Attraversare la Notte
16 Gennaio 2026
La famiglia tradizionale in Afghanistan è molto più di un semplice nucleo domestico: rappresenta la struttura sociale fondamentale del Paese. In un contesto segnato da forti valori religiosi, cultura tribale e condizioni economiche complesse, la famiglia costituisce il centro della vita quotidiana, delle relazioni sociali e della trasmissione dei valori.
Insieme al rispetto per gli anziani e alla solidarietà e al sostegno reciproco, il nang è uno dei “valori” fondamentali della famiglia afghana e condiziona la vita di tutti gli individui, con un impatto devastante su quella delle donne in particolare. Nang è una parola pashtu che può essere tradotta approssimativamente come “onore”, ma per gli afghani — soprattutto per i pashtun — il concetto è molto più profondo e complesso. È uno dei pilastri del pashtunwali (il codice d’onore tradizionale non scritto, che guida la vita sociale e morale), rappresenta un valore fondamentale del comportamento individuale e collettivo ed è legato all’identità, alla reputazione e alla moralità della persona e della sua famiglia o tribù. Il mancato rispetto del nang è spesso visto come disonore o vergogna, e può avere gravi conseguenze sociali: ogni membro della famiglia, specialmente le donne, è considerato custode dell’onore; un comportamento ritenuto “inappropriato” da parte di una donna può essere visto come una macchia sull’intero gruppo familiare.
La maggior parte delle famiglie è patriarcale ed estensiva. Questo significa che non vivono insieme solo i genitori e i figli, ma spesso anche i nonni, gli zii, le zie e i cugini. Il capofamiglia è quasi sempre l’uomo più anziano (di solito il padre o il nonno), che prende le decisioni più importanti per tutti i membri.
I matrimoni combinati sono ancora molto comuni, soprattutto nelle zone rurali. Spesso i genitori scelgono il partner per i figli, valutando la reputazione, la religione e le possibilità economiche della famiglia del futuro coniuge. Le donne sposate vanno a vivere nella famiglia del marito e devono adattarsi alle regole della nuova casa.
I matrimoni infantili rappresentano un cancro che corrode la società afghana: già prima dell’agosto 2021, il 28,7% delle donne afghane di età compresa tra 15 e 49 anni risultava sposata prima dei 18 anni (UNICEF ); nel 2023, circa 1,4 milioni di ragazze tra i 20 e i 24 anni risultava essersi sposato prima dei 15 anni e circa 4,1 milioni prima dei 18 anni (Child Marriage Data Portal ). Le ragazze provenienti dalle famiglie più povere hanno una probabilità più che doppia di essere sposate precocemente rispetto a quelle delle famiglie più ricche (43,6% contro 17,5%) (Girls Not Brides) e il livello di istruzione influisce significativamente: il 35,2% delle ragazze senza istruzione è sposato prima dei 18 anni, rispetto al 15,3% di quelle con istruzione secondaria o superiore (Child Marriage Data Portal).
Nella tradizione afghana, il matrimonio è visto come una transazione e le bambine rappresentano una parte della transazione. Il matrimonio precoce è talvolta utilizzato per rafforzare i legami tra famiglie rivali e risolvere le controversie, una pratica nota come baad, e le bambine vengono promesse anche prima della loro nascita per poi contrarre matrimonio durante la pubertà. Ma anche se il matrimonio infantile è una piaga collegata alle tradizioni afghane, dal grafico si evince che la crescita dei matrimoni forzati di bambine è correlata alla presa del potere dei Talebani; non bisogna dimenticare che il 15 agosto 2021 è la data dell’entrata a Kabul dei Talebani, ma che già dal 2009-2010 controllavano ampie parti del paese, soprattutto quelle rurali.

L’ultimo Rapporto di Richard Bennet , Relatore speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, rileva infine la sempre più pericolosa situazione nella quale si trovano i bambini di ambo i sessi: “La ridefinizione del bambino da parte dei Talebani, in modo che la fine dell’infanzia si basi sui segni della pubertà anziché sul raggiungimento dei 18 anni, viola gli obblighi internazionali e nega ai bambini il diritto a una protezione, un sostegno e una cura adeguati. La situazione è aggravata dai divieti di proseguire gli studi, la crisi umanitaria, l’aumento dei tassi di matrimoni precoci, i continui abusi, come il bacha bazi e il lavoro minorile pericoloso”. Il bacha bazi è una pratica tradizionale abusiva diffusa in alcune aree dell’Afghanistan, in cui ragazzi adolescenti o bambini vengono truccati e vestiti da donna, costretti a danzare per uomini adulti in feste private e spesso abusati sessualmente.
