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Intervista a Benedetta Argentieri

Pubblicazione: 6 Maggio 2020

Benedetta Argentieri è una regista (Our war e I am the revolution) e giornalista che da diversi anni segue sul campo la guerra in Iraq e in Siria.

Per circa 10 mesi, tra il 2019 e il 2020, ha vissuto in Rojava per documentare la situazione e raccontare come nasce e cresce una rivoluzione, nonostante la guerra. Sta lavorando a un nuovo documentario sulle donne di ISIS. La Redazione dell’Osservatorio Afghanistan l’ha intervistata.

Per molti mesi sei stata testimone di eventi che hanno nuovamente segnato la storia del popolo curdo e dei popoli che vivono nel nord est della Siria; nonostante le 11.000 vite sacrificate nelle battaglie per fermare l’ISIS, le grandi potenze mondiali hanno nuovamente tradito il popolo curdo. Puoi raccontarci qual è la situazione e aiutarci a comprendere le alleanze e i giochi di potere tra potenze straniere?

La situazione geopolitica della Siria è molto complessa. Con le prime manifestazioni contro il regime di Assad, nel 2011, entrano in gioco diversi attori.

Gli Stati Uniti, nel 2014, cominciano a collaborare con YPG e YPJ per combattere lo Stato Islamico nella città di Kobane, liberata poi a gennaio 2015. L’alleanza si rafforza nello stesso anno quando vengono create le Forze Democratiche Siriane.

Nel 2018, con l’invasione turca di Afrin, il cantone più a occidente e per molto tempo non collegato a livello territoriale al resto del nord est della Siria, gli USA fanno un passo indietro, dichiarando che quel territorio non è sotto il loro controllo e che quella battaglia non riguarda la lotta contro l’ISIS. In quel periodo le FDS [1] stanno ancora combattendo a Raqqa e minacciano di fermare la battaglia se la questione di Afrin non verrà risolta. Gli USA garantiscono che si schiereranno nel caso la Turchia decidesse di far partire una nuova guerra di aggressione; questo convince le FDS, che continuano a combattere contro l’ISIS, sconfitto definitivamente ad al Baghuz nel marzo 2019, una battaglia di cui sono stata testimone.

Gli USA e la coalizione internazionale si rendono conto ben presto che l’ISIS ha perso lo “Stato” ma che la sua ideologia non è morta; una serie di cellule dormienti sono ancora presenti in varie aree del mondo e, in particolare in Iraq, cominciano da subito a cercare di riconquistare il territorio.

Nell’estate del 2019 la Turchia minaccia nuovo un intervento militare per contrastare la presenza delle forze dello YPG, che fa parte delle FDS, ai confini tra Turchia e Siria; gli USA si contrappongono e fanno da mediatori tra FDS e Turchia.

Dopo un’estate di intense trattative per negoziare la costituzione di una zona cuscinetto, le YPG decidono di arretrare e abbandonano le loro fortificazioni con la garanzia, da parte degli USA, che nessuno avrebbe occupato quella parte di territorio.

Solo dopo un mese e mezzo Erdogan chiama la Casa Bianca rinnovando la sua intenzione di intervenire e, inaspettatamente, Trump ordina alle sue truppe di ritirarsi, lasciando campo libero all’invasione turca. Questo voltafaccia è stato estremamente doloroso sia per la popolazione del nord est della Siria sia per gli stessi soldati americani sul terreno e ha complicato molto i rapporti tra FDS e USA.

A due giorni dall’invasione turca, il 9 ottobre 2019, vengono sfollate 100.000 persone (dato delle Nazioni Unite). Dopo un mese erano 300.000.

La potenza vincente di questo conflitto è la Russia. I suoi rapporti con la Siria sono di lunga data e i suoi militari, da ottobre, continuano a pattugliare il nord est del paese, sostituendosi alle forze USA in alcune zone come Kobane, Manbij, a ovest dell’Eufrate, e Raqqa. Non solo, sono presenti anche nelle zone di Qamishlo e verso il confine con l’Iraq, creando tensioni con l’esercito americano. Intanto, l’avanzata della Turchia continua indisturbata l’invasione dei territori del Rojava.

Un’altra potenza importante in gioco è l’Iran. Il regime degli Ayatollah, fin dall’inizio della guerra civile, ha supportato Assad. Le guardie rivoluzionarie, guidate per lungo tempo da Qasem Soleimani, ucciso da un drone americano a Baghdad il 3 gennaio, sono presenti in diverse aree del Paese, tra cui Deir Az Zor.

