Passa al contenuto principale

CISDA sostiene la mobilitazione nazionale “Senza Consenso, è stupro”

CISDA sostiene la mobilitazione nazionale “Senza Consenso, è stupro” indetta dalle associazioni femministe e transfemministe italiane con la rete dei centri antivolenza D.I.Re – Donne in rete contro la violenza

Noi di Cisda sosteniamo e partecipiamo alla mobilitazione permanente che dal 15 febbraio farà vibrare le piazze italiane finché il consenso libero e attuale non entrerà nella nostra legislazione, per poi contribuire a trasformare radicalmente la sotto-cultura che alimenta la violenza maschile contro le donne. La classe politica che oggi sta bloccando il consenso libero e attuale, è molto lontana dalla vita delle donne, dalla sicurezza e dal rispetto che meritiamo, e riceverà in cambio tutto il nostro dissenso.

Qualcuno si chiederà perché un’associazione di donne italiane, che sostiene le donne in Afghanistan, si occupi dell’art 609 del nostro cpp. Ve lo raccontiamo volentieri…

Cisda nasce nel 1999 per sostenere RAWA, l’Associazione rivoluzionaria delle donne afghane, e altre organizzazioni afghane caratterizzate da un approccio laico, democratico, antifondamentalista, e contrario a ogni azione coloniale e militare esterna che possa sottrarre autodeterminazione al popolo e alle donne afghane. La storia ha dato ragione alle nostre amiche e ai nostri amici afghani, visto che il loro paese, dopo 10 anni di occupazione militare sovietica, 20 di intervento militare Usa-Nato,  e un primo regime talebano sostenitore di una galassia pericolosa di jihadisti che sono riusciti a colpire anche in Occidente, è stato restituito dal presidente Trump nelle mani dei talebani, senza chiedere al popolo e alle donne afghane nessun genere di consenso. La stessa dinamica, fondata sull’abuso e sull’asimmetria di potere nelle relazioni internazionali, è in atto in molti luoghi del mondo e le vittime sono sempre di più le popolazioni civili, con le donne che pagano un prezzo altissimo, anche in termini di aumento della violenza maschile.

Consenso nelle relazioni sessuali, riconoscimento dei diritti della donna nell’ambito della riproduzione umana e nello statuto delle famiglie, e infine, autodeterminazione dei popoli, sono temi strettamente connessi perché regimi autoritari, sovranismi e fondamentalismi di varia natura, legati ad un utilizzo distorto delle religioni, stanno mettendo sempre più sotto attacco la vita delle persone, e quella delle donne in modo particolare. Oggi il 72% della popolazione mondiale vive sotto regimi dittatoriali o autoritari dove, per definizione, autodeterminazione personale e collettiva sono negate a diversi livelli.

L’evoluzione del processo di sottrazione dei diritti avviene attraverso un’escalation della violenza strutturale, quella che si incardina negli ordinamenti giuridici. Sembra difficile da capire, ma risulta immediatamente comprensibile se pensate all’Afghanistan dove la legge ha dato vita a un sistema di apartheid di genere totale. Le persone LGBTQ non sono neppure contemplabili, e alle donne è praticamente vietato fare tutto. Il tema del consenso nelle relazioni sessuali, non si pone nell’ordinamento, perché il corpo delle donne è concepibile unicamente come un contenitore per la riproduzione di maschi da utilizzare nelle milizie talebane, o come strumento utile alla gestione della vita domestica in regime di schiavitù. Stupro coniugale e matrimonio forzato sono la quotidianità e la misera vita delle donne in Afghanistan e rappresentano il vertice estremo dell’arco al cui opposto si troverebbe invece, il consenso riconosciuto per legge, insegnato nelle scuole, trasmesso dai media e praticato nelle relazioni. In pratica, un consenso che permea la cultura al posto dell’abuso di potere che attraversa oggi buona parte delle relazioni umane, così come una parte sempre più consistente delle relazioni tra Stati.

Insieme alle donne italiane che hanno combattuto contro il nazifascismo da partigiane, le amiche di Rawa sono le nostre maestre di Resistenza. Da sempre ci dicono: “voi siete per noi come le nostre montagne che ci circondano e ci proteggono. Se davvero volete aiutarci, continuate a lottare per i diritti delle donne in Italia e ovunque vengano calpestati…”

Hanno sempre avuto ragione: le tenebre sono dietro l’angolo ovunque. Basta poco per ripiombare nel buio. Ecco perché siamo in piazza con voi oggi, e lo saremo per tutta la mobilitazione: per tenere accesa una luce che si unisca alle piccole luci che possiamo intravvedere laggiù, tra le macerie delle guerre, delle occupazioni militari e dei regimi che stanno soffocando l’esistenza di intere popolazioni, e la vita delle donne.

