxite, piombo, oro e altre pietre preziose e non mancano giacimenti di gas naturale e petrolio nonché miniere di carbone.

Ovviamente le risorse afghane attirano l’interesse di numerosi paesi.

E infatti alcuni paesi, come Cina, Russia e Kazakhistan hanno ormai intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti con i Talebani e gli affari tra gli esponenti del regime fondamentalista e questi paesi sono in crescita.

La Cina è il principale investitore estero in Afghanistan: il colosso cinese Capeic ha siglato un accordo per l’estrazione di petrolio nel bacino dell’Amu Darya, con un investimento iniziale di 150 milioni di dollari nel 2023, previsto aumentare a 540 milioni entro il 2026; la Fan China Afghan Mining Processing and Trading Company ha annunciato piani per investire 350 milioni di dollari in settori come la produzione di energia, la costruzione di una fabbrica di cemento e iniziative sanitarie; inoltre dal 1° dicembre 2024, la Cina ha eliminato i dazi per le merci importate dai paesi meno sviluppati con cui ha relazioni diplomatiche, incluso l’Afghanistan.

Ottimi i rapporti anche con la Russia, la cui Corte Suprema, ad aprile 2025, ha rimosso ufficialmente i Talebani dalle organizzazioni terroristiche: nel 2024, il commercio bilaterale tra Russia e Afghanistan ha raggiunto circa 300 milioni di dollari, con un focus su prodotti petroliferi, plastica e farina; in particolare, l’Afghanistan è diventato il principale importatore di farina russa, con acquisti per quasi 80 milioni di dollari, raddoppiando rispetto all’anno precedente. Del resto, la Russia mira a estendere il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) attraverso l’Afghanistan, collegandosi al Pakistan e all’Oceano Indiano; un progetto chiave in questo contesto è la costruzione della ferrovia trans-afghana, discussa tra il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo Sergei Shoigu e Abdul Ghani Baradar.

Per quanto riguarda il Kazakhistan, nell’aprile 2025 sono stati siglati accordi commerciali per 140 milioni di dollari riguardanti settori come agricoltura, tessile, logistica e farmaceutica, con l’obiettivo di raggiungere i 3 miliardi di dollari di scambi bilaterali nel breve termine.

Intanto, mentre i Talebani fanno affari, la povertà ha costretto la popolazione, soprattutto nelle aree rurali, a “misure drastiche” per procurarsi un sostentamento minimo, dalla vendita di oggetti domestici vitali all’avvio al lavoro dei bambini, al matrimonio di giovani ragazze e di bambine spose per la dote, fino alla vendita dei propri organi per i trapianti.

Ma se tutti soffrono, chi sta pagando la crisi economica e sociale in misura enormemente sproporzionata sono le donne, che in conseguenza delle regole sempre più costrittive dei loro diritti di movimento, di lavoro, umani e sociali hanno visto drasticamente ridotte le possibilità di lavorare fuori casa e di procurarsi il cibo per sé e per i figli, ricevere assistenza sanitaria o trovare risorse finanziarie. Il divieto di spostarsi senza un parente maschio che le accompagni, anche quando sono rimaste vedove o sono le uniche in famiglia a poter lavorare, le ha rese ancora più povere e ha trascinato i loro figli nel lavoro minorile più duro.

Anche le donne che erano riuscite a studiare e godevano di posizioni professionali hanno visto chiudersi tutti gli spazi. Le leggi restrittive dei Talebani hanno spazzato via quasi completamente quei lavori che nei vent’anni precedenti erano stati una faticosa conquista di una parte della popolazione femminile, quella che era riuscita a realizzare, o almeno sognare, un riscatto dalla posizione di subalternità e segregazione. Magistrate, giornaliste, mediche, infermiere, insegnanti… sono ora perseguitate e rinchiuse; le maglie del fondamentalismo talebano si sono strette sempre più intorno alle donne, comprese le operatrici delle ONG e dell’ONU cui è stato vietato il lavoro, rendendo così ancora più difficile il sostegno umanitario e l’accesso delle donne all’assistenza sanitaria.