Una situazione molto complessa e di cui si vedono i segni sul terreno. A ottobre ricordo di essermi fermata a un rondò della città di Til Tamer, un crocevia molto importante della zona; in sole due ore sono passati tutti, dalle forze militari del regime siriano, alle FSD, agli americani, ai russi e ai turchi.

Come ha reagito la popolazione a questa situazione?

La popolazione ha vissuto molto male il tradimento americano e i militari sono stati oggetto di lanci di pietre e frutta marcia. Non è stato certo il primo tradimento nei confronti dei curdi ma questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Già nel 2018 la Turchia aveva invaso cantone di Afrin, arruolando nelle sue fila ex combattenti dell’ISIS. Ancora una volta nel 2019 alcune testimonianze parlano di forze jiadiste nelle milizie assoldate dalla Turchia. La posizione di Ankara è sempre stata ambivalente, da un lato fingeva di combattere ISIS e dall’altro favoriva questi miliziani nella battaglia contro i curdi. Si sta ripetendo la storia?

Dobbiamo considerare che all’interno dell’estremismo islamico ci sono diversi gruppi, non solo l’ISIS, e che fin dal 2011 la Turchia ha sostenuto i cosiddetti ribelli contro Assad che hanno avuto una svolta islamista radicale che ha soffocato il moto democratico rivoluzionario che veniva dalla popolazione. I gruppi più organizzati, con una solida base militante, erano quelli islamisti, e hanno preso il sopravvento. Negli anni successivi, la Turchia di Erdogan ha addestrato e finanziato queste cellule di jihadisti che si sono macchiate di crimini orrendi. Dal 2014 tutte le agenzie di intelligence del mondo, compresa la CIA, hanno osservato che i combattenti ISIS riuscivano a passare indisturbati la frontiera tra Turchia e Siria. Ci sono foto, documenti, testimoni, tanto che persino Brett McGurk, inviato speciale della Casa Bianca per la lotta contro l’ISIS, ne ha parlato apertamente su diversi organi di stampa. La Turchia è stata richiamata ma ha cominciato a fare pressioni sull’Europa con il ricatto dei migranti. Da una parte fingeva di togliere il suo supporto alle truppe jihadiste che in verità non è mai cessato.

Ad Afrin gli osservatori di Human Rights Watch e delle ONG presenti hanno documentato i crimini di questi jihadisti, che venivano pagati 46 dollari al mese in un paese estremamente povero e martoriato. Le stesse milizie che hanno occupato Afrin sono quelle entrate a Serekaniye nel 2019 e sempre loro hanno combattuto a Idlib contro il regime; ci sono addirittura combattenti che vengono inviati a combattere in Libia. Sono loro i responsabili dell’uccisione di Hevrin Khalaf, la segretaria del Partito del Futuro Siriano, e sono gli stessi che hanno ammazzato, rapito, stuprato donne e civili.

Tutto questo orrore è evidente e non si può più nascondere, anche se Europa e USA, per il momento, hanno deciso di fare finta di nulla.

Io ho visto delle foto scattate in questa safe zone che la Turchia sta costruendo tra Serekaniye (Ras al-Ayn) e Girê Spi (Tell Abyad); alcune ritraggono miliziani con le insegne dell’ISIS sulla giacca militare, tutte le insegne di edifici pubblici sono state cambiate in turco e in arabo, eliminando la lingua curda. Nelle scuole campeggiano le bandiere turche e i bambini devono giurare fedeltà ad Ankara.

La Turchia ha dichiarato che il suo obiettivo è quello di creare un’area cuscinetto nella quale insediare un enorme campo profughi. Questo comporterà un progressivo cambiamento demografico nella zona. Quali sono gli effetti di questa operazione?

Lo stato turco ha occupato questa fascia di territorio provocando un totale di 300.000 profughi e di fatto dando il via a una pulizia etnica. Si tratta di un’area molto grande, 170 km per oltre 30 km; si sono spinti ben oltre quanto avevano dichiarato di voler fare. Con questa operazione una città come Serekaniye non è più curda perché i curdi sono dovuti scappare; hanno perso le loro case e vengono costantemente aggrediti. Una persona che conosco, tornata a casa sua per cercare di prendere alcune cose di famiglia, è stata rapita per 10 giorni e rilasciata dopo il pagamento di un riscatto di 10.000 dollari. Nel frattempo, l’area è stata popolata da famiglie di miliziani jihadisti e questo chiaramente comporta un cambiamento demografico; si tratta di una vera e propria pulizia etnica.