Doha. Incontri tecnici, gesti innocui: così la legittimazione dei talebani avanza senza clamore

Si chiude senza sorprese l’ultima edizione del “Processo di Doha”: le parti hanno ribadito posizioni già espresse, senza aperture dei talebani su diritti umani e inclusività, né segnali di concessione o riconoscimento ufficiale da parte dell’ONU.

Non sorprende l’assenza di una dichiarazione ufficiale congiunta con i talebani al termine degli incontri: l’unico terreno di convergenza è stato il tavolo tecnico sulla lotta alla droga, chiuso il 4 febbraio con un accordo limitato al compiacimento per la riduzione della produzione di papavero dichiarata dai talebani – che hanno inoltre affermato senza esitazioni che in Afghanistan non verrebbe prodotta la droga sintetica che ha ormai inondato i mercati mondiali.

La Sottosegretaria Generale dell’ONU per gli Affari Politici e la Costruzione della Pace, Rosemary DiCarlo, stavolta si è recata a Kabul per incontrare i talebani nell’ambito della continuazione del dialogo internazionale guidato dalle Nazioni Unite per l’interazione tra talebani, ONU e comunità internazionale, il cosiddetto Doha 3.

In particolare ha incontrato il ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi e il ministro dell’Interno Sirajuddin  Haqqani, ma anche diplomatici presenti a Kabul, rappresentanti della società civile afghana e donne che lavorano per le Nazioni Unite.

L’UNAMA, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, ha diffuso un comunicato in cui ribadisce la continuità dell’impegno diplomatico e del dialogo nel quadro del “Processo di Doha”. Nel testo si riferisce inoltre che Rosemary DiCarlo ha espresso profonda preoccupazione per le restrizioni imposte alle donne in Afghanistan, in particolare per le limitazioni all’accesso all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica, nonché per il divieto imposto al personale femminile afghano di lavorare per le Nazioni Unite. DiCarlo ha quindi esortato le autorità talebane a revocare immediatamente tali misure e a rispettare i diritti fondamentali delle donne e delle ragazze.

Inoltre, ha esortato i talebani a rimuovere ogni ostacolo al passaggio dell’assistenza umanitaria e a cooperare con le agenzie delle Nazioni Unite affinché gli aiuti raggiungano senza interferenze le popolazioni in stato di bisogno. Ha quindi ribadito la necessità di mantenere aperto e operativo il dialogo diplomatico nel quadro del “Processo di Doha”, sollecitando una partecipazione concreta dei talebani, in particolare nei gruppi di lavoro tecnici sulla lotta alla droga e sul settore privato. Ha definito il dialogo costante come vantaggioso per tutte le parti interessate coinvolte nel futuro dell’Afghanistan, e ha invitato i talebani ad adempiere agli obblighi internazionali.

Infine ha confermato l’intenzione di convocare una quarta riunione del Processo di Doha, ma senza concedere legittimità politica formale ai talebani.

Da parte loro, le fonti riferiscono che Muttaqi ha rivendicato l’operato politico del suo governo, soffermandosi in particolare sulle misure di sicurezza adottate e sulla gestione dei rifugiati. Ha inoltre ribadito la richiesta alle Nazioni Unite di adoperarsi per la revoca delle sanzioni bancarie imposte all’Afghanistan e di facilitare lo sblocco dei beni afghani congelati dagli Usa.

Una situazione di stallo

Le trattative sembrano ormai in una situazione di stallo. È lecito chiedersi chi continui davvero a credere nei negoziati e chi li ritenga ancora uno strumento efficace per condizionare le scelte politiche dei talebani. Di certo non la Russia, che ha già riconosciuto il governo talebano; né l’India, la Cina e gli altri Paesi dell’area e del Medio Oriente, che hanno aperto canali diplomatici con Kabul senza mai ritenere prioritario il riconoscimento dei diritti delle donne o l’inclusività del governo come prerequisito per l’avvio di relazioni economiche e politiche con l’esecutivo de facto.

Ma lo scetticismo non sembra riguardare solo questi attori. Nell’ultimo anno, anche alcuni Paesi europei e la stessa Unione europea hanno progressivamente e più o meno apertamente cercato un dialogo diretto e forme di apertura diplomatica verso i talebani, soprattutto con l’obiettivo di contenere i flussi migratori. Analogamente, gli Stati Uniti, pur rivendicando pubblicamente il blocco dei finanziamenti per evitare di sostenere indirettamente un regime considerato terrorista, hanno comunque avviato contatti e intese con i talebani per ottenere la liberazione e lo scambio di prigionieri.

Tutte queste iniziative unilaterali fanno pensare che molti Paesi nutrano scarsa fiducia nella capacità del Processo di Doha e del Mosaico di pace di influenzare le decisioni dei talebani, spingendoli verso aperture sui diritti e sulla democrazia.  La recente introduzione del Codice penale talebano, che istituzionalizza la schiavitù, la divisione in caste e il rifiuto di qualsiasi religione o corrente diversa dall’interpretazione hanafita, rappresentando un ulteriore duro colpo alla speranza di moderare il fondamentalismo dei talebani.