Mentre il 14,7% delle donne afghane era impegnato in lavori formali nel 2021, in particolare nelle aree urbane e in alcuni settori (ad esempio, professioni assistenziali e media), la loro partecipazione alla forza lavoro è scesa al 5,2% nel 2023.

Il lavoro da casa è diventato la forma predominante di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, rendendole invisibili e sempre più vulnerabili. Tuttavia, la capacità di svolgere queste attività dipende spesso dall’approvazione dei parenti maschi e possono sorgere numerose altre sfide, tra cui l’accesso limitato ai materiali necessari e alle procedure di registrazione per le imprese formali. Senza contare le intimidazioni dei Talebani: il 23 febbraio 2025 a Sar-e-Pul, gli ispettori del cosiddetto Ministero Propagazione della Virtù e della Prevenzione del Vizio hanno condotto una perquisizione domiciliare per distruggere e confiscare prodotti di bellezza femminili provenienti da saloni di bellezza aperti da donne nelle loro case e non è un caso isolato.

Inoltre, alle restrizioni e ai divieti, si aggiunge, per le donne afghane,  la  mancanza di accesso ai finanziamenti per sostenere la creazione e l’attività imprenditoriale, una sfida di lunga data che molte hanno incontrato anche prima dell’agosto 2021: un’indagine del 2024 sulle piccole e medie imprese guidate da donne condotta dal Programma delle Nazioni Unite [49] per lo sviluppo (UNDP) mostra che le intervistate che hanno ottenuto prestiti più frequentemente lo hanno fatto da familiari (61%), amici (45%) e altre aziende (21%), con solo il 5% delle intervistate che ha indicato di aver ricevuto prestiti da istituzioni finanziarie formali.

Come dice una delle nostre compagne di RAWA, “Oggi in Afghanistan è una grandissima sfida anche essere semplicemente un essere umano”.

La libertà di stampa è morta

Dopo la presa del potere da parte dei Talebani, la raccolta di notizie in Afghanistan da parte dei media locali è pressoché inesistente. Migliaia di giornalisti afgani, tra cui centinaia di donne i cui volti erano noti, sono stati bersaglio immediato della rappresaglia delle milizie talebane, costringendo molti di loro alla clandestinità o alla fuga.

Secondo il rapporto di Reporter Senza Frontiere (RSF) pubblicato il 2 maggio, l’Afghanistan si è classificato al 175° posto su 180 paesi nell’Indice Mondiale sulla Libertà di Stampa 2025.

Tra il 15 agosto 2021 e il 30 settembre 2024, Unama ha documentato casi di violazioni dei diritti umani che hanno colpito 336 giornalisti e operatori dei media: 256 casi di arresti e detenzioni arbitrarie, 130 casi di tortura e maltrattamenti e 75 casi di minacce o intimidazioni. “La mancanza di procedure trasparenti nell’accertamento delle violazioni e il ricorso a intimidazioni, arresti e detenzioni arbitrarie nei confronti di coloro che criticano le autorità di fatto – si legge nel Report Unama del novembre 2024 – creano una cultura di autocensura e hanno un impatto negativo sulla libertà di espressione.

Nel 2024 sono state emanate da parte dei Talebani sette nuove direttive sui media, portando il numero totale di ordini sui media a 23. Tra questi, il divieto di trasmettere immagini di esseri viventi, il divieto di collaborare con organi di stampa in esilio e restrizioni alla trasmissione in diretta di dibattiti politici o economici. Le autorità talebane vietano ampiamente qualsiasi pubblicazione che ritengono contraria all’Islam o alla sharia, che, secondo il loro giudizio, deridono o umiliano i musulmani o che hanno un “impatto negativo” sull’opinione pubblica.

Venticinque canali televisivi provinciali e privati ​​sono passati al formato radiofonico sotto la pressione delle autorità. Tra i giornalisti arrestati nel 2024, dieci rimangono in carcere, e sette hanno ricevuto condanne da sette mesi a tre anni.

