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Afghanistan Oggi – La vita sotto i talebani

Pubblicazione: 7 Settembre 2023

Fame, violenza, diritti negati, buio sono le parole che rappresentano l’Afghanistan oggi. Un buio metaforico, nell’anima, perché la repressione si insinua in ogni momento della vita degli afghani, e un buio reale perché, come ci raccontano le attiviste di RAWA (Associazione rivoluzionaria delle donne afghane) “l’instabilità dell’elettricità ha sprofondato le città in un’oscurità cupa”.

28,3 milioni di afghani, su una popolazione stimata di 43 milioni, nel 2023 avranno bisogno di assistenza umanitaria. Una cifra enorme, due terzi della popolazione, dove fame e indigenza assoluta colpiscono principalmente bambini, 54%, cioè più di 15 milioni, e donne, 23%, ossia più di 6,5 milioni. L’inflazione è alle stelle: nel novembre 2022, il prezzo medio del gasolio era superiore del 76% rispetto a due anni prima e quello di un chilo di farina è aumentato del 26% all’anno. Al rincaro dei prezzi corrisponde il calo del reddito familiare mensile: – 17% nel 2022 sul 2021 (dati Unocha 2023).

Con il blocco del sostegno internazionale allo sviluppo, che copriva il 75% del bilancio del Paese, l’Afghanistan è piombato in una catastrofe economica. Una catastrofe che ha le sue radici nella corruzione degli esponenti dei governi passati, sostenuti da NATO e ONU, durante i quali della pioggia di miliardi di dollari in aiuti umanitari e di sostegno allo sviluppo, solo poche gocce sono arrivate alla popolazione (che oltretutto nelle aree controllate dai talebani, e non solo, doveva sottostare a varie forme di estorsione). E sul destino degli aiuti umanitari, che l’ONU oggi continua inviare in Afghanistan, vengono sollevati non pochi dubbi: “C’è un forte scontro interno ai talebani, con fazioni di vario tipo, ma per ora stanno insieme e continueranno a farlo finché ci saranno soldi da dividersi. Soldi che arrivano dalle tasse e dall’estero… formalmente arrivano come aiuto umanitario, ma giungono a destinazione in minima parte”, ci ha detto un rappresentante di Hambastagi, partito laico e progressista fondato nel 2004 e che oggi opera in clandestinità.

Ad aggravare la situazione vi è il fatto che l’Afghanistan è altamente soggetto a pericoli naturali, le cui frequenza e intensità sono esacerbate dagli effetti del cambiamento climatico e dai limiti strutturali nella mitigazione dell’impatto dei disastri. Il Paese sta affrontando una prolungata siccità (si entra nel terzo anno consecutivo), alla quale si aggiungono inondazioni e terremoti, che nel 2022 sono stati più frequenti che negli anni precedenti e, ovviamente, la pandemia da Covid-19. Inoltre, con più di 40 anni di conflitti armati, l’Afghanistan ha oggi uno dei più alti livelli di contaminazione da ordigni esplosivi al mondo.

I diritti umani calpestati

La Costituzione del 2004 è stata sospesa e, con un definitivo colpo di spugna, tutte le norme e i regolamenti redatti dall’ex Repubblica sono stati automaticamente abbandonati perché contrari alla sharia. Repressi la libertà di espressione, associazione, il diritto a un processo equo e, più in generale, i più elementari diritti umani.

Molti giornalisti sono stati arrestati, picchiati e torturati, solo per aver cercato di raccontare quello che stava succedendo nel paese, come evidenzia Amnesty International nel suo ultimo rapporto. Una repressione facilitata dal sistema Hiide di rilevamento dei dati biometrici dei cittadini afghani, implementato dagli USA e che si ritiene sia finito nelle mani dei talebani dopo il ritiro degli americani, e dall’Afghan Personnel and Pay System (Apps), database governativo che contiene circa mezzo milione di record relativi a membri dell’esercito e della polizia afghani.

Sempre nel Report di Amnesty International, si legge: “I talebani hanno iniziato a mettere a morte e fustigare pubblicamente persone per reati come omicidio, furto, relazioni “illegittime” o violazioni delle norme sociali. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani, tra il 18 novembre e il 16 dicembre [2022], più di 100 persone sono state fustigate pubblicamente negli stadi di diverse province. A dicembre, le autorità talebane hanno effettuato la loro prima esecuzione pubblica nella provincia di Farah, alla presenza di alti funzionari talebani, tra cui il vice primo ministro, ministri e il capo della Corte suprema”.

“Le città sono fortemente militarizzate. I talebani sono molto ben equipaggiati… hanno armi, tecnologia, e con questi equipaggiamenti più moderni e sofisticati cercano di spaventare la popolazione. Le perquisizioni sono frequenti: rovistano dappertutto, anche tra i vestiti delle donne, nelle loro cose. È il loro modo di terrorizzare la popolazione, di mostrare il loro controllo totale”, ci dicono le donne di RAWA.