Anche sulla capacità dell’UNAMA di «promuovere l’obiettivo di un Afghanistan sicuro, stabile, prospero e inclusivo» attraverso il dialogo con le autorità al potere e la gestione dell’assistenza umanitaria, come previsto dalla Valutazione Indipendente commissionata dal Consiglio di Sicurezza e diventata, dal dicembre 2023, la linea guida della strategia politica dell’ONU per l’Afghanistan, persistono molti dubbi, persino tra i membri del Consiglio stesso, che avanzano proposte di cambiamento.

Nel frattempo, però, il meccanismo non si ferma: il carrozzone procede comunque e già si parla di organizzare il Doha 4 a Kabul. Pur senza un riconoscimento ufficiale del governo talebano, il passo verso una legittimazione de facto sembra avvicinarsi sempre di più.

Riconoscimento soft

Mentre cresce la pressione affinché i talebani e il loro governo siano chiamati a rispondere delle proprie azioni, e proprio in questi giorni gli esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU hanno invitato gli Stati a dare voce alle donne afghane e a sostenerne attivamente l’inclusione del reato di Apartheid di genere nel Trattato per la prevenzione e la repressione dei crimini contro l’umanità che nei prossimi mesi entrerà in una fase cruciale, gli Stati “democratici” occidentali e l’UE procedono invece a piccoli passi diplomatici verso un pericoloso riconoscimento di fatto.

Tutto avviene tramite la normalizzazione dei contatti e le interazioni apparentemente “tecniche”: incontri di lavoro che si moltiplicano, gesti protocollari insignificanti, immagini ufficiali, pratiche operative che, con il tempo e la ripetizione, assumono più peso delle dichiarazioni ufficiali. Una sequenza di gesti minori e apparentemente neutri che scavalcano le cautele verbali dietro cui si mascherano i diplomatici.

È un riconoscimento soft, perciò non allarma né i politici – sempre distratti da altre emergenze – né l’opinione pubblica internazionale, che non ne viene informata dai media e non percepisce scandalo. Una gestione  dei rapporti volutamente ambigua, che finisce per produrre effetti politici sostanziali senza che nessuno sembri accorgersene.

Un altro attacco di Trump all’autorità dell’Onu, e ai diritti

A inizio gennaio Trump ha inferto un ulteriore stangata all’Onu e al multilateralismo, alla solidarietà internazionale, ai diritti umani e alla lotta ai cambiamenti climatici: con un memorandum firmato il 7 gennaio ha ordinato ai dipartimenti e alle agenzie esecutive di “cessare ogni partecipazione e, ove consentito dalla legge, di interrompere immediatamente tutti i finanziamenti” a 66 organismi, convenzioni e trattati internazionali, riguardanti un’ampia gamma di accordi sulla cooperazione internazionale, il cambiamento climatico, i diritti umani e la costruzione della pace, con l’obiettivo dichiarato di riorientare le risorse sulle priorità interne per rafforzare la linea “America First”, disimpegnandosi dai gruppi che sostengono “agende globaliste” o “ideologie radicali”.

La notizia non ha fatto scalpore, forse perché gia dal febbraio 2025 gli Usa avevano sospeso i finanziamenti volontari a molte di queste entità, ad esempio al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), all’UN Women (Entità delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne), al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC).

O più probabilmente perché questi settori di intervento vengono considerati insignificanti e trascurabili di fronte alle gravissime violazioni del diritto internazionale, già attuate o preannunciate da Trump, che hanno superato le peggiori aspettative e costretto la società civile e la politica internazionale a confrontarsi con il rischio di inutilità dei trattati e delle vie diplomatiche.

Ma purtroppo sono invece considerevoli le conseguenze di questo provvedimento, per le immediate e sproporzionate ricadute che avrà non solo sulle popolazioni più povere e sulle comunità emarginate, ma anche sulla salute dell’intero pianeta.

Quali sono le entità cancellate

La decisione coinvolge 31 entità del sistema ONU e 35 non direttamente dipendenti dall’ONU riguardanti principalmente:

– il clima – ad esempio la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, UNFCCC, e il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, IPCC, alla base dall’intero quadro negoziale internazionale sul clima; l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, IRENA, organizzazione intergovernativa che supporta i paesi nella transizione verso un futuro energetico sostenibile

– i diritti e il genere – tra cui l’agenzia UN Women, dedicata all’uguaglianza di genere; il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, UNFPA, che si occupa di salute sessuale e riproduttiva; il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, UNHRC; l’Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale sulla violenza contro i bambini e altri uffici del Segretariato delle Nazioni Unite che si occupano di bambini nei conflitti armati, CAAC, e che pongono fine alla violenza sessuale come arma di guerra, OSRSG-SVC

– la salute e lo sviluppo sostenibile, come l’International Development Law Organization, IDLO, che opera per favorire la pace e lo sviluppo sostenibile attraverso il rafforzamento dei sistemi legali; il Fondo delle NU che finanzia e sostiene progetti della società civile per la democrazia, UNDEF; l’UNESCO, che promuove la pace e la sicurezza attraverso la cooperazione internazionale in ambito educativo, scientifico, culturale e comunicativo.

