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Muoversi per una donna è sempre più difficile

Pubblicazione: 6 Novembre 2025

Per più di due decenni l’Afghanistan ha detenuto un primato drammatico: la maggior parte dei rifugiati registrati dalle Nazioni Unite proveniva da qui, da questo territorio stretto tra vicini ingombranti, ecologicamente fragile, martoriato dai conflitti e tornato, prima parzialmente e poi totalmente, sotto il potere dei Talebani: “La crisi da migrazioni forzate dall’Afghanistan è una delle più ampie e delle più prolungate nei sette decenni di storia dell’Unhcr”, ha dichiarato l’Alto commissario dell’ONU per i Rifugiati, Filippo Grandi.

Ci sono più di 6 milioni di rifugiati afghani nel mondo e 4,2 milioni di sfollati interni (UNHCR), costretti a lasciare le proprie case per insicurezza, calamità naturali, povertà o per scelta. Nel 2024, l’Afghanistan è stato il terzo paese al mondo per numero di rifugiati dopo la Siria e il Sudan, ma il 2024 è stato anche l’anno dei rimpatri forzati dall’Iran e dal Pakistan: tra settembre 2023 e aprile 2025 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha documentato che oltre 2,43 milioni di migranti afghani irregolari sono tornati dal Pakistan e dall’Iran, di cui il 54%, è stata rimpatriata forzatamente.

Il governo pakistano ha avviato la seconda fase del suo Piano di Rimpatrio degli Stranieri Illegali (IFRP), che potrebbe avere un impatto stimato su 1,6 milioni di migranti afghani irregolari e titolari di Carta di Cittadino Afghano (ACC) per tutto il 2025. Annunciato nell’ottobre 2023, l’IFRP mira a rimpatriare i migranti afghani dal Pakistan in tre fasi. Dopo il grande afflusso nella prima fase, tra settembre e dicembre 2023, l’OIM segnale che i rimpatri sono ripresi con una forte intensità: tra il 1° e il 13 aprile 2025, l’OIM ha registrato un forte aumento dei rimpatri forzati, con quasi 60.000 persone che hanno attraversato nuovamente il confine con l’Afghanistan attraverso i valichi di frontiera di Torkham e Spin Boldak. Nel frattempo, i rimpatri dall’Iran sono rimasti costantemente elevati dalla fine del 2023 e per tutto il 2024; le autorità iraniane hanno anche annunciato l’intenzione di intensificare le espulsioni nel 2025 (IOM).

Ma i rimpatri forzati non riguardano solo Pakistan e Iran. Il Joint-Way Forward, l’accordo tra l’Unione europea e il governo di Ashraf Ghani firmato a Bruxelles nell’ottobre 2016 prevede il rimpatrio – anche forzato – di tutti quegli afghani la cui richiesta di asilo venga rigettata dai Paesi membri.  L’Europa ha trovato un alleato nella Turchia, che nel 2018 ha cominciato a condurre veri e propri rimpatri di massa di afghani, senza chiedere l’assistenza dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

I dati Eurostat indicano che 19.390 afghani sono stati rispediti indietro dai Paesi dell’Unione europea tra il 2015 e il 2017, di cui circa la metà forzatamente, e 26.900 nel 2019. Dopo la presa del potere da parte dei Talebani nell’agosto 2021, molti Paesi dell’UE hanno sospeso i rimpatri forzati verso l’Afghanistan, riconoscendo l’instabilità e i rischi per i diritti umani nel Paese. Tuttavia, alcuni Stati membri hanno espresso il desiderio di continuare tali rimpatri. Ad esempio, nel 2021, sei Paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi) hanno chiesto alla Commissione Europea di proseguire con i rimpatri, sostenendo che fermarli avrebbe potuto incentivare ulteriori migrazioni verso l’Europa: dal 2021 al terzo trimestre 2024 sono stati rimpatriati 7.645 afghani dai paesi dell’UE, di cui 5.980 forzatamente.

Il Relatore Speciale dell’ONU Richard Bennet nel suo ultimo Rapporto evidenzia il timore di persecuzione nei confronti dei rimpatriati: “Tra questi rientrano anche individui che necessitano di una maggiore protezione internazionale, come donne e ragazze, persone LGBT+, ex funzionari pubblici, personale militare, giudici, pubblici ministeri, minoranze, difensori dei diritti umani, attivisti e giornalisti. Alcuni afghani sono fuggiti nei paesi limitrofi dopo aver ricevuto indicazioni di reinsediamento in un paese terzo, solo per poi ritrovarsi di fronte a programmi di reinsediamento respinti o modificati negativamente”.

Se una parte dei rimpatriati rischia di essere sottoposta a violenze e persecuzioni una volta varcato il confine, per molti di loro si tratta comunque di un vero disastro economico perché rappresentano quell’immenso bacino di lavoratori informali che non potranno più sostenere le famiglie. La storia delle migrazioni afghane insegna infatti che la mobilità, interna o transnazionale, è sempre stata parte del panorama sociale e culturale afghano alla ricerca di condizioni di vita migliori. Guerre e insicurezza non sono dunque le uniche ragioni delle migrazioni che hanno intensificato e reso più drammatico un processo già in atto.

In questo contesto, con il reinsediamento dei Talebani il perimetro della mobilità delle donne è ancora più limitato. Qui non si tratta di muoversi più o meno facilmente oltrefrontiera, ma di riuscire a uscire da casa per fare una passeggiata, ma anche per andare dal medico o a fare la spesa. Sotto il regime dei Talebani, le donne sono soggette a restrizioni severe riguardo alla loro libertà di movimento. In particolare, è richiesto che siano accompagnate da un mahram (un parente maschio stretto, come padre, fratello, marito o figlio) quando si spostano, soprattutto per viaggi superiori a 72 chilometri. Le donne senza un mahram spesso incontrano difficoltà nell’accedere a servizi sanitari, lavorativi o governativi e in alcune province, sono state arrestate per essersi spostate senza accompagnatore (European Union Agency for Asylum).

L’ultimo Rapporto UNAMA  rileva inoltre che le  autorità talebane, attraverso la polizia religiosa, hanno intensificato i controlli, effettuando ispezioni nei luoghi pubblici e arrestando donne che violano queste restrizioni. Nel Rapporto si legge anche che gli ispettori hanno ordinato a cliniche sanitarie, negozi, mercati, uffici governativi e tassisti di negare i servizi alle donne non accompagnate da un mahram, oltre a impedire loro di accedere ad altri spazi pubblici.

Le donne che non hanno un mahram, come vedove o divorziate, si trovano in una situazione particolarmente difficile: molte sono costrette a pagare uomini per accompagnarle in attività quotidiane, come andare dal medico o firmare contratti di affitto.

Il divieto di accesso delle donne e delle ragazze ai bagni pubblici, ai parchi e alle palestre, insieme alle politiche del mahram e dell’hijab, ha creato un ambiente in cui è difficile per le donne e le ragazze lasciare le proprie case. Nelle parole di un’ex studentessa, “le donne sono in carcere, non possono lavorare, studiare o uscire. Siamo depresse”, si legge nel report rilasciato nel giugno 2023 dall’Human Rights Council dell’ONU che, inoltre, riferisce che i gruppi di più di tre o quattro donne vengono regolarmente dispersi dai funzionari, sostenendo la necessità di prevenire le proteste. Un intervistato ha spiegato che “anche se un piccolo gruppo di ragazze si siede insieme, i Talebani chiedono cosa stanno facendo”.

 

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