Il 4 febbraio 2025, Radio Begum, emittente che promuove l’istruzione e l’empowerment femminile raggiungendo con le sue trasmissioni quasi tutto l’Afghanistan, è stata costretta a chiudere: è stata un’operazione plateale, con un’irruzione nella sede di Kabul, che ha portato anche all’arresto di due dipendenti. Radio Begum era stata fondata l’8 marzo 2021, in occasione della giornata internazionale della donna, dall’imprenditrice e giornalista Hamida Aman. Con una programmazione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che includeva corsi educativi per studenti delle scuole medie e superiori, in particolare rivolti alle ragazze a cui era stato impedito l’accesso all’istruzione formale dal ritorno al potere dei Talebani nell’agosto dello stesso anno. Nel 2024, tra l’altro, era stata lanciata Begum Tv, un canale satellitare con sede a Parigi finanziato in parte dal Malala Fund, l’organizzazione nata su impulso dell’attivista pachistana Nobel per la Pace.

Sotto minacce, pressioni immense e chiusure forzate, i media afghani si sono notevolmente ridotti negli ultimi tre anni: prima della presa del potere da parte dei Talebani, l’Afghanistan aveva circa 543 organi di stampa che impiegavano 10.790 lavoratori; a novembre 2021, il 43% era chiuso, con solo 4.360 lavoratori rimasti in attività.

Una stima recente della Federazione Internazionale dei Giornalisti ha documentato che a marzo 2024 in Afghanistan erano presenti solo 600 giornaliste attive, rispetto alle 2.833 donne nel giornalismo prima di agosto 2021.

Anche nel campo dell’informazione le donne sono il bersaglio preferito dei Talebani, la cui misoginia ha raggiunto nuove vette di ignominia. Nell’agosto 2023, nella provincia di Helmand, i giornalisti hanno ricevuto istruzioni verbali dal Dipartimento dell’Interno de facto che la voce delle donne è vietata in tutte le trasmissioni, compresa la pubblicità. La Legge sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha stabilito che la voce di una donna è considerata privata e dovrebbe essere nascosta fuori casa. Nonostante ciò, alcune stazioni radio gestite da donne hanno continuato a operare in alcune province. Come si legge nel Rapporto UNAMA, il lavoro delle giornaliste viene intralciato in ogni modo possibile: maggiori difficoltà nell’accesso alle informazioni con la richiesta di esibire lettere di autorizzazione del Dipartimento dell’interno non richieste ai colleghi maschi; rifiuto a farsi intervistare da donne; mancanza di inviti alle giornaliste alle conferenze stampa.

“Le leggi sono sempre più restrittive: le TV non possono trasmettere, solo le radio, ma i contenuti sono controllati. Ci sono esecuzioni pubbliche, frustate, lapidazioni, arresti arbitrari, uccisioni, anche di giornalisti. L’ultima di pochi giorni fa era molto giovane: Usma. Non ci sono più manifestazioni di protesta perché è troppo pericoloso. Si continua a resistere nell’oscurità o tramite i social”, ci dice dall’Afghanistan un’attivista di RAWA.

 

Scuole e università negate a bambine e ragazze

A giugno 2021, due mesi prima della presa del potere da parte dei Talebani e venti anni dopo l’occupazione USA-NATO, il sistema scolastico afghano presentava già notevoli criticità.

La popolazione scolastica, secondo l’UNICEF, ammontava a 6,6 milioni nella scuola primaria (di cui 2,6 milioni di bambine, circa 4 su 10) e 3,1 milioni nella scuola secondaria (di cui 1,1 milioni di ragazze), mentre 4,2 milioni di bambini, di cui il 60% femmine, non frequentavano alcuna scuola.

Ma alla fine del ciclo primario, il 93% degli studenti non aveva comunque raggiunto il livello minimo di competenze.