Erdogan e diversi ministri del suo governo hanno detto più volte in televisione che i curdi sarebbero dovuti andare verso Deir Az-Zor, che non è una zona curda ma araba, ed è una un’area molto complessa. In molti vogliono prendere la zona di Deir Az Zor, essendo una zona in cui il petrolio rappresenta una delle fonti maggiori di reddito anche se, è bene dirlo, la Siria possiede solo lo 0,01% delle riserve mondiali e che questo petrolio viene usato unicamente per il fabbisogno interno.

Che cosa è successo dopo la dichiarazione del cessate il fuoco? I patti sono stati rispettati?

Dopo l’invasione del 2019 ci sono stati due cessate il fuoco, uno negoziato dagli USA e uno dalla Russia, che è quello che è ancora “in vigore”, anche se nessuno dei due è stato realmente rispettato. Dopo 8-9 giorni dall’inizio dell’attacco, il vicepresidente americano Mike Pence è andato in Turchia per cercare di negoziare un cessate il fuoco su pressione dei curdi, che si sono trovati a fronteggiare senza alcun tipo di copertura il secondo più potente esercito della NATO. Non è stata garantita una no fly zone, che avrebbe fatto la differenza. In uno scontro sul terreno probabilmente le forze turche avrebbero perso, grazie alla preparazione delle FDS che sono state in grado di prevalere anche contro l’ISIS. Ma per conquistare villaggio per villaggio la Turchia si è servita di droni e bombardamenti aerei. Negli ultimi mesi si è arrivati a un conflitto a bassa intensità, ma i bombardamenti non sono mai cessati.

Che cosa sta succedendo a Idlib? Da ciò che osservatori internazionali riportano è chiaro che è in atto un vero e proprio genocidio ma ci piacerebbe fare chiarezza sulle forze in campo e sugli obiettivi delle potenze che si stanno scontrando.

Idlib è l’ultima roccaforte dei cosiddetti “ribelli”, la galassia di milizie che hanno combattuto contro Assad durante guerra civile del 2011 nella Free Syrian Army, forza che attualmente non esiste più. Negli anni, via via che l’ISIS perdeva terreno grazie alla spinta delle FDS da est e Assad continuava la sua avanzata, gli irriducibili venivano sospinti dal regime a Idlib. Non voglio dire che a Idlib siano tutti jihadisti ma lo è sicuramente chi controlla la città militarmente. Per Assad Idlib è l’ultima provincia da riconquistare; adesso sul terreno ci sono, oltre ai ribelli e al regime di Assad, che ha ripreso il controllo di due terzi del Paese, le FDS con il confederalismo democratico.

Si può dire che a Idlib sia in corso un genocidio. In alcune zone riconquistate da Assad è stato avviato un cosiddetto processo di riconciliazione con la popolazione. Sappiamo molto poco di quello che sta avvenendo, ma si parla di arresti e torture. Inoltre, i siriani sanno cosa vuol dire essere sotto il regime; sanno che la cosiddetta “riconciliazione” passa comunque attraverso un bagno di sangue. In questo quadro non è molto chiaro quali siano le intenzioni della Russia con questo rapporto molto contraddittorio con la Turchia. Nel frattempo, è arrivato anche il corona virus, cosa che ha complicato ulteriormente il quadro.

Nella Federazione del Rojava si afferma nel 2012 il confederalismo democratico teorizzato da Öcalan. Il modello che propone è divenuto anche per noi esempio e possibilità concreta per costruire una società equa e democratica. In questa situazione drammatica che ne è stato di questo progetto rivoluzionario?

Il confederalismo democratico viene elaborato da Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, sulle basi della teoria del “comunalismo e dell’ecologia sociale” promossa dal filosofo socialista libertario Murray Bookchin. Öcalan ha voluto proporre una via alternativa per una regione che negli ultimi 20 anni è stata martoriata da conflitti etnici e religiosi.

Il confederalismo democratico diviene un paradigma di cambiamento perché propone una società più giusta, più ricollegata alla natura, all’equilibrio delle cose e del fare politica, in particolar modo a livello locale. L’organizzazione amministrativa prevede un modello assembleare con la formazione di tante piccole federazioni che decidono di camminare insieme. Questa trasformazione sociale non si è arrestata malgrado le condizioni difficili e la guerra che infuria; il progetto va avanti e la cosa più bella della mia esperienza in Rojava è vedere come le popolazioni arabe abbiano abbracciato il confederalismo democratico in città come Raqqa e come Mambish, che hanno forte prevalenza di popolazione araba. Il confederalismo democratico sta fiorendo ed è divenuto l’unica possibilità per sopravvivere alle pressioni esterne. Io ho passato molto tempo a Raqqa e ho potuto vedere che, nonostante tutte le difficoltà, il confederalismo democratico ha dato la speranza di un futuro diverso a queste popolazioni arabe. Non in tutte, Der Az Zor continua a essere una provincia complicata in cui ancora questo processo non si è affermato. Certamente non tutto è perfetto, ci sono tante cose che devono essere migliorate ma questo vien da sé. A mio avviso è sbagliato pensare al Rojava come al luogo in cui tutto funziona alla perfezione, perché questo sarebbe impossibile.

