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Afghanistan: il Paese peggiore dove nascere donna

Essere donna in Afghanistan significa vivere ogni giorno in uno dei contesti più ostili del mondo. Dopo il ritorno al potere dei Talebani nell’agosto 2021 — o, meglio, dopo la vergognosa fuga degli Stati Uniti e dei loro alleati — le libertà femminili, già fragili negli anni precedenti, sono state travolte da un’ondata di politiche che hanno annullato diritti fondamentali e relegato metà della popolazione all’invisibilità forzata. In un Paese in cui circa 23 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, donne e bambini sono i più esposti. Alle difficoltà di sopravvivenza si aggiunge la necessità di sottostare alle regole imposte dal regime, che entrano nella quotidianità condizionando ogni gesto e trasformando la paura in una presenza costante.

Il divieto di istruzione

Tra le restrizioni più dolorose c’è il divieto per le ragazze di frequentare la scuola media,superiore e l’università. In Afghanistan una bambina può studiare solo fino ai 10-11 anni: dopo di allora, il futuro si chiude davanti ai suoi occhi. Non si tratta solo dell’impossibilità di ottenere un titolo di studio: significa condannare
intere generazioni alla dipendenza economica, alla vulnerabilità e all’impossibilità di costruire una vita autonoma.

La cancellazione dalla vita pubblica

Le donne non possono lavorare nella maggior parte dei settori, né accedere a parchi, palestre e luoghi culturali. Non possono viaggiare da sole senza un mahram, un accompagnatore maschio della famiglia.
Sono state escluse anche dalle ONG locali e internazionali, privando il paese di insegnanti, infermiere, assistenti sociali e professioniste che per anni hanno sostenuto i servizi di base.

L’imposizione del velo e il controllo dei corpi

L’abbigliamento femminile è rigidamente regolato: burqa o hijab integrale sono obbligatori e la loro mancata osservanza può portare a punizioni, arresti o violenze. Il corpo delle donne diventa così terreno di controllo ideologico: nascosto, sorvegliato, disciplinato.

Matrimoni forzati e violenza domestica

Con il collasso del sistema giudiziario e il ritorno a forme di giustizia tradizionale, le donne non hanno più alcuna tutela contro matrimoni precoci, matrimoni forzati o violenza domestica. Le possibilità di chiedere aiuto o denunciare abusi sono praticamente nulle.

Una crisi umanitaria che colpisce soprattutto le donne

Nel mezzo della peggior crisi economica e alimentare degli ultimi decenni, le donne — soprattutto vedove e capifamiglia — sono le prime a soffrire la mancanza di cibo, cure mediche e mezzi di sostentamento. In molte famiglie, essere nate donne significa essere
le ultime a mangiare, le ultime a ricevere cure, le prime a morire.

Il blackout di Internet: l’ombra sull’ultimo spazio di libertà

A metà settembre 2025 il regime talebano ha iniziato a sospendere l’accesso alla fibra ottica in diverse province — tra cui Balkh, Baghlan, Kunduz, Badakhshan, Takhar — sostenendo la necessità di “prevenire l’immoralità”. Il 29 settembre, secondo Human Rights Watch, è iniziata una interruzione più ampia che ha coinvolto anche le reti mobili, portando la connettività sotto l’1%. Per moltissime donne, Internet non è solo una finestra sul mondo, ma un’ancora di
salvezza: uno spazio per studiare, lavorare, creare reti di solidarietà. Con il blackout, anche quest’ultima possibilità sta crollando.
Le autorità talebane parlano di tutela dei “valori morali”, ma molti osservatori internazionali leggono questa decisione come un ulteriore passo verso il totale controllo politico e sociale.
Dopo il 2021, l’accesso delle ragazze all’istruzione superiore è stato praticamente annullato. Di fronte ai divieti, migliaia di donne avevano trovato nell’online un’alternativa.
Con lo shutdown, però, anche le classi virtuali — per molte l’unica fonte di speranza — sono scomparse. Le comunità di sostegno, i gruppi di denuncia degli abusi, gli spazi sicuri di condivisione si stanno dissolvendo, lasciando un profondo senso di isolamento e
disperazione. Il blackout non è un incidente tecnico: è una nuova arma repressiva che colpisce con particolare durezza le donne, spegnendo l’ultimo spazio di autonomia, studio e voce.

Resistenza e speranza

Nonostante tutto, molte donne afghane continuano a protestare, a insegnare in scuole clandestine, a mantenere vivo un filo di resistenza. Le loro manifestazioni — spesso represse con violenza — sono atti di coraggio straordinario, testimonianze di una determinazione che nessun divieto riesce a spegnere.
Definire l’Afghanistan “il Paese peggiore dove nascere donna” non è
un’esagerazione retorica: è la fotografia di un presente durissimo, in cui nascere femmina significa essere private sin dall’infanzia della possibilità di costruire il proprio destino.

Ed è anche un appello alla responsabilità internazionale: perché finché una donna non sarà libera in Afghanistan, nessuna conquista potrà dirsi davvero completa.

