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Cancellare la cultura anche per minare coesione sociale e identità

Pubblicazione: 5 Novembre 2025

La cultura afghana è straordinariamente ricca e variegata, con radici profonde nella storia antica e fioriture artistiche notevoli nel corso dei secoli. Una cultura che il regime talebano – sia negli anni ‘90 sia dal ritorno al potere nel 2021 – ha fortemente represso fino a cancellare la maggior parte delle espressioni culturali.

Partiamo dalla letteratura. L’Afghanistan ha una tradizione letteraria antica di millenni. Fa parte dell’area culturale persiana, quindi molto della sua letteratura è in lingua dari (una variante del persiano), ma anche in pashtu, uzbeko e altre lingue locali. Uno dei più grandi poeti classici persiani, Rumi (Jalāl al-Dīn Muhammad Rūmī), nacque a Balkh, nell’attuale Afghanistan, anche se poi visse e morì in Anatolia. Altri poeti afghani noti includono Khoshal Khan Khattak (pashtu, XVII sec.) e Rahman Baba. Un’espressione artistica che non si limita certo all’antichità: nel XX secolo e fino agli anni ’70, la letteratura afghana fiorì con romanzi, racconti, poesie e giornalismo culturale dove erano comuni temi sociali, patriottici e filosofici; dopo il 2001, con la caduta del primo regime talebano, vi fu un nuovo fermento culturale, anche tra le donne scrittrici (come Homeira Qaderi, Spozhmai Zaryab).

I Talebani vietano ogni forma di espressione letteraria che non rispetti la loro rigida interpretazione dell’Islam. La censura colpisce testi critici o ritenuti “immorali”, tutto quello che riguarda l’educazione femminile (molte scrittrici sono fuggite o costrette al silenzio), le pubblicazioni moderne. Una direttiva del Ministero dell’Istruzione ha ordinato alle università private e agli istituti di istruzione superiore di tutto l’Afghanistan di eliminare dalle loro biblioteche i libri ritenuti “contraddittori con la giurisprudenza hanafita e che pongono sfide alla fede”. Nel mese di ottobre 2024 il cosiddetto Ministero dell’Informazione e della Cultura ha annunciato che la commissione incaricata di valutare i contenuti dei libri pubblicati, aveva individuato 400 nuovi titoli “in conflitto con i valori islamici e afghani, la maggior parte dei quali erano stati ritirati dai mercati”.

L’Afghanistan è stato un crocevia di civiltà, persiani, greci, buddisti, islamici, e quindi era particolarmente ricco nell’ambito delle arti visive e dell’architettura. La valle di Bamiyan, per esempio, ospitava le celebri statue dei Buddha, alte decine di metri, simboli dell’arte greco-buddista; decorazioni islamiche, miniature persiane, mosaici e calligrafia fiorirono nei secoli islamici. In epoca moderna artisti contemporanei come Shamsia Hassani, prima street artist donna dell’Afghanistan, hanno cercato di usare l’arte per denunciare guerra e repressione.

I Talebani proibiscono la rappresentazione di esseri umani e animali, l’arte astratta o politicamente impegnata, la street art. Hanno distrutto i Buddha di Bamiyan nel 2001, atto simbolico di cancellazione culturale. Molti artisti sono in esilio o costretti all’anonimato.

Ricca è anche la tradizione musicale afghana con strumenti come il rubab (strumento a corde), il tabla, la ghichak; canti popolari in dari, pashtu e altre lingue celebrano l’amore, la natura, la spiritualità; la musica classica afghana, influenzata dall’India e dalla Persia, ha prodotto musicisti famosi come Ustad Mohammad Omar. Dopo il 2001, c’è stato un vero e proprio boom di pop afghano, hip-hop, musica elettronica, anche con interpreti donne come Aryana Sayeed. La musica diventò anche mezzo di denuncia e rinascita culturale.