Questo insuccesso va correlato alla permanente situazione di guerra, alla miseria e alla fame, alla mancanza di trasporti, al rischio di aggressioni e rapimenti durante il tragitto scuola-casa, ai matrimoni precoci, ai ruoli tradizionali, alla carenza e inadeguatezza degli edifici, spesso occupati da milizie armate, alla pesante corruzione, che ha vanificato i finanziamenti esteri, ma anche alla scarsa formazione del personale : solo il 38% degli insegnanti maschi e solo il 34% donne, destinate alle classi femminili, erano in possesso del titolo di studio richiesto (14° grado). Brevi i turni di lezione, eccessivo il numero degli studenti per classe: tra 40 e 60.

Tra il 2001 e il 2021 il tasso di alfabetizzazione è raddoppiato (dal 17% a quasi il 30%), ma è rimasto fortemente disomogeneo per genere (l’analfabetismo femminile era tra l’84% e l’87%) e per aree geografiche, con le aree rurali fortemente penalizzate.

Dopo la presa del potere da parte dei Talebani, nell’agosto 2021, la riapertura graduale delle scuole ha escluso le ragazze a partire dal 7° grado (12 anni di età), causando forti proteste interne e condanne internazionali. Con l’inizio dell’anno scolastico 2025 a marzo, altre 400.000 ragazze sono state escluse dall’istruzione secondaria, un’esclusione che ha toccato i 2,2 milioni di ragazze.

Nel dicembre 2022 è stata vietata alle ragazze l’istruzione universitaria, e oltre 100.000 studentesse sono state espulse anche dallo studio di discipline (come medicina e pedagogia per la scuola primaria) in cui l’occupazione femminile viene parzialmente tollerata. Nel dicembre 2024 nuova criminale sforbiciata con il decreto del leader supremo dei Talebani Hibatullah Akhundzada che proibisce alle donne di iscriversi e frequentare studi negli istituti medici per studiare ostetricia, protesi dentarie, infermieristica, scienze di laboratorio.

“Il divieto ha un impatto negativo sul sistema sanitario, sull’economia e sul futuro della nazione. Con un minor numero di ragazze che ricevono un’istruzione, le ragazze affrontano un rischio più elevato di matrimonio precoce, con ripercussioni negative sul loro benessere e sulla loro salute. Inoltre, il Paese subirà una carenza di operatori sanitari qualificati. Questo metterà in pericolo delle vite. Con un numero inferiore di medici e ostetriche, le ragazze e le donne non riceveranno le cure mediche e il sostegno di cui hanno bisogno. Si stima che ci saranno 1600 morti materne in più e oltre 3500 morti infantili. Questi non sono solo numeri, ma vite perse e famiglie distrutte”, è quanto dichiara la Direttrice generale dell’UNICEF , Catherine Russell. In seguito alla decisione, Médecins Sans Frontières (MSF, Medici Senza Frontiere) , che gestisce progetti in sette province in cui più della metà dei suoi dipendenti sono donne,  ha rilasciato una dichiarazione sul proprio sito web dove afferma che “non c’è un numero sufficiente di operatrici sanitarie nel paese” e che “le nuove limitazioni limiteranno ulteriormente l’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità e porranno seri pericoli alla sua disponibilità in futuro”.

Intanto, la qualità dell’istruzione è totalmente compromessa: le discipline religiose in chiave fondamentalista sostituiscono in gran parte le altre materie, specie quelle scientifiche. Insegnanti e alunne sono sottoposte a misure vessatorie che scoraggiano la frequenza scolastica.

Il report pubblicato da UNAMA , che analizza gli effetti dell’applicazione della legge sulla “Promozione della virtù e la prevenzione del vizio” , evidenzia come sia in atto la trasformazione del sistema di istruzione pubblica del Paese in un modello religioso basato sulle madrase. Secondo l’UNAMA, questo cambiamento è stato accompagnato dalla graduale sostituzione di funzionari pubblici istruiti con studiosi religiosi filo-Talebani nei ministeri.

