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I Talebani fanno affari mentre la povertà attanaglia la popolazione

Pubblicazione: 6 Novembre 2025

Con un PIL pro capite nominale intorno ai 415 dollari, l’Afghanistan si posiziona 195° posto su 196 nella classifica delle economie mondiali, collocandosi quindi tra i più poveri del pianeta.

Sebbene l’economia afghana sia cresciuta di circa il 2,5% nel 2024 ha recuperato solo il 10% del PIL perso nel biennio 2021-2022 e “il ritmo di crescita rimane troppo modesto per tradursi in miglioramenti tangibili del tenore di vita. Povertà e disoccupazione rimangono diffuse e le famiglie continuano a subire una riduzione del potere d’acquisto”, scrive nel suo report la Banca Mondiale; ricordiamo che il PIL nominale nel 2023 era di 17,23 miliardi di dollari, un’inezia.

Su una popolazione di circa 45 milioni, nel 2024, 23,7 milioni hanno avuto bisogno di assistenza umanitaria e circa un terzo della popolazione, 14,8 milioni di persone, è risultato vivere in condizioni di insicurezza alimentare, con oltre 3,5 milioni sono bambini sotto i cinque anni e 1,2 milioni donne incinte o in allattamento affetti da malnutrizione acuta.

L’Afghanistan è ricchissimo di risorse naturali, molte delle quali sono ancora largamente inesplorate o sottosviluppate a causa di decenni di conflitti e instabilità. Secondo stime del governo afghano, del Pentagono e di studi geologici internazionali, il valore delle risorse minerarie del paese potrebbe superare i 3.000 miliardi di dollari: l’Afghanistan è considerato una delle più grandi potenziali fonti di litio al mondo, essenziale per batterie elettriche; è ricco di terre rare, usate in elettronica, armamenti e tecnologie verdi; il giacimento di rame di Mes Aynak (i cui diritti di estrazione sono stati ceduti alla Cina già nel 2007) è uno dei più grandi del mondo; e poi ancora ferro, bauxite, piombo, oro e altre pietre preziose e non mancano giacimenti di gas naturale e petrolio nonché miniere di carbone.

Ovviamente le risorse afghane attirano l’interesse di numerosi paesi.

E infatti alcuni paesi, come Cina, Russia e Kazakhistan hanno ormai intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti con i Talebani e gli affari tra gli esponenti del regime fondamentalista e questi paesi sono in crescita.

La Cina è il principale investitore estero in Afghanistan: il colosso cinese Capeic ha siglato un accordo per l’estrazione di petrolio nel bacino dell’Amu Darya, con un investimento iniziale di 150 milioni di dollari nel 2023, previsto aumentare a 540 milioni entro il 2026; la Fan China Afghan Mining Processing and Trading Company ha annunciato piani per investire 350 milioni di dollari in settori come la produzione di energia, la costruzione di una fabbrica di cemento e iniziative sanitarie; inoltre dal 1° dicembre 2024, la Cina ha eliminato i dazi per le merci importate dai paesi meno sviluppati con cui ha relazioni diplomatiche, incluso l’Afghanistan.

Ottimi i rapporti anche con la Russia, la cui Corte Suprema, ad aprile 2025, ha rimosso ufficialmente i Talebani dalle organizzazioni terroristiche: nel 2024, il commercio bilaterale tra Russia e Afghanistan ha raggiunto circa 300 milioni di dollari, con un focus su prodotti petroliferi, plastica e farina; in particolare, l’Afghanistan è diventato il principale importatore di farina russa, con acquisti per quasi 80 milioni di dollari, raddoppiando rispetto all’anno precedente. Del resto, la Russia mira a estendere il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) attraverso l’Afghanistan, collegandosi al Pakistan e all’Oceano Indiano; un progetto chiave in questo contesto è la costruzione della ferrovia trans-afghana, discussa tra il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo Sergei Shoigu e Abdul Ghani Baradar.