L’elenco comprende anche quattro delle cinque commissioni regionali delle Nazioni Unite, ESCAP,ESCWA, ECA, ECLAC, che sono piattaforme chiave per la cooperazione multilaterale.

Tra gli enti non direttamente legati all’ONU troviamo il Global Counterterrorism Forum, che si occupa di contrasto al terrorismo; l’International IDEA, Istituto internazionale per la democrazia e l’assistenza elettorale; la Venice Commission, l’autorevole organo consultivo del Consiglio d’Europa specializzato in questioni costituzionali  del Consiglio d’Europa; l’International Law Commission, che esercita un’influenza multilaterale sulla politica estera degli stati.

La lista completa è disponibile sul sito ufficiale della Casa Bianca.

La decisione ha effetto immediato per quanto riguarda la cessazione della partecipazione e dei finanziamenti, sebbene per alcuni trattati l’uscita formale richieda processi più lunghi. Per le entità delle Nazioni Unite, “il ritiro significa cessare la partecipazione o il finanziamento a tali entità nella misura consentita dalla legge”.

Le motivazioni ufficiali

Nel motivare questa decisione degli Usa, il Segretario di Stato Marco Rubio ha accampato la necessità di tagliare le “spese inutili”, risparmiare denaro dei contribuenti e concentrarsi sugli interessi degli Stati Uniti. “Non continueremo a spendere risorse, capitale diplomatico e il peso legittimante della nostra partecipazione in istituzioni che sono irrilevanti o in conflitto con i nostri interessi”, ha affermato. 

Trump ha ribadito che vuole riorientare le risorse sulle priorità interne e rafforzare la politica estera “America First”, che i dollari dei contribuenti americani non devono più finanziare enti che promuovono programmi “woke”, “minano l’indipendenza dell’America e sprecano i soldi dei contribuenti in programmi inefficaci o ostili”. Ha richiamato la continuità di questa azione con l’opposizione ai cosiddetti “programmi DEI”,  mandati federali che si occupano di diversità, equità ed inclusione che l’amministrazione considera una forma di “discriminazione inversa” e uno spreco di denaro pubblico e contro i quali già nel gennaio 2025 aveva firmato ordini esecutivi per porne  termine.

Reazioni critiche

Numerose sono le reazioni critiche al provvedimento.

Un “attacco vendicativo e sconsiderato” per fare a pezzi il sistema globale di cooperazione, minare i diritti umani e la stabilità globale, soprattutto la pace e la sicurezza, smantellando le istituzioni che garantiscono giustizia e responsabilità internazionale: questa è l’opinione di Amnesty International, che ha esortato gli Stati membri e le organizzazioni delle Nazioni Unite a difendere l’architettura giuridica internazionale e i sistemi di riforma per proteggere gli standard dei diritti umani.

Critico anche Human Rights Watch, che ha evidenziato come il ritiro da organismi come l’UNFCCC e l’IPCC non sia solo una questione ambientale, ma una minaccia diretta ai diritti umani, poiché compromette i progressi verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile e la protezione contro i disastri climatici.

Il responsabile delle Nazioni Unite per il clima, Simon Stiell, ha definito  la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici un “colossale autogol”, perché “mentre tutte le altre nazioni stanno facendo un passo avanti insieme, questo ultimo passo indietro dalla leadership globale, dalla cooperazione sul clima e dalla scienza non può che danneggiare l’economia, i posti di lavoro e gli standard di vita degli Stati Uniti, mentre incendi, inondazioni, mega-tempeste e siccità peggioreranno rapidamente”.

Molti osservatori hanno evidenziato inoltre il rischio di isolamento diplomatico cui si espongono gli Usa, permettendo ad altre potenze come la Cina o l’India di occupare il vuoto di leadership lasciato da Washington. “Il fatto che abbandoniamo la scena non significa che altri attori non prenderanno il nostro posto. Quindi non dovremmo sorprenderci se altri attori con interessi e valori diversi – con particolare attenzione alla Cina – approfitteranno del nostro ritiro per subentrare”, ha affermato Stewart Patrick, direttore del Global Order and Institutions Program presso il Carnegie Endowment for International Peace di Washington.

“Si tratta di un’azione ridicola e pericolosa, sconsiderata e dannosa”, ha affermato Nina Schwalbe, del Georgetown Center for Global Health Policy and Politics, criticando i tagli alla sanità globale introdotti dall’amministrazione Trump. “Il ritiro dall’Organizzazione Mondiale della Sanità [quasi un anno fa], è stato il primo segnale del suo ritiro dal multilateralismo. Ha tagliato un albero, ora sta tagliando l’intera foresta”, ha affermato. “Le implicazioni saranno molto ampie e vaste: dall’istruzione dei bambini al cambiamento climatico, all’arte e alla cultura. Ha appena preso un bazooka e ha fatto saltare tutto in aria”.

Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres si è espresso contro questi ritiri. In una dichiarazione  dell’ONU si riporta il giudizio del segretario generale: “Come abbiamo costantemente sottolineato, i contributi stimati al bilancio ordinario delle Nazioni Unite e al bilancio per il mantenimento della pace, approvati dall’Assemblea generale, costituiscono un obbligo giuridico ai sensi della Carta delle Nazioni Unite per tutti gli Stati membri, compresi gli Stati Uniti… Tutte le entità delle Nazioni Unite continueranno ad attuare i mandati loro conferiti dagli Stati membri.”

L’UE ha espresso rammarico per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato fondamentale delle Nazioni Unite sul clima. “L’UNFCCC sostiene l’azione globale per il clima. Riunisce i paesi per sostenere il clima, ridurre le emissioni, adattarsi ai cambiamenti climatici e monitorare i progressi”, ha affermato il commissario europeo per il clima Wopke Hoiekstra in un post sulla piattaforma social X. “La decisione della più grande economia e secondo maggiore emettitore al mondo di ritirarsi è deplorevole e infelice.

Organizzazioni come l‘Environmental Defense Fund e il Natural Resources Defense Council affermano che, facendo un passo indietro, gli Stati Uniti perdono il loro posto al tavolo delle trattative per definire la strategia climatica, promuovere i negoziati e promuovere nuove idee politiche. Questa mossa incide anche sugli impegni di rendicontazione che contribuiscono a monitorare le emissioni e a mantenere la trasparenza globale. Gli Stati Uniti si erano già ritirati dall’Accordo di Parigi sul clima, e i critici sostengono che mosse come questa non facciano altro che rendere più difficile per il mondo progredire in un momento in cui il cambiamento climatico sta peggiorando… Da qualunque parte ci si schieri, il messaggio è difficile da ignorare: gli Stati Uniti stanno ridefinendo il loro ruolo nella leadership globale sul clima.

Impatto sui diritti umani e soggetti più deboli

Deleterio e immediato sarà l’impatto che questa decisione avrà sulle condizioni di vita dei soggetti più vulnerabili.

“Le Organizzazioni che sostengono la salute riproduttiva delle donne e il parto sicuro sono solitamente tra le prime a risentire dei tagli ai finanziamenti, e queste conseguenze non sono affatto astratte. Lo stesso vale per i programmi che si occupano di temi come la tratta di esseri umani, la tutela dei minori, i diritti delle persone con disabilità e l’uguaglianza di genere. Quando la partecipazione si indebolisce, si indebolisce anche la legittimità. E quando si indebolisce la legittimità, spesso ne risentono finanziamenti e funzionalità”, leggiamo su The Diplomatic Insight.

Se guardiamo all’Afghanistan, la chiusura dell’UNFPA, che si occupa di violenza sui bambini e salute riproduttiva, rappresenta un attacco frontale ai diritti fondamentali delle donne e dei minori nelle zone di crisi. La riduzione del supporto causerà un aumento drammatico della mortalità materna. Nel Paese, si prevedono 1.200 morti materne in più e oltre 100.000 gravidanze non desiderate entro il 2028.

Secondo i dati riportati daNational Public Radio, Radio Pubblica , il taglio dei fondi alle agenzie ONU mette a rischio i programmi di distribuzione di alimenti terapeutici pronti all’uso (RUTF). Senza il contributo degli Stati Uniti, migliaia di bambini afghani soffriranno di malnutrizione acuta.

Inoltre il disimpegno dell’ONU interrompe le catene di approvvigionamento per i vaccini contro la poliomielite – e l’Afghanistan è uno degli ultimi paesi al mondo dove è endemica – e il morbillo.

L’abbandono di programmi come Education Cannot Wait interrompe i “corsi comunitari” che permettono ai bambini, e soprattutto alle bambine, di studiare fuori dal sistema formale controllato dai Talebani.

Più in generale, Beth Schlachter, dell’organizzazione MSI Reproductive Choices, che si occupa di servizi riproduttivi in ​​36 paesi, fa notare che già la sospensione dei finanziamenti al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione da parte degli Usa aveva avuto impatti “profondi , con cliniche chiuse, medici licenziati, infermieri e operatori sanitari di comunità e forniture mediche non più disponibili. Il ritiro completo dall’agenzia ne minerà ulteriormente la legittimità.