Peraltro, le madrase vere e proprie sono aumentate in tutto il Paese ed è in crescita il numero delle ragazze adolescenti che le frequentano: “Eravamo depresse perché ci veniva negata l’istruzione”, ha raccontato Farah, 16 anni, all’agenzia stampa francese AFP : “Fu allora che la mia famiglia decise che almeno dovevo venire qui. L’unico posto aperto per noi ora è una madrasa.”

Invece di studiare matematica e letteratura, le ragazze si concentrano sull’apprendimento mnemonico del Corano in arabo, una lingua che la maggior parte di loro non capisce.

Nel settembre 2024, il Ministero dell’Istruzione del governo di fatto ha annunciato un aumento dei centri di educazione islamica a 21.257, di cui 19.669 madrase, superando il numero totale di scuole pubbliche e private, pari a 18.337.

Infine, le istituzioni educative sono oggetto di attacchi terroristici che colpiscono principalmente donne e ragazze: l’attacco contro il Kaaj Educational Center il 30 settembre 2022 a Kabul ha causato la morte di 54 persone e il ferimento di altre 114; la maggior parte delle vittime erano giovani donne e ragazze hazara che si stavano preparando per l’esame di ammissione all’università. Nel giugno 2023, quasi 80 ragazze delle scuole primarie nella provincia di Sar-e-Pul sono state avvelenate e ricoverate in ospedale.

Nonostante la repressione sia durissima, le ragazze cercano di far sentire la propria voce: all’indomani dell’ultimo decreto che vietava l’accesso ai corsi paramedici, un gruppo di donne e ragazze ha organizzato una protesta davanti all’ufficio del governatore talebano nella provincia occidentale di Herat.

Ma soprattutto cercano modi alternativi per istruirsi. Uno di questi è la frequenza di corsi online (anche via WhatsApp), soprattutto di lingua, pashtu e dari, e per l’apprendimento dell’inglese. Una soluzione perseguibile però solo dalle ragazze che vivono nei grandi centri dove esiste una connessione Internet, e anche in questo caso con molta fatica, dato che il costo della connessione e di un telefono o un PC adatti è spesso difficilmente sostenibile.

E poi ci sono i corsi clandestini, alcuni dei quali sostenuti da CISDA, dove le bambine e le ragazze, ma anche le donne adulte, possono istruirsi su alcune materie. Questi corsi, come ci ha raccontato una delle nostre referenti afghane, non sono importanti “solo” per l’aspetto educativo: “Inizialmente, le studentesse erano scoraggiate per il loro futuro e si sono trovate sottoposte a una forte pressione psicologica. Tuttavia, partecipando attivamente alle lezioni, il loro morale è migliorato. Oltre al loro impegno nelle attività accademiche, le ragazze partecipano ad eventi ricreativi e, soprattutto, hanno la possibilità di confrontarsi con altre ragazze e donne. Queste esperienze danno loro la speranza di un cambiamento e di un futuro migliore”.

Naturalmente tutto ciò deve avvenire in assoluta segretezza perché anche l’educazione in casa per i Talebani può “indurre al vizio”, come testimonia la delirante fatwa (parere legale islamico emesso da uno studioso) lanciata dallo sceicco Abdul Ali Deobandi: “Far imparare alle donne la scrittura causa corruzione. Con questa abilità, la donna inizia a inviare lettere alle persone, come viene fatto con i telefoni cellulari usati nelle case, attraverso i quali le donne stabiliscono relazioni inappropriate che aumentano il vizio e l’immoralità sulla terra. Così, alle donne è proibito imparare a leggere e scrivere anche a casa, questa capacità non è accettabile per le nostre donne”.

“Le leggi sono sempre più restrittive: le TV non possono trasmettere, solo le radio, ma i contenuti sono controllati. Ci sono esecuzioni pubbliche, frustate, lapidazioni, arresti arbitrari, uccisioni, anche di giornalisti. L’ultima di pochi giorni fa era molto giovane: Usma. Non ci sono più manifestazioni di protesta perché è troppo pericoloso. Si continua a resistere nell’oscurità o tramite i social”, ci dice dall’Afghanistan un’attivista di RAWA.