I Talebani vietano la musica, considerata haram (proibita) e durante entrambi i loro regimi strumenti musicali sono stati bruciati, scuole di musica chiuse, musicisti perseguitati o fuggiti all’estero, come è successo ai membri dell’Afghanistan National Institute of Music rifugiati in Portogallo o alla Zohra Orchestra, prima orchestra interamente femminile dell’Afghanistan, fondata nel 2015 e costretta all’esilio dalla presa di Kabul del 2021. Persino ascoltare musica in privato può portare a punizioni.

L’Afghanistan aveva una produzione cinematografica vivace negli anni ’60-’70. Dopo il 2001 nacquero nuovi registi come Siddiq Barmak (regista di Osama) e Shahrbanoo Sadat.

Oggi i Talebani vietano cinema, teatro e TV se non conformi alle loro regole. Gli attori rischiano l’arresto o la morte e tutta la produzione è sottoposta a censura o è completamente interrotta. Il 13 maggio 2025 i Talebani hanno sciolto l’Organizzazione Cinematografica Afghana, un tempo l’unico ente cinematografico statale del Paese, e ne hanno chiuso gli uffici. I Talebani non hanno rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale, ma il personale è stato informato che la struttura dell’istituzione è stata chiusa e le sue attività interrotte.

Gli scacchi sono stati parte della tradizione culturale e intellettuale nelle regioni afghane, anche se spesso praticati da classi colte o come passatempo in contesti urbani. Nel decennio precedente il ritorno dei Talebani era anche cresciuta la partecipazione femminile. A maggio 2025, il regime talebano ha vietato il gioco degli scacchi: il portavoce, Atal Mashwani, ha detto che ci sono “considerazioni religiose” che impediscono di giocare a scacchi; “Secondo la sharia – ha spiegato – gli scacchi sono un mezzo di gioco d’azzardo”.

Qualsiasi tipo di festa o manifestazione legato alle tradizioni culturali afghane viene represso o vietato. Per esempio il 13 maggio 2025, il Ministero talebano per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha vietato riprese e fotografie durante la tradizionale Festa di Shalimar del distretto di Arghandab, nella provincia di Kandahar, intimando ai giornalisti di non produrre reportage fotografici dell’evento; la celebrazione annuale segna l’arrivo della primavera con la maturazione delle bacche, dura in genere dai 20 ai 40 giorni e include wrestling tradizionale, danze Attan, canti e altri programmi culturali.

Particolarmente colpite le minoranze, come quelle della provincia Daikundi, conosciuta per la sua cultura distintiva, legata principalmente all’etnia hazara. Il dress code imposto dai Talebani è completamente estraneo a Daikundi: l’abito popolare della provincia è famoso per i suoi disegni elaborati che decorano con eleganza abiti e copricapi luminosi e audaci. Il 29 giugno 2024 le autorità talebane locali di Daikundi [80] hanno impartito un termine di sei giorni alle donne per indossare hijab neri che coprano tutto il corpo e per coprirsi il viso.

Infine, nella cultura afghana un posto particolare è riservato al volo degli aquiloni, un passatempo ma anche una tradizione storica, ricca di significati culturali, sociali e persino politici. Il volo degli aquiloni, in dari gudiparani, è una pratica antica, soprattutto a Kabul, ma diffusa anche in altre città. Tradizionalmente, far volare gli aquiloni è associato al divertimento dei bambini e degli adulti durante l’inverno e le feste ed è nel contempo un simbolo di libertà, fantasia e resilienza, specialmente nei periodi difficili. Non si tratta solo di far volare aquiloni, la vera passione è la competizione, chiamata jang-e-gudiparan, la guerra degli aquiloni: gli aquiloni sono dotati di fili speciali ricoperti di polvere abrasiva (chiamati tar) per tagliare il filo degli avversari in aria; il vincitore è colui che riesce a “liberare” l’aquilone nemico, che poi i bambini rincorrono per recuperare. Durante il primo regime talebano (1996-2001), gli aquiloni vennero vietati, perché considerati una forma di distrazione e intrattenimento occidentale o “non islamico”; questo divieto è stato uno dei simboli della soppressione culturale di quel periodo. A partire dal 2001, il volo degli aquiloni è tornato in auge, diventando anche un simbolo di rinascita culturale. Dopo il ritorno dei Talebani nel 2021, non è stato reintrodotto un divieto ufficiale generalizzato, ma in molte zone conservatrici o controllate rigidamente, gli aquiloni sono mal visti o limitati. Tuttavia, in città come Kabul o Herat, alcune persone continuano a far volare aquiloni, spesso di nascosto o in modo discreto; per molti, far volare un aquilone oggi è un atto di resistenza culturale.