La Federazione Internazionale per i Diritti Umani, FIDH, afferma che “questa decisione non si limita a minare la lotta contro il cambiamento climatico e la tutela dell’ambiente, ma mette anche a repentaglio programmi essenziali per la parità di genere, i diritti alla salute sessuale e riproduttiva, la lotta alla violenza di genere e il sostegno alla società civile. La brusca sospensione di finanziamenti vitali riduce drasticamente la capacità degli organismi multilaterali, in un momento in cui l’erosione dei diritti sta accelerando e i movimenti femministi si trovano ad affrontare pressioni e minacce senza precedenti”.

Inoltre fa notare che le conseguenze di questo atto sono aggravate dalle peggioramento delle misure restrittive per l’ingresso negli Stati Uniti. Queste hanno pesanti conseguenze per le femministe e le organizzazioni della società civile di molti paesi perché le privano di opportunità cruciali per promuovere le loro cause: impedendo loro di accedere alle numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite con sede a New York, limiteranno la loro possibilità di partecipare a negoziati e formazione, di svolgere attività di advocacy, di beneficiare e partecipare ad azioni di solidarietà.

Trump e l’ONU

Questa mossa è solo l’ultima di una serie di misure adottate dall’Amministrazione Trump per prendere le distanze dalle organizzazioni multilaterali, preferendo puntare sugli accordi bilaterali, dove ha maggiore possibilità di manovra e controllo.

Soprattutto, Trump è determinato a trasformare radicalmente l’ONU, a ridimensionarne il peso e riorientarlo a suo modo sulle principali questioni di sicurezza internazionale.

In realtà gli Stati Uniti rimangono coinvolti in importanti organismi come il Consiglio di Sicurezza, l’UNICEF e il Programma Alimentare Mondiale, e continuano a collaborare con organizzazioni che sostengono la sicurezza nazionale e gli obiettivi umanitarie anche con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Quindi gli USA non stanno abbandonando completamente l’ONU: vogliono continuare a collaborare con le Nazioni Unite, ma in modo evidente vogliono essere loro a stabilirne l’agenda, per dettare le loro condizioni al resto del sistema multilaterale e usare le organizzazioni internazionali solo al servizio dei propri interessi.

La resilienza di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh

Nella coscienza politica e geografica siriana, la città di Aleppo è più di un semplice centro economico o di una metropoli storica; rappresenta il punto cruciale la cui oscillazione può sconvolgere l’equilibrio dell’intero nord della Siria. Sin dagli albori della storia, l’importanza di Aleppo deriva dalla sua posizione strategica come punto di collegamento indispensabile tra l’altopiano anatolico a nord, quello profondo arabo a sud e la sfera mediterranea a ovest. Questo l’ha resa una città dalle multiple identità, dove componenti arabe, curde, armene e turkmene si sono fuse in un unico tessuto economico e sociale caratterizzato da uno spirito pragmatico e flessibile. Tuttavia, i tumultuosi cambiamenti dell’ultimo decennio non solo l’hanno destabilizzata, ma hanno anche ridisegnato la geografia della città lungo nette linee etniche, politiche e territoriali. Durante questo periodo, i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh sono emersi come attori indipendenti dotati di una specificità amministrativa e demografica unica all’interno del corpo aleppino, rendendoli un luogo chiave per comprendere i conflitti di identità e di influenza nella regione.

Scarica il pdf dell’approfondimento realizzato da Kongra Star

La Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia

Le donne e le ragazze afghane resistono con coraggio e fiducia. Nonostante tutto, nella notte di Yalda* hanno festeggiato e hanno voluto condividere con noi del Cisda il resoconto dell’evento

“Speriamo che leggendo il resoconto e guardando le foto, vi sembrerà di essere state con noi. Questo incontro ha portato nuova energia e motivazione sia ai nostri insegnanti che alle nostre studentesse, poiché nelle circostanze attuali eventi di questo tipo sono rari per le donne”, hanno scritto.

In un momento in cui le donne e i giovani in Afghanistan stanno attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della loro vita, preservare la cultura, l’identità e le pratiche tradizionali della comunità è diventato vitale ed estremamente impegnativo. Le continue restrizioni e le prolungate difficoltà hanno profondamente influenzato il benessere psicologico ed emotivo della società, in particolare di donne e giovani, spingendo molti all’isolamento, alla disperazione e alla privazione. In tali circostanze, la graduale erosione di tradizioni culturali di lunga data rappresenta una delle conseguenze più angoscianti della situazione attuale.

Purtroppo, le autorità attuali si oppongono all’osservanza di molte occasioni culturali e sociali che il popolo dell’Afghanistan e dell’Asia centrale celebra da generazioni, consentendo che solo gli eventi religiosi siano celebrati ufficialmente. Questo approccio ignora il profondo significato sociale ed emotivo che queste giornate culturali rivestono per le comunità.  La Notte di Yalda, nota anche come Notte Chella, è una di queste tradizioni significative e amate e riveste particolare importanza per le donne afghane in quanto simbolo di calore, solidarietà, speranza e connessione umana.