 

 

 

Sistema sanitario sull’orlo del collasso

I dati dei primi tre mesi del 2025 fotografano in Afghanistan una situazione sanitaria tra le peggiori del mondo. In questo periodo si sono registrati oltre 517.000 casi di polmonite acuta (ARI), con più di 1.100 decessi, dove i più colpiti risultano essere principalmente bambini sotto i cinque anni; sono stati segnalati oltre 28.000 casi sospetti di morbillo e 193 decessi, l’82% dei quali tra bambini sotto i cinque anni; si sono inoltre verificati focolai di malaria e poliomielite e numerosi casi di diarrea acquosa acuta, dengue, pertosse (dati del WHO ).

Senza contare che almeno 50 persone vengono uccise o ferite ogni mese a causa di ordigni inesplosi dato che ancora più di 1.150 chilometri afghani sono contaminati da mine e munizioni inesplose.

Estremamente grave anche la salute mentale della popolazione afghana, soprattutto delle donne, con statistiche recenti che rivelano un aumento dei suicidi e delle tendenze suicide: un’indagine di Afghan Witness ha registrato 195 casi di suicidio femminile tra aprile 2022 e febbraio 2024, una cifra che rappresenta solo la superficie, poiché la restrizione dei Talebani sui media, la paura di ritorsioni e lo stigma sociale oscurano l’intera portata del problema.

Per quanto riguarda le persone con disabilità intellettive e/o psicosociali, la loro discriminazione non è una novità in Afghanistan, ma donne e le ragazze afghane con disabilità sono particolarmente vulnerabili ad abusi e violenze e incontrano maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali e agli aiuti umanitari.

Il tutto in un contesto di insicurezza alimentare che riguarda 14,8 milioni di persone (circa un terzo della popolazione) dove 3,5 milioni di bambini sotto i 5 anni e 1,2 milioni di donne incinte o in allattamento sono affetti da malnutrizione acuta. Situazione che aumenta la necessità di assistenza sanitaria: nel 2024, circa 23,7 milioni di persone hanno richiesto assistenza urgente, rispetto ai 18,4 milioni di agosto 2021; è allarmante che ogni giorno 24 madri muoiano per cause prevenibili e 167 neonati soccombano a condizioni simili.

Ad aggravare la situazione l’afflusso di rimpatriati espulsi dai paesi limitrofi le cui condizioni sanitarie sono spesso molto critiche, le conseguenze di fenomeni atmosferici estremi che continuano a imperversare sull’Afghanistan, dalla siccità alle inondazioni, e i terremoti che anche nel 2024 hanno colpito il Paese.

A fronte di questi disastrosi dati, il sistema sanitario afghano, da sempre fortemente dipendente dagli aiuti esterni, si trova oggi sull’orlo del collasso.

Nel 2022 i posti letto disponibili in strutture sanitarie (725 ospedali e 1075 centri di assistenza sanitaria primaria) erano 15.318 con un posto letto ogni 3.000 afghani circa (in Italia, per esempio, è disponibile un posto letto ogni 273 abitanti; in Germania, ogni 174). Solo 93 dei 400 distretti del paese dispongono di ospedali, lasciando il 72% della popolazione rurale senza accesso a servizi sanitari primari e secondari. Oggi questa situazione, già critica è ulteriormente peggiorata sia per le restrizioni imposte dai Talebani sia per i tagli degli aiuti internazionali.

La cronica carenza di personale sanitario qualificato si è acutizzata dopo il ritorno dei Talebani a causa delle restrizioni imposte alle donne, la cui presenza tra gli operatori sanitari era molto elevata. Per lo stesso motivo, la maggior parte delle entità che sostengono le persone con disabilità ha chiuso o ridotto i propri servizi. L’ultima infamia in questo ambito è il decreto emanato dal “leader supremo” dei Talebani Hibatullah Akhundzada nel dicembre 2024 che vieta alle donne di iscriversi e frequentare studi per operatrici sanitarie negli istituti medici, colpendo circa 35.000 donne che beneficiavano di una delle poche esenzioni al divieto di istruzione. L’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha sottolineato che, poiché attualmente solo le donne sono autorizzate a fornire assistenza medica a ragazze e donne in Afghanistan, la nuova misura “porterà a inutili sofferenze, malattie e forse morti di donne e bambini afghani, ora e nelle generazioni future, il che potrebbe equivalere a femminicidio”.