Le donne, che erano state protagoniste del rinascimento culturale post-2001, sono state escluse dai Talebani da tutte le istituzioni culturali ed è loro vietato di cantare, recitare, scrivere liberamente, insegnare o studiare arte e lettere.

Come ha affermato il Relatore speciale dell’ONU per i diritti umani nel report rilasciato a febbraio 2025 [5] “la cancellazione culturale non solo priva le comunità del loro patrimonio comune, ma mina anche la coesione sociale e l’identità”. E questo è un chiaro obiettivo del regime fondamentalista, illiberale e misogino talebano.

Lo sport in Afghanistan: tra passione e divieti

Lo sport in Afghanistan è da sempre un’espressione viva della società, sospesa tra tradizione, modernità, guerra e religione. Dai campi polverosi di Kabul ai palazzetti costruiti con l’aiuto di ONG internazionali, fino alle arene rurali del buzkashi (sport tradizionale equestre in cui cavalieri si contendono la carcassa di una capra), lo sport è stato per anni un canale di espressione, libertà e persino riscatto sociale. Ma oggi, sotto il secondo regime talebano, molto di questo è cambiato.

Dopo la caduta del primo regime talebano nel 2001, l’Afghanistan ha vissuto un periodo di rinascita culturale e sportiva. In quel ventennio sono state costruite palestre, campi sportivi e stadi, anche grazie agli aiuti esteri; gli sport più popolari, come calcio, cricket, sollevamento pesi e arti marziali, si sono diffusi anche nelle periferie; le donne hanno iniziato a praticare sport pubblicamente con la nascita di squadre femminili di calcio, basket, pallavolo e ciclismo; alcuni atleti afghani hanno raggiunto successi internazionali, come Rohullah Nikpai, medaglia olimpica nel taekwondo.

Lo sport, in quegli anni, rappresentava uno strumento di inclusione sociale, educazione e pace, soprattutto tra i giovani. La partecipazione femminile, seppur contrastata da alcuni settori conservatori, era considerata simbolo di progresso.

Con il ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021, la situazione è radicalmente mutata: vietato lo sport per le donne, sia in pubblico sia in privato, quindi palestre femminili chiuse, atlete costrette all’esilio o al silenzio; alcuni sport, come gli scacchi, sono stati dichiarati contrari alla sharia; le competizioni pubbliche maschili sono state ridotte o rigidamente controllate; i pochi sport ammessi, come cricket e buzkashi, sono praticati solo da uomini e spesso sotto stretta sorveglianza.

Atlete fuggite all’estero (Australia, Europa, USA) cercano di tenere viva la propria carriera in esilio, dando vita a squadre clandestine o ufficialmente riconosciute dalla FIFA o da federazioni locali.

L’Afghanistan ha partecipato ai Giochi Olimpici di Parigi 2024 con una delegazione composta da sei atleti: tre uomini e tre donne. Questa rappresentanza equilibrata di genere è stata organizzata dal Comitato Olimpico Nazionale afghano in esilio, riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO); oltre alla delegazione ufficiale, alcuni atleti afghani hanno gareggiato come parte della Squadra Olimpica dei Rifugiati. Il regime talebano ha disconosciuto la partecipazione delle atlete donne, sostenendo che solo tre atleti maschi rappresentavano ufficialmente l’Afghanistan. Il CIO, tuttavia, ha escluso qualsiasi rappresentante talebano dalle Olimpiadi, non concedendo loro l’accreditamento per l’evento.

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