Consapevoli di questa realtà e con l’obiettivo di creare momenti di sollievo e gioia, anche se brevi, abbiamo organizzato un incontro per le donne in occasione della Notte di Yalda. L’evento intendeva offrire alle partecipanti l’opportunità di allontanarsi dalle pressioni, dalle restrizioni e dal dolore quotidiani e di riconnettersi con un senso di felicità e unione.

L’atmosfera dell’incontro era carica di calore, colore, vita e speranza. Donne e ragazze hanno partecipato indossando abiti colorati, con particolare attenzione al rosso, simbolo di vitalità e calore tradizionalmente associati alla Notte di Yalda. I sorrisi sui volti delle donne, la gioia visibile tra le giovani partecipanti e l’energia sincera nella sala hanno creato un ambiente profondamente accogliente e stimolante.  Nonostante le difficoltà, i partecipanti hanno ballato liberamente, applaudito ritmicamente ed espresso la loro gioia dal profondo del cuore.

In linea con le tradizioni di Yalda, sono stati preparati e condivisi tra i partecipanti una varietà di frutta invernale e rinfreschi, tra cui olive russe, melograni, anguria e un dolce tradizionale afghano (shola).

Letture di poesie dallo Shahnameh di Ferdowsi e versi di Hafez hanno arricchito la dimensione culturale e spirituale dell’incontro.
Si è svolta anche la divinazione, un’usanza molto amata soprattutto dai giovani durante la Notte di Yalda, accolta calorosamente.

La musica ha avuto un ruolo centrale nella celebrazione. Le ragazze hanno eseguito l’”Attan” (danza tradizionale locale), hanno cantato insieme e hanno eseguito con passione la canzone “Bella Ciao”. Balli di gruppo, canti collettivi e momenti di gioia condivisa riflettevano il profondo bisogno di donne e giovani di spazi sicuri in cui poter esprimere emozioni, felicità e solidarietà.

Durante il programma, è stato anche spiegato il significato storico e simbolico della Notte di Yalda. I partecipanti hanno appreso che Yelda affonda le sue radici nella vita agricola, quando le persone celebravano la vittoria della luce sulle tenebre e il graduale allungamento delle giornate. In questo contesto, Yalda è stata presentata come simbolo di speranza, un promemoria per le ragazze e i giovani afghani che nessuna oscurità dura per sempre e che la luce tornerà inevitabilmente.

L’incontro si è concluso con un messaggio forte: in questi tempi difficili, la resilienza delle donne e dei giovani, la loro resistenza all’ignoranza e la loro continua lotta per rivendicare i propri diritti umani, sociali e culturali rimangono essenziali.

Per noi, la Notte di Yalda non è stata solo una celebrazione, ma un simbolo di resistenza, speranza e fiducia in un futuro migliore per l’Afghanistan.


*La Notte di Yalda è un’antica festa persiana celebrata nella notte più lunga dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre), che segna il solstizio d’inverno e simboleggia la rinascita della luce, la speranza e la vittoria sull’oscurità. Le famiglie si riuniscono per stare sveglie fino a tardi, mangiando melograni e angurie (simboli di luce e vita), frutta secca, dolci, leggendo poesie (soprattutto di Hafez) e raccontando storie, celebrando l’unione, la felicità e l’arrivo dei giorni più lunghi.

L’Afghanistan e il supporto di CISDA alle donne afghane nel 2025

Il 2025 in Afghanistan ha confermato e aggravato tendenze che si erano manifestate già negli anni immediatamente successivi al ritorno al potere dei Talebani (agosto 2021): una sistematica negazione dei diritti fondamentali, in particolare di quelli delle donne, un deterioramento delle condizioni socio-economiche e una crescente dipendenza dalla solidarietà di organizzazioni locali e internazionali per la sopravvivenza quotidiana della popolazione.

Apartheid di genere: un quadro di discriminazione sistemica

Nel 2025 la condizione delle donne in Afghanistan si configura come una loro segregazione ed esclusione istituzionalizzate da ogni spazio pubblico e privato della vita sociale, culturale, educativa ed economica. Le donne sono state progressivamente escluse dall’istruzione superiore e dall’accesso al lavoro, alla mobilità e alla partecipazione politica, in un clima di repressione che mira a renderle praticamente invisibili alla società.

Un apartheid di genere che non è una definizione retorica: CISDA, supportata da un pool di giuriste, ha portato questo tema nelle sedi internazionali, chiedendo che l’apartheid di genere sia riconosciuto come crimine contro l’umanità nei trattati internazionali e che il regime talebano sia chiamato a rispondere davanti a corti internazionali.

La crisi umanitaria: dati e dinamiche

Oltre alle discriminazioni di genere, l’Afghanistan nel 2025 ha affrontato un grave contesto umanitario. Secondo stime delle Nazioni Unite e di agenzie internazionali: 22,9 milioni necessitano di assistenza umanitaria per sopravvivere,14,8 milioni soffrono di insicurezza alimentare acuta, 3,5 milioni di bambini sotto i 5 anni affetti da malnutrizione acuta,1,2 milioni di donne incinte o in allattamento a rischio di malnutrizione acuta.