In quelle zone, nonostante l’Amministrazione autonoma nel nord est della Siria abbia dovuto fare degli accordi con il regime nel contesto del cessate il fuoco, si è trattato solamente di accordi militari; gli obiettivi politici sono rimasti comunque una priorità. Infatti, le strutture costruite dal 2012 a oggi, tutti i lavori di comunalismo per le donne e di cambiamento radicale della società continuano ad andare avanti.

Qual è stata la leva perché da un modello “utopico” di società si passasse a un modello concretamente applicato dalla popolazione, considerando che il confederalismo democratico è riuscito a superare i conflitti etnici tra arabi e curdi in quei territori? Quali sono gli insegnamenti anche per noi?

Le teorie di Ocalan, elaborate nel 2002-2003 durante la sua prigionia (è carcerato ad Imrali dal 1999), danno vita a un nuovo paradigma; si rinuncia ad alcuni principi del marxismo leninismo e si abbraccia il confederalismo democratico, che viene di fatto attuato nel momento in cui si crea un vuoto di potere in Siria.

Nel 2011, quando iniziano le proteste contro il regime, i curdi si rendono conto che l’opposizione non aveva un programma realizzabile politicamente e che anzi rischiava di cadere nelle mani dell’Islam radicale. Schierarsi con il regime dopo quello che avevano sofferto non era nemmeno ipotizzabile, per cui scelgono la cosiddetta “terza via” che diviene attuabile malgrado tutte le difficoltà della situazione a causa di questo vuoto di potere che si crea a causa dell’intensificarsi del conflitto. Per questo è stato possibile implementare il confederalismo democratico in Rojava; Kobane – liberata dal regime nel luglio del 2012 – è il primo luogo in cui si sperimenta questo progetto di società nuova. Da Kobane il progetto si estende a macchia d’olio in tutte le città che vengono liberate, prima dal regime e poi dall’ISIS, grazie alla sua natura e al fatto di non avere un governo centrale che controlla.

I curdi, nella loro avanzata, arrivano a Raqqa, Mambish, Deir Az-Zor, che sono zone arabe; il Rojava diviene quindi una confederazione di territori e comunità sia curde sia arabe e sia di altre minoranze. Per questo motivo si decide di cambiarne il nome in Amministrazione Autonoma del nord est della Siria.

Il confederalismo democratico consente di applicare un modello di democrazia diverso, più funzionale ai bisogni reali delle persone che vivono nel territorio delle comunità.

Si parla di rivoluzione delle donne, che cosa significa e che cosa ci insegna questo?

Il confederalismo democratico si basa su tre concetti fondamentali: ecologia, liberazione delle donne e democrazia diretta.

L’ecologia non è intesa tanto a orientare i comportamenti dei singoli cittadini (es. la sola raccolta differenziata), quanto a una organizzazione sociale che abbia l’ecologia al centro, alla maggiore attenzione ai bisogni della natura, al ricominciare a vivere nel suo rispetto e nell’equilibrio socio-ambientale.

La liberazione delle donne è uno dei pilastri di questo nuovo mondo. La presa di coscienza delle donne deriva dalla lotta delle curde negli anni ’70, ma in realtà risale a ben prima, a causa del contesto feudale e patriarcale che caratterizza tutte e quattro le zone in cui è diviso il Kurdistan: Iraq, Iran Siria e Turchia. Di fatto queste aree sono tutte caratterizzate storicamente da società estremamente violente nei confronti delle donne e il cambiamento è stato davvero tangibile. Personalmente vado nel Rojava dal 2014 ed è bello vedere i passi avanti compiuti con questo modello di società, che non è separatista ma di fatto dà alle donne la possibilità di avere ambiti di lavoro separati dagli uomini. In tutte le istituzioni, nelle comuni e nelle assemblee è prevista una co-presidenza uomo-donna e le donne fanno riferimento a strutture delle donne per tutti i problemi. Nel 2014 le mala jin (case delle donne) hanno modificato alcune leggi (in particolare per proibire la poligamia e i matrimoni di donne minori) e queste, insieme alla costituzione delle YPJ (Unità di protezione del popolo femminile) sono istituzioni cardine della rivoluzione. Oggi le donne lavorano, guidano, sono ai check point e possono rivestire ogni ruolo nella società. Questo non significa che la rivoluzione è completata; come dicono molte compagne curde, la lotta al patriarcato è la lotta più difficile, ma intanto sono stati fatti molti passi avanti. Questa è la vera rivoluzione delle donne.