Oltre alla reclusione imposta dai Talebani, ai matrimoni forzati e infantili spesso dentro le pareti di casa si consuma una violenza domestica che rimane impunita e il cui apice è rappresentato dallo stupro coniugale. Lo stupro coniugale è riconosciuto come violazione dei diritti delle donne dal dicembre 1993 ed è legalmente perseguibile in 104 paesi: in Afghanistan questo comportamento non solo è impunito, ma è anche spesso considerato come un “diritto dell’uomo”. Un diritto considerato tale non solo dagli uomini, ma spesso dalle stesse donne che subiscono violenza: obbedienza ai mariti, adesione alle “leggi di Dio e del Profeta”, rispetto di usi e costumi, sono le motivazioni con le quali molte donne spiegano la propria sottomissione a rapporti sessuali non consenzienti.
Il 46,1% delle donne afghane tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner intimo nel corso della vita (United Nations Population Fund). Una ricerca pubblicata su PubMed evidenzia che le sopravvissute alla violenza domestica affrontano uno stigma significativo da parte di famiglie e comunità, spesso manifestato attraverso colpevolizzazione, vergogna e isolamento.
In questo contesto, si verifica un altro tragico fenomeno, quello della violenza delle donne sulle donne in ambito familiare. È un tema approfondito in un articolo di Zan Times nel quale si evidenzia come le donne non siano immuni dall’essere oltre che vittime anche carnefici influenzate da una serie di fattori come la struttura patriarcale, essere state vittime di violenza, vivere in un ambiente dove la violenza di genere è normale, accettata e addirittura glorificata, una deprivazione fisica e psicologica che spinge alla violenza, paura di venire ostracizzate se non riproducono comportamenti aggressivi contro figlie e nuore, mancanza di consapevolezza.
Come se ciò non bastasse, un rapporto dell’UNAMA ha documentato che le donne che denunciano violenze domestiche vengono spesso incarcerate se non hanno un parente maschio con cui vivere. Le donne che cercano aiuto rischiano di essere punite per “crimini morali”, come vivere da sole o tentare di fuggire da un marito violento. Inoltre, la legge islamica applicata dai Talebani non distingue tra relazioni sessuali consensuali fuori dal matrimonio e stupro, trattando entrambi come zina (rapporti sessuali illeciti secondo le regole islamiche), arrivando a “punire” la vittima con la lapidazione o la fustigazione.
In questo contesto il divorzio per le donne è una chimera. La sharia consente a un uomo di farlo senza motivo e senza nemmeno presentare una petizione in tribunale: il marito pronuncia ṭalaq (di solito tre volte) alla moglie, in forma verbale o scritta e, se non ci ripensa prima della terza volta, il divorzio diventa definitivo. Una donna deve invece presentarsi davanti a un giudice e dimostrare il suo diritto alla separazione in base a criteri specifici: l’interpretazione di questi criteri differisce tra le quattro principali scuole di giurisprudenza islamica sunnita, quella hanafita, seguita dalla maggior parte degli afghani, è la più restrittiva delle quattro su questo argomento contrariamente a quella malikita, leggermente più permissiva nei confronti delle donne che possono chiedere il divorzio per motivi di danno, abbandono, mancato pagamento del mantenimento e una più ampia gamma di malattie.
Nel 1977 in Afghanistan era stato introdotto un Codice civile che traeva la sua legislazione sul divorzio malikita, sebbene per le donne il divorzio rappresentasse quasi sempre uno stigma sociale. Il Codice era stato sospeso dai Talebani nel 1997 per tornare poi in vigore nel 2001. Nel settembre 2021, i Talebani annunciarono la sospensione della Costituzione del 2004 in attesa della revisione delle leggi vigenti, il che significava che anche il Codice Civile del 1977 era stato sospeso. La circolare numero 15, emessa il 23 maggio 2022, ha fornito linee guida ai tribunali afghani su come gestire le decisioni legali su tutte le questioni, incluso il divorzio per il quale è stata ripristinata l’interpretazione hanafita.
Nell’articolo Afghanistan Ieri – Una storia che viene da lontano descriviamo il processo di modernizzazione che, fino agli anni ’70 del secolo scorso, aveva portato a un cambiamento anche nelle strutture familiari con la presenza di movimenti, come RAWA, per l’emancipazione, l’uguaglianza e la giustizia sociale delle donne. Un cambiamento che ha avuto però un impatto limitatamente ai principali centri urbani quindi il regime fondamentalista e misogino talebano ha trovato terreno fertile nella società afghana.
“Prima dell’arrivo dei Talebani – dice una ragazza di Kabul in un articolo pubblicato da Il Manifesto – non eravamo al sicuro, era pericoloso c’erano attentati, ma almeno potevamo rivendicare i nostri diritti. Io studiavo perché volevo diventare medica. Poi non c’è stato più niente. I Talebani dicono che ‘la casa è il posto per una donna’, ma la casa è una tomba. Sono viva, ma non vivo. Ogni giorno ci impongono nuove leggi. Non possiamo uscire senza un mahram, un parente maschio. Non possiamo lavorare. Anche andare al parco è vietato. Se qualcuna protesta, viene arrestata o sparisce”.
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