Il collasso del sistema sanitario ha portato l’Afghanistan, e in particolare le aree rurali, nell’abisso di una crisi sanitaria senza precedenti con l’impossibilità di prestare cure a una popolazione allo stremo e l’aumento di malattie prevenibili: una costante minaccia per donne e bambini, mentre la scarsità di fondi e l’intercettazione degli aiuti da parte delle autorità de facto limitano l’efficacia degli interventi esterni.

Inoltre sono oltre 500.000 gli sfollati a causa di inondazioni, siccità e terremoti e oltre 2,43 milioni i migranti afghani rimpatriati dal Pakistan e dall’Iran tra settembre 2023 e aprile 2025.

CISDA e la solidarietà organizzata: progetti e attività nel 2025

In questo contesto, anche ne 2025 CISDA ha supportato la società civile afghana lavorando in stretto contatto con organizzazioni democratiche e antifondamentaliste afghane che continuano a operare, seppur in clandestinità, sul territorio: RAWA, HAWCA, HAMBASTAGI, SAAJS e OPAWC.

Nel corso del 2025, le nostre attività si sono sviluppate su più fronti erogando 280.000 euro di contributi per il sostegno di progetti concreti a sostegno delle donne e della popolazione afghana:

  • Scuole segrete per ragazze: piccoli gruppi di insegnamento organizzati in case private, per consentire alle giovani di proseguire gli studi nonostante il divieto formale.
  • Giallo fiducia, sostegno alla coltivazione di zafferano da parte di un gruppo di donne
  • PC e materiale informatico per le scuole clandestine.
  • Corsi di taglio e cucito e alfabetizzazione per favorire l’autonomia economica, anche attraverso l’assegnazione di macchine da cucire e materiali.
  • Unità mobile sanitaria per donne e bambini in zone isolate, dove l’accesso alla sanità pubblica è negato o inesistente.
  • Piccolo shelter e percorsi di supporto per vittime di violenza familiare, fornendo protezione, assistenza psicologica e strumenti per l’indipendenza economica.
  • Empowerment per famiglie in crisi fornendo competenze professionali e commerciali per ogni membro della famiglia
  • Vite preziose, sostegno a distanza di donne in difficoltà
  • Emergenza, sostegno per le popolazioni colpite da alluvioni e terremoti
  • Distribuzione di capre a vedove prive di reddito

Queste attività sono spesso svolte in condizioni di clandestinità, con personale locale che rischia ripercussioni acute da parte delle autorità talebane, e hanno consentito di aiutare circa 20.600 donne afghane.

Oltre agli interventi diretti sul terreno, nel 2025 CISDA ha intensificato le campagne di pressione politica e sensibilizzazione internazionale. Tra queste la campagna “Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere”, che ha l’obiettivo di fare riconoscere a livello internazionale il crimine di apartheid di genere e di sollecitare governi e istituzioni a sostenere le forze democratiche afghane e non riconoscere il governo talebano.

Eventi, incontri e petizioni in Europa e in Italia hanno amplificato la voce delle attiviste afghane in esilio, come Belqis Roshan, ex parlamentare costretta a fuggire, che ha testimoniato delle condizioni di repressione e delle pressioni sugli stessi uomini per controllare ancor più strettamente le donne nelle famiglie.

A queste si è affiancata un’intensa attività di comunicazione con oltre 500 articoli pubblicati su Altreconomia e altre testate giornalistiche, il sito Osservatorio Afghanistan e il sito istituzione CISDA; oltre12.000 interazioni/mese social su Facebook, Instagram e YouTube; oltre 3.500 contatti raggiunti mensilmente con la nostra newsletter. Nel 2025 è stata inoltre pubblicata una nuova edizione aggiornata del Dossier I diritti negati delle donne afghane e si segnala l’uscita del nuovo libro di Cristiana Cella, con fotografie di Carla Dazzi, Attraversare la notte che dà voce alle donne afghane.

La resistenza democratica afghana: strumenti e prospettive

I gruppi democratici e femministi afghani continuano a operare in condizioni estremamente difficili. Molte delle loro iniziative sono diventate clandestine, dalla scuola all’assistenza sanitaria, passando per l’organizzazione di reti di solidarietà locale e internazionale. Questi gruppi, pur senza possibilità di agire apertamente, mantengono vivo un ruolo di costruzione di comunità autonoma, difendendo l’uguaglianza di genere e la democrazia contro la repressione fondamentalista.

In un contesto di esclusione, violenza e crisi umanitaria il ruolo di organizzazioni come CISDA e dei gruppi democratici afghani che sostiene è fondamentale per mantenere attivi spazi di resistenza, fornire supporto vitale alla popolazione e tenere alta la voce delle donne afghane nel dibattito internazionale.