Attraversare la Notte
16 Gennaio 2026
Dopo la presa del potere da parte dei Talebani, la raccolta di notizie in Afghanistan da parte dei media locali è pressoché inesistente. Migliaia di giornalisti afgani, tra cui centinaia di donne i cui volti erano noti, sono stati bersaglio immediato della rappresaglia delle milizie talebane, costringendo molti di loro alla clandestinità o alla fuga.
Secondo il rapporto di Reporter Senza Frontiere (RSF) pubblicato il 2 maggio, l’Afghanistan si è classificato al 175° posto su 180 paesi nell’Indice Mondiale sulla Libertà di Stampa 2025.
Tra il 15 agosto 2021 e il 30 settembre 2024, Unama ha documentato casi di violazioni dei diritti umani che hanno colpito 336 giornalisti e operatori dei media: 256 casi di arresti e detenzioni arbitrarie, 130 casi di tortura e maltrattamenti e 75 casi di minacce o intimidazioni. “La mancanza di procedure trasparenti nell’accertamento delle violazioni e il ricorso a intimidazioni, arresti e detenzioni arbitrarie nei confronti di coloro che criticano le autorità di fatto – si legge nel Report Unama del novembre 2024 – creano una cultura di autocensura e hanno un impatto negativo sulla libertà di espressione.
Nel 2024 sono state emanate da parte dei Talebani sette nuove direttive sui media, portando il numero totale di ordini sui media a 23. Tra questi, il divieto di trasmettere immagini di esseri viventi, il divieto di collaborare con organi di stampa in esilio e restrizioni alla trasmissione in diretta di dibattiti politici o economici. Le autorità talebane vietano ampiamente qualsiasi pubblicazione che ritengono contraria all’Islam o alla sharia, che, secondo il loro giudizio, deridono o umiliano i musulmani o che hanno un “impatto negativo” sull’opinione pubblica.
Venticinque canali televisivi provinciali e privati sono passati al formato radiofonico sotto la pressione delle autorità. Tra i giornalisti arrestati nel 2024, dieci rimangono in carcere, e sette hanno ricevuto condanne da sette mesi a tre anni.
Il 4 febbraio 2025, Radio Begum, emittente che promuove l’istruzione e l’empowerment femminile raggiungendo con le sue trasmissioni quasi tutto l’Afghanistan, è stata costretta a chiudere: è stata un’operazione plateale, con un’irruzione nella sede di Kabul, che ha portato anche all’arresto di due dipendenti. Radio Begum era stata fondata l’8 marzo 2021, in occasione della giornata internazionale della donna, dall’imprenditrice e giornalista Hamida Aman. Con una programmazione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che includeva corsi educativi per studenti delle scuole medie e superiori, in particolare rivolti alle ragazze a cui era stato impedito l’accesso all’istruzione formale dal ritorno al potere dei Talebani nell’agosto dello stesso anno. Nel 2024, tra l’altro, era stata lanciata Begum Tv, un canale satellitare con sede a Parigi finanziato in parte dal Malala Fund, l’organizzazione nata su impulso dell’attivista pachistana Nobel per la Pace.
Sotto minacce, pressioni immense e chiusure forzate, i media afghani si sono notevolmente ridotti negli ultimi tre anni: prima della presa del potere da parte dei Talebani, l’Afghanistan aveva circa 543 organi di stampa che impiegavano 10.790 lavoratori; a novembre 2021, il 43% era chiuso, con solo 4.360 lavoratori rimasti in attività.
Una stima recente della Federazione Internazionale dei Giornalisti ha documentato che a marzo 2024 in Afghanistan erano presenti solo 600 giornaliste attive, rispetto alle 2.833 donne nel giornalismo prima di agosto 2021.
Anche nel campo dell’informazione le donne sono il bersaglio preferito dei Talebani, la cui misoginia ha raggiunto nuove vette di ignominia. Nell’agosto 2023, nella provincia di Helmand, i giornalisti hanno ricevuto istruzioni verbali dal Dipartimento dell’Interno de facto che la voce delle donne è vietata in tutte le trasmissioni, compresa la pubblicità. La Legge sulla Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha stabilito che la voce di una donna è considerata privata e dovrebbe essere nascosta fuori casa. Nonostante ciò, alcune stazioni radio gestite da donne hanno continuato a operare in alcune province. Come si legge nel Rapporto UNAMA, il lavoro delle giornaliste viene intralciato in ogni modo possibile: maggiori difficoltà nell’accesso alle informazioni con la richiesta di esibire lettere di autorizzazione del Dipartimento dell’interno non richieste ai colleghi maschi; rifiuto a farsi intervistare da donne; mancanza di inviti alle giornaliste alle conferenze stampa.
“Le leggi sono sempre più restrittive: le TV non possono trasmettere, solo le radio, ma i contenuti sono controllati. Ci sono esecuzioni pubbliche, frustate, lapidazioni, arresti arbitrari, uccisioni, anche di giornalisti. L’ultima di pochi giorni fa era molto giovane: Usma. Non ci sono più manifestazioni di protesta perché è troppo pericoloso. Si continua a resistere nell’oscurità o tramite i social”, ci dice dall’Afghanistan un’attivista di RAWA.
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