Sappiamo che nel nord est della Siria si è attivata una organizzazione molto strutturata per prevenire il dilagare del corona virus. Quali sono le sfide da affrontare?

L’organizzazione approntata è sicuramente ottima, ma questo perché stiamo parlando di un territorio nel quale, già prima dell’arrivo dell’emergenza del corona virus, con la rivoluzione del Rojava, era stata attuata una riforma sanitaria che prevedeva una forte riorganizzazione interna.

Considerando che il sistema sanitario del Rojava di fatto è sempre in emergenza a causa della guerra, è evidente che ora la situazione è ancora più complessa perché servono macchinari di cui non si hanno le disponibilità. Ci sono 33 respiratori e l’unica apparecchiatura per eseguire TAC è a Serekaniye.

Il governo siriano nega i tamponi e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per poter continuare a operare nelle zone controllate dal regime, non è trasparente nei confronti dell’Amministrazione autonoma. Ad esempio, c’è stato un caso di corona virus in una famiglia ad Hasakah che è stata contagiata perché non era stata data comunicazione sulla presenza di un infetto. Questa poca trasparenza ha poi avuto effetto sulla vita di persone e di civili.

Per prevenire il contagio, a inizio marzo è stato cancellato il Newroz ed è stato attivato il confinamento per evitare che si diffondesse. Solo in questi ultimi giorni cominceranno lentamente le riaperture; le strade di Qamishlo sono state tutte sterilizzate, cosa che ad esempio non si vede in una città come Milano. Ciò che si sta facendo, ovviamente ha carattere più preventivo che emergenziale.

Nella tua esperienza personale in questi mesi di vita con loro, cosa ti ha colpita ed emozionata? Quali sono le ricchezze e le difficoltà che hai incontrato?

Tutti questi anni in cui ho cercato di raccontare attraverso i documentari e gli articoli hanno lasciato un segno. Queste esperienze mi hanno molto cambiata nel rapporto con le donne, mi hanno aiutata a dare senso all’essere femminista. Mi hanno arricchita tantissimo; è evidente che un periodo così lungo vissuto in quel contesto ti cambia profondamente. Sono sempre me stessa, ma arricchita. In questi ultimi mesi sono successe tantissime cose e non saprei dire un fatto specifico, però stare e vivere con le donne curde, imparare, ascoltare, capire ma anche aprirsi alle critiche, alle contraddizioni, è stata un’esperienza meravigliosa.

La tua esperienza ti ha fatto vivere la messa in pratica di una utopia che in Italia non c’è, siamo un Paese dove le ONG vengono criminalizzate e i movimenti alternativi non hanno spazio, che idee ti sono venute in mente?

Io credo che l’utopia si costruisca con il lavoro quotidiano. Non sono d’accordo che in Italia non ci siano reti e persone con cui costruire una alternativa simile. Io credo molto nella forza delle donne che fanno rete e stanno insieme. Il problema è scegliere il modo in cui stare insieme. Io questo l’ho imparato dalle donne curde. Personalmente faccio parte di un collettivo in cui questo modo lo stiamo costruendo e sono piena di speranza in questo progetto.

Quali azioni di sostegno ritieni possano essere più efficaci per noi attivisti per i diritti umani in Europa?

Come molti affermano, anch’io ritengo che in questo periodo sia necessario più che mai essere creativi e, invece di fare un lavoro di contrapposizione, fare un lavoro di sensibilizzazione. Ovviamente vanno valutate le situazioni specifiche, bisogna tenere sempre la guardia molto alta rispetto a quello che sta succedendo. Questo virus sta mettendo alla prova la nostra vecchia maniera di vivere e il fatto di non poter partecipare a manifestazioni di piazza, di non potersi incontrare di persona, complica molto le cose. Per questo è necessario mettere in campo la creatività e ricominciare a pensare come ognuna di noi possa dare solidarietà. Si possono sfruttare le tecnologie, che sono strumenti che dobbiamo necessariamente usare. Nessuno sa cosa succederà domani e bisogna fare il lavoro di rafforzarsi, parlarsi e guardarsi attraverso Internet, imparando a sfruttare tutti gli strumenti a nostra disposizione che magari prima non avremmo utilizzato.

 

[1] L’esercito delle FDS è una coalizione ombrello presente nel nord est della Siria che include mililzie curde e di altre popolazioni presenti nell’area. Le FDS sono costituite al 60% da milizie arabe.

 

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