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Shamsia

Pubblicazione: 14 Gennaio 2019

Shamsia ha solo 14 anni. Da nove mesi è ospite dello shelter di Hawca con la sorella Suhraba.

Ecco il suo racconto.

‘Non ricordo che età avessi quando mio padre è morto. Quando era vivo eravamo felici perché c’erano i nostri genitori a occuparsi di noi. Ero contenta di stare con mia sorella e passavamo molto tempo a giocare insieme. Dopo la morte di mio padre, per mia madre, la vita è diventata un inferno. Le mogli dei miei fratelli la attaccavano ogni giorno e le liti erano furibonde. Spesso la buttavano fuori di casa e lei si rifugiava dalla mia sorella maggiore, sposata. I miei fratelli e le loro mogli ci proibivano di avere contatti con mia madre. Non potevano telefonarle né incontrarla.

La prima volta che l’hanno buttata fuori di casa è stata una scenata terribile. La moglie di mio fratello mi ha picchiato e mi ha minacciato che avrebbe fatto di peggio se lo avessi detto a mia madre. Ma io gliel’ho detto lo stesso ed è scoppiata una lite molto violenta. Mia madre è stata picchiata dai miei fratelli e dalle loro mogli. Questa è stata la prima volta che l’hanno mandata via da casa. Io e mia sorella eravamo torturate e picchiate senza nessuna ragione. Penso che sia per tutta questa sofferenza che mia madre si è ammalata di cancro ed è morta. Io e mia sorella dovevamo fare tutti i lavori di casa anche quelli più pesanti senza discutere. Eravamo piccole allora e, a volte, non facevamo le cose proprio bene, come volevano loro. Allora ci picchiavano a morte, ci rinchiudevano in cantina e non ci davano più da mangiare per giorni. Ci dicevano continuamente che non avevamo il diritto di vivere. Ci facevano lavorare fino a tarda notte e ci svegliavano prestissimo per scaldare l’acqua per il loro bagno. Non avevamo mai abbastanza tempo per dormire a sufficienza né per mangiare abbastanza. La nostra vita era terribile. E piena di dolore. Non ci permettevano di andare a scuola. Ogni giorno potevamo vedere tanti bambini della nostra età che andavano a scuola con lo zaino pieno di libri, quaderni, pennarelli colorati. Per noi una vita così era soltanto un sogno. Non ci permettevano di andare a trovare nostra sorella sposata né ci portavano mai da un medico quando eravamo ammalate. Picchiarci era una loro occupazione quotidiana e a volte, lo facevano con del filo di ferro o con i cavi elettrici. A volte mio fratello prendeva un grosso chiodo e mi minacciava di farmi un buco nella testa. Era terrificante. La paura si prendeva tutta la nostra vita. Non abbiamo mai saputo quale fosse la nostra colpa. L’ultima volta, mio fratello litigava e gridava con sua moglie, noi non c’entravamo per niente. Poi, d’improvviso, si sono rivoltati contro di noi. Era tutta colpa nostra, chissà perché. Si sono messi in due a picchiarci, umiliarci, abusare di noi. Dopo questo episodio io e mia sorella abbiamo deciso che non potevamo più stare in quella casa e abbiamo deciso di scappare. Ci siamo mosse in silenzio, prima dell’alba e siamo scappate. Non sapevamo dove andare ma abbiamo corso e corso e corso ancora, finché, stanchissime, ci siamo sedute per riposare e ci siamo nascoste tra i cespugli e gli alberi. Più tardi abbiamo deciso che dovevamo rischiare e chiedere aiuto. Non potevamo farcela da sole. Abbiamo parlato con alcune persone di quel posto e abbiamo avuto fortuna. Ci hanno indicato il Ministero degli Affari Femminili e lì ci hanno portato allo shelter di Hawca. Per noi lo shelter è il paradiso. Abbiamo cibo buono e a sufficienza, vestiti, cure mediche e lo staff è meraviglioso con noi, così che ci sentiamo come se fossero loro la nostra famiglia. Avere una famiglia vera deve essere così. Adesso io voglio studiare e crescere come una persona consapevole e istruita. Voglio diventare una combattente per i diritti delle donne in modo da poter aiutare le donne e le bambine che soffrono quanto abbiamo sofferto noi, in Afghanistan. Vorrei poter incontrare mia sorella sentirmi libera e iniziare una nuova vita.

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Una storia del progetto Vite preziose.

La fotografia è di solo carattere grafico e non rappresenta la donna protagonista della storia. Data la attuale situazione in Afghanistan, per evitare l’identificazione delle donne i nomi sono stati modificati, così come i luoghi dove si svolgono i fatti.

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