Per quanto riguarda il Kazakhistan, nell’aprile 2025 sono stati siglati accordi commerciali per 140 milioni di dollari riguardanti settori come agricoltura, tessile, logistica e farmaceutica, con l’obiettivo di raggiungere i 3 miliardi di dollari di scambi bilaterali nel breve termine.

Intanto, mentre i Talebani fanno affari, la povertà ha costretto la popolazione, soprattutto nelle aree rurali, a “misure drastiche” per procurarsi un sostentamento minimo, dalla vendita di oggetti domestici vitali all’avvio al lavoro dei bambini, al matrimonio di giovani ragazze e di bambine spose per la dote, fino alla vendita dei propri organi per i trapianti.

Ma se tutti soffrono, chi sta pagando la crisi economica e sociale in misura enormemente sproporzionata sono le donne, che in conseguenza delle regole sempre più costrittive dei loro diritti di movimento, di lavoro, umani e sociali hanno visto drasticamente ridotte le possibilità di lavorare fuori casa e di procurarsi il cibo per sé e per i figli, ricevere assistenza sanitaria o trovare risorse finanziarie. Il divieto di spostarsi senza un parente maschio che le accompagni, anche quando sono rimaste vedove o sono le uniche in famiglia a poter lavorare, le ha rese ancora più povere e ha trascinato i loro figli nel lavoro minorile più duro.

Anche le donne che erano riuscite a studiare e godevano di posizioni professionali hanno visto chiudersi tutti gli spazi. Le leggi restrittive dei Talebani hanno spazzato via quasi completamente quei lavori che nei vent’anni precedenti erano stati una faticosa conquista di una parte della popolazione femminile, quella che era riuscita a realizzare, o almeno sognare, un riscatto dalla posizione di subalternità e segregazione. Magistrate, giornaliste, mediche, infermiere, insegnanti… sono ora perseguitate e rinchiuse; le maglie del fondamentalismo talebano si sono strette sempre più intorno alle donne, comprese le operatrici delle ONG e dell’ONU cui è stato vietato il lavoro, rendendo così ancora più difficile il sostegno umanitario e l’accesso delle donne all’assistenza sanitaria.

Mentre il 14,7% delle donne afghane era impegnato in lavori formali nel 2021, in particolare nelle aree urbane e in alcuni settori (ad esempio, professioni assistenziali e media), la loro partecipazione alla forza lavoro è scesa al 5,2% nel 2023.

Il lavoro da casa è diventato la forma predominante di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, rendendole invisibili e sempre più vulnerabili. Tuttavia, la capacità di svolgere queste attività dipende spesso dall’approvazione dei parenti maschi e possono sorgere numerose altre sfide, tra cui l’accesso limitato ai materiali necessari e alle procedure di registrazione per le imprese formali. Senza contare le intimidazioni dei Talebani: il 23 febbraio 2025 a Sar-e-Pul, gli ispettori del cosiddetto Ministero Propagazione della Virtù e della Prevenzione del Vizio hanno condotto una perquisizione domiciliare per distruggere e confiscare prodotti di bellezza femminili provenienti da saloni di bellezza aperti da donne nelle loro case e non è un caso isolato.

Inoltre, alle restrizioni e ai divieti, si aggiunge, per le donne afghane,  la  mancanza di accesso ai finanziamenti per sostenere la creazione e l’attività imprenditoriale, una sfida di lunga data che molte hanno incontrato anche prima dell’agosto 2021: un’indagine del 2024 sulle piccole e medie imprese guidate da donne condotta dal Programma delle Nazioni Unite [49] per lo sviluppo (UNDP) mostra che le intervistate che hanno ottenuto prestiti più frequentemente lo hanno fatto da familiari (61%), amici (45%) e altre aziende (21%), con solo il 5% delle intervistate che ha indicato di aver ricevuto prestiti da istituzioni finanziarie formali.

Come dice una delle nostre compagne di RAWA, “Oggi in Afghanistan è una grandissima sfida anche essere semplicemente un essere umano”.

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