Ai numerosi criminali divieti dei Talebani si è aggiunta la decisione dei Talebani di vietare la vaccinazione porta a porta contro la poliomielite. Il rapporto dell’Afghanistan Analysts Network  (AAN) afferma che, dopo aver sospeso per due volte il programma nazionale di vaccinazione contro la poliomielite nel 2024, i Talebani hanno ripreso la campagna per i bambini sotto i cinque anni a fine ottobre, ma hanno limitato le vaccinazioni alle moschee e ai centri dei villaggi, anziché consentire agli operatori sanitari di visitare le case.

Si rileva infine l’impatto della sospensione degli aiuti statunitensi nel febbraio 2025 nell’ambito del programma di revisione dei progetti finanziati da USaid: alla fine di aprile oltre 200 strutture sanitarie hanno chiuso, e si prevede che altre 220 possano cessare le attività entro giugno, lasciando circa 6,3 milioni di persone senza accesso alle cure di base. Secondo l’OMS , l’80% delle strutture sanitarie sostenute dall’organizzazione rischia la chiusura per mancanza di fondi. È vero che il sistema talebano di controllo dei finanziamenti dei programmi di aiuto ha rappresentato, come si può leggere nell’articolo a pag. P1-A3-B xx, una fonte di arricchimento significativa per i diversi leader Talebani e per consolidare il loro potere, ma è anche vero che con il blocco improvviso e immediato degli aiuti, alla popolazione non arrivano più neanche quelle “briciole” lasciate passare dai Talebani.

Un altro elemento che contribuisce ad acuire la gravità della situazione per le donne è la mancanza di servizi igienici funzionanti nei villaggi colpiti dalle inondazioni e nei campi profughi dove si radunano migliaia di disperati: in Afghanistan, gli uomini hanno accesso prioritario alle strutture igieniche disponibili e alle donne non è consentito utilizzare i bagni degli uomini. Questo comporta la diffusione di malattie, come colera e diarrea, causate dalla mancanza di servizi igienici adeguati e di acqua pulita, soprattutto tra le donne.

E una volta contratta una malattia, curarsi è un’impresa a ostacoli. Se è molto complesso e costoso per tutti gli afghani che vivono nelle zone rurali raggiungere i presidi sanitari, per le donne, a causa delle limitazioni imposte agli spostamenti, è diventata un’impresa quasi impossibile. Le donne, infatti, devono essere accompagnate da un parente maschio per accedere alle cure mediche e questo comporta, oltre alle difficoltà logistiche, costi supplementari che le famiglie non sono in grado di sostenere.  Inoltre, alle donne che cercano di entrare da sole nelle farmacie viene negato l’accesso.

Come segnalato nel rapporto dell’Human Rights Council dell’ONU del giugno 2023 , le donne devono abitualmente partorire senza assistenza professionale o incorrere in debiti significativi per partorire presso strutture sanitarie private.

E dato che al peggio non c’è mai fine, lo stesso Rapporto segnala che i funzionari del Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio effettuano controlli presso le strutture mediche per verificare che medici maschi non stiano curando donne. Un veto che corrisponde, di fatto, a una condanna a morte visti gli ostacoli posti all’attività dei medici donna, il cui numero verrà ulteriormente ridotto in futuro a causa del divieto di accesso all’università per le donne.

Proprio per cercare di aiutare le donne impossibilitate a farsi visitare, Cisda sostiene il progetto Hamoon Mobile Clinic: un team mobile che visita le aree rurali del Paese fornendo servizi medici di base alle persone, con particolare attenzione ai bambini malnutriti e alle donne incinte.