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In bilico tra conflitti e crisi climatica

Pubblicazione: 5 Novembre 2025

L’Afghanistan sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti; la convergenza dei conflitti e dei rischi climatici aggrava ulteriormente l’insicurezza alimentare ed economica della popolazione. Da un lato il paese subisce da più di 40 anni un conflitto armato le cui responsabilità sono segnatamente delle potenze regionali e mondiali che su quel terreno si confrontano per estendere la propria influenza su un territorio di estrema rilevanza geostrategica. Dall’altro, la situazione è aggravata dagli effetti del cambiamento climatico che mettono in luce una ulteriore profonda ingiustizia: pur avendo contribuito al cambiamento climatico globale in maniera ridotta – un afghano produce mediamente 0,2 ton di emissioni di anidride carbonica all’anno, rispetto alle quasi 16 dell’americano medio – l’Afghanistan registra un aumento delle temperature superiore alla media globale.

Il paese è annoverato tra i più vulnerabili al mondo ai cambiamenti climatici a causa della combinazione di una bassa capacità di adattamento, ovvero di prevenire o ridurre al minimo i danni ambientali, e di una elevata esposizione agli impatti climatici. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni OIM) nel 2024 sono stati oltre 500.000 gli sfollati a causa di inondazioni, siccità e altri disastri attribuibili al cambiamento climatico. Ad essere più esposti a tali rischi sono le donne, i bambini e le comunità rurali che vivono nei territori più remoti.

Le conseguenze sono l’accelerazione della crisi sociale con ulteriori violenze, fanatismi, guerre per l’accaparramento della terra, dell’acqua, delle risorse, oltre a migrazioni di massa: da oltre 40 anni milioni di cittadini afghani sono in fuga.

Quasi 4 milioni di sfollati interni vivono in campi profughi, privi dei più elementari servizi. Recenti analisi ipotizzano che altri 5 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare dall’Afghanistan a causa dei soli disastri climatici entro il 2050. Inoltre, a causa delle politiche restrittive adottate da Pakistan e Iran nei confronti degli afghani rifugiati in questi paesi, tra il 2023 e il 2024, più di 3,4 milioni di afghani sono tornati o sono stati deportati dall’Iran e dal Pakistan, inclusi oltre 1,5 milioni nel solo 2024.

Alluvioni e frane sono un pericolo naturale frequente in Afghanistan. I fenomeni di pioggia intensa sono aumentati tra il 10 e il 25% nel corso degli ultimi 30 anni. Nel 2024 inondazioni devastanti hanno colpito il paese, con oltre 160.000 persone direttamente interessate, migliaia di case distrutte e vaste aree agricole danneggiate. Nel maggio 2024, inondazioni improvvise hanno colpito 23 province, danneggiando più di 9.000 ettari di terreni agricoli. Allo stesso tempo l’Afghanistan deve misurarsi con una delle più gravi siccità che abbia mai visto con 25 delle 34 province in condizioni di grave siccità. Secondo l’ONU questo rischia di trasformarsi, da evento episodico, a evento annuale entro il 2030.

I principali sistemi di irrigazione dipendono dalla quantità di neve che cade l’inverno precedente sulle montagne dell’Hindu Kush o sugli altipiani centrali. A lungo termine, la perdita dei ghiacciai potrebbe compromettere radicalmente l’approvvigionamento idrico e idroelettrico della regione. Il loro restringimento, fenomeno comune in tutto il globo, e l’aumento delle temperature hanno conseguenze molto più gravi per l’Afghanistan che altrove, con la desertificazione di oltre il 75% della superficie totale del paese. Ciò significa che meno di un terzo della popolazione ha accesso ad acqua potabile pulita; migliaia di bambini muoiono ogni anno a causa della contaminazione e delle scarse condizioni igienico-sanitarie.

La distribuzione idrica è inoltre inficiata da cattiva gestione e carenze infrastrutturali, tenendo in considerazione che solo una piccola percentuale degli investimenti in Afghanistan sono stati indirizzati al settore durante l’occupazione Nato. Allo stesso tempo, i bombardamenti e gli attacchi dei Talebani agli impianti per terrorizzare la popolazione hanno distrutto la rete di irrigazione costruita dai contadini secondo metodi antichi.

Le conseguenze sociali di questa situazione sono ancor più gravi se si considera che l’80% della popolazione dipende dall’agricoltura per la sussistenza e la coltivazione del grano è molto suscettibile alla carenza d’acqua. Queste colture per anni sono state sostituite da campi di papaveri da oppio, molto più resistenti alla siccità e importante canale di finanziamento dei Talebani. Dopo il divieto di coltivazione imposto dai Talebani molti agricoltori non sono riusciti a rimpiazzare l’oppio con colture sostenibili e in regioni come l’Helmand, il divieto ha portato a un aumento della povertà e della fame, non a una riconversione produttiva di successo: gli agricoltori non hanno accesso a mercati, trasporti, refrigerazione e stoccaggio per colture alternative; spesso mancano semi di qualità, fertilizzanti, irrigazione e supporto tecnico. Inoltre, in alcune aree l’oppio è protetto da gruppi armati, riconducibili sempre ai Talebani, e i coltivatori rischiano ritorsioni se passano ad altre colture.

L’interazione tra cambiamento climatico, catastrofe umanitaria e assenza di governo dei fenomeni spinge le persone ad arruolarsi nelle file delle milizie talebane e verso la radicalizzazione in una spirale sempre più devastante per il paese.

La discriminazione nei confronti di donne e ragazze acuisce la loro vulnerabilità: i contadini ridotti alla miseria vendono il bestiame e cedono le figlie ancora bambine in sposa in cambio di denaro per poter sfamare il resto della famiglia o per ripagare i debiti. La siccità rende infertili i terreni e le inondazioni spazzano via case e beni e riducono la produttività agricola, portando gli uomini a migrare verso le aree urbane in cerca di lavoro. Le donne costituiscono quasi la metà della forza lavoro agricola in Afghanistan, contribuendo significativamente alla produzione di alimenti e alla sicurezza alimentare, ma svolgono il proprio lavoro in condizioni precarie dovute alla discriminazione e all’imposizione delle limitazioni dei Talebani.

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