Sono ormai 7 milioni gli afghani che, con vari status (tra cui 2,1 milioni di rifugiati registrati), vivono al di fuori del Paese; tra di loro moltissimi professionisti, il che comporta un ulteriore impoverimento del Paese. Inoltre, in alcune aree si continua a combattere, ma soprattutto non diminuiscono gli attentati compiuti dall’ISIS-K: “I talebani avevano fatto passare il messaggio che non ci sarebbe più stata criminalità e ci sarebbe stata più sicurezza. Ma non è così, tutto continua come prima”, ci dice l’attivista di Hambastagi, la sola differenza è che i talebani hanno chiuso quasi tutti i media e quindi è più difficile sapere quello che succede.

L’abisso delle donne afghane

Segregate in casa, costrette al silenzio, vittime di una società già storicamente discriminante nei confronti delle ragazze e delle donne, le afghane sono ripiombate nell’incubo del primo periodo talebano (1996-2001). Già da settembre 2021, contravvenendo a qualsiasi promessa fatta nel corso degli accordi di Doha, è iniziata la discriminazione nei loro confronti e oggi la vita delle donne è contraddistinta da divieti e obblighi che le rinchiudono in una soffocante prigione.

Come vedremo nelle pagine focalizzate sui singoli aspetti, alle imposizioni del governo si affianca un aumento della violenza domestica, compresi i matrimoni forzati, che trova le sue radici nella società tradizionale afghana e che rimane ormai totalmente impunita. Inoltre, permane un forte senso di insicurezza e instabilità perché l’applicazione dei decreti è incoerente e imprevedibile, vengono emessi e attuati da autorità diverse, rendendo così più difficile per le donne sapere cosa è permesso e cosa non lo è.

Soprattutto tra le giovani aumentano ansia e depressione e gli specialisti, come si legge in un reportage della BBC di giugno 2023, parlano di una vera e propria “pandemia di pensieri suicidi”: “Voglio solo che qualcuno ascolti la mia voce. Soffro e non sono l’unica. La maggior parte delle ragazze della mia classe ha avuto pensieri suicidi. Soffriamo tutte di depressione e ansia. Non abbiamo speranza”, sono le parale di una giovane studentessa universitaria che ha tentato il suicidio dopo che i talebani hanno impedito alle ragazze di frequentare l’università.

L’opposizione ai talebani

Così come negli anni ‘80 la stampa occidentale era rimasta folgorata dal carisma di Ahmad Shah Massoud, oggi ha “eletto” a rappresentante dell’opposizione ai talebani il figlio Ahmad, del Fronte di Resistenza Nazionale. Ma il FRN rimane un gruppo basato su una visione fondamentalista e misogina della società ed è una riedizione di quel Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan (in Occidente conosciuto come Alleanza del Nord) che, sebbene abbia combattuto contro i sovietici e i talebani del primo periodo, si è macchiato di crimini contro la popolazione afghana nei sanguinosi anni dei “signori della guerra” (1992-1996), come testimoniato da Human Rights Watch.. Infine, il giovane Massoud, che ha vissuto e studiato a Londra, è poco conosciuto in patria.

Continua invece in clandestinità la resistenza di organizzazioni come RAWA e Hambastagi che, tra mille difficoltà, cercano di opporsi all’oppressione talebana (come vedremo nelle storie raccontate di seguito).

Il governo talebano e la comunità internazionale

Nonostante fino ai primi mesi del 2023 nessun paese abbia ufficialmente riconosciuto l’Emirato, non mancano i contatti bilaterali. Oltre alle strette relazioni con Pakistan e Qatar, i talebani mantengono legami economici con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

India, Russia, Iran e Cina sono invece mossi dalla comune preoccupazione che l’Afghanistan diventi rifugio e incubatore di movimenti jihadisti nell’area. E quale rimedio migliore del sostegno economico? Per ora sembra essere la Cina la meglio posizionata con la recente firma del contratto per l’esplorazione e l’estrazione di petrolio nel nord dell’Afghanistan (un investimento da 540 milioni di dollari in 3 anni). Contrapposto l’interesse degli USA ai quali sostenere un’attività jihadista in funzione anti Iran, Cina e Russia non spiace affatto.

Non secondario il discorso economico. Secondo l’Istituto Geologico degli Stati Uniti (Usgs), nel sottosuolo afghano potrebbero essere presenti fino a 60 milioni di tonnellate di rame e 2,2 miliardi di tonnellate di ferro, oltre a cobalto, oro e altri metalli preziosi. Ma soprattutto 1,4 milioni di tonnellate del nuovo oro delle società digitali, le cosiddette terre rare, come litio, lantanio, cerio, neodimio. Quindi, avere contatti con i talebani interessa un po’ a tutti, i paesi occidentali devono però fare i conti con la propria opinione pubblica: UE e ONU hanno dichiarato di condizionare il riconoscimento dell’Emirato islamico dell’Afghanistan al rispetto dei diritti umani, di quelli di donne e ragazze e alla costruzione di un governo inclusivo per genere ed etnia. Ma, dicono le attiviste di RAWA, “un governo ‘inclusivo’ sarebbe una catastrofe. Significherebbe includere esponenti del passato regime, fondamentalisti e misogini quanto i talebani. E proprio in quanto tali disposti a condividere con loro il potere. E non sarebbe un vantaggio per le donne afghane nemmeno se tra loro sedessero anche esponenti femminili, legate a quelle famiglie e a quei partiti: la loro presenza servirebbe solo a legittimare il sistema vigente, senza portare alcuna differenza sostanziale”.

 

 

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