L’articolo è stato pubblicato sul blog di ANPI Nicola Grosa il 24 novembre 2025

Bambine afghane a scuola - 2019

«Così puntiamo a cambiare il diritto internazionale»

Era il 1999 quando l’espressione «apartheid di genere» entrò nelle sale delle Nazioni Unite. Abdelfattah Amor, allora relatore speciale ONU per l’eliminazione delle discriminazioni basate su religione o credo, definì così – «un sistema di apartheid nei confronti delle donne» – il trattamento riservato dai talebani alla popolazione femminile afghana. A quei tempi, le immagini dell’apartheid sudafricano erano fresche nella mente di tutti. Violenza, segregazione, oppressione, negazione dei diritti fondamentali. Era questo che anche le donne afghane stavano vivendo in quel momento, sotto il controllo del primo governo talebano (1996-2001). Ed è questo che stanno vivendo oggi, dopo il ritiro delle truppe statunitensi, la fine della Repubblica e il ritorno al potere degli «studenti» coranici.

Restrizioni alla libertà di movimento, divieto di studio e lavoro, divieto di parlare in pubblico. A quattro anni dalla caduta di Kabul, ne abbiamo parlato a più riprese, l’Afghanistan è tornato indietro nel tempo. Non è un caso, allora, che l’espressione «apartheid di genere», già largamente utilizzata dalle donne afghane un ventennio fa per descrivere la propria condizione, sia oggi ancora in uso. Ed è per questo che un gruppo della vicina Penisola, il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (CISDA), punta a portare nuovamente il tema sotto i riflettori internazionali, con un’iniziativa che chiede che l’apartheid di genere sia riconosciuto quale crimine contro l’umanità (come già è il caso per l’apartheid razziale) all’interno dei Trattati internazionali. Ne abbiamo parlato con Graziella Mascheroni, presidente del CISDA.

Sin dal 1999 il CISDA è attivo per promuovere progetti di solidarietà a favore delle donne afghane. Ma nel suo statuto, voce “Oggetto e scopi”, viene esplicitato: tra gli obiettivi dell’associazione c’è quello di «realizzare una crescita ed uno sviluppo, sia a livello locale che internazionale, nella ricerca di una maggiore giustizia tra i popoli». Non stupisce, allora, che l’ente non profit si sia lanciato in un’azione particolarmente ambiziosa: cambiare il diritto internazionale, per combattere l’apartheid di genere in Afghanistan e nel mondo. «Per lanciare il nostro progetto abbiamo lavorato in modo molto approfondito, consultandoci con giuristi ed esperti di diritto internazionale», ci racconta Mascheroni. «Da questa collaborazione è nato un documento sul quale abbiamo basato la campagna “Stop fondamentalismi – Stop apartheid di genere”».

La campagna, si legge sul sito del CISDA, chiede che l’apartheid di genere sia riconosciuto come crimine contro l’umanità e si riconosca che tale crimine viene applicato sistematicamente e istituzionalmente in Afghanistan. Inoltre, al fine di non legittimare i fondamentalisti al governo a Kabul, il CISDA chiede che l’ONU non dia riconoscimento né giuridico né di fatto al regime talebano, che il fondamentalismo talebano sia dichiarato illegale, che sia impedito il finanziamento e l’invio di armi da Paesi amici, che i rappresentanti talebani siano estromessi da incontri di diplomazia internazionale e riunioni ONU.

La petizione collegata alla campagna, aperta a dicembre 2024 e chiusa lo scorso aprile (ma firmare è ancora possibile), ha raccolto circa 2.000 firme e il sostegno di un’ottantina di associazioni. «La raccolta firma è stata inviata al governo italiano, perché si faccia portavoce degli obiettivi della campagna dinanzi alle istituzioni internazionali. Siamo in attesa, ora, di avere un’audizione in Senato», ci spiega Mascheroni, che sottolinea: «Il documento è stato inviato anche alla Sesta commissione ONU e alla Corte penale internazionale (CPI). Quest’ultima ci ha risposto spiegando i prossimi passi». Un grande orgoglio per una associazione come il CISDA, ci spiega la presidente, che tuttavia non si fa illusioni: «C’è ancora tantissimo da fare». Perché questa proposta di modifica dello Statuto di Roma (il trattato internazionale istitutivo della CPI) venga presa in considerazione, dovrà essere patrocinata da uno Stato membro. «Negli ultimi mesi ci siamo mossi per cercare l’appoggio di un Paese che senta l’importanza di questo tema». Sudafrica e Congo sono tra i papabili, ma ci vorrà ancora del tempo perché vengano avanzate proposte concrete. Certo è che se l’iniziativa dovesse avere successo, l’impatto sarebbe fondamentale, e globale.

Per le donne afghane ogni mese conta, perché ogni mese è peggiore del precedente. «La situazione continua a deteriorarsi», conferma la presidente del CISDA, che con i gruppi locali di sostegno alle donne mantiene stretti contatti. «E questo anche per colpa del progressivo riconoscimento – formale o informale – da parte di Paesi terzi, che con i talebani stanno portando avanti rapporti diplomatici». Proprio negli scorsi giorni, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha confermato di aver «invitato rappresentati del governo talebano non ufficiale all’aeroporto di Ginevra» per trattare il tema delle espulsioni di cittadini afghani verso il loro Paese d’origine. Negoziazioni che hanno permesso il ristabilimento di un canale con l’Afghanistan per le espulsioni di uomini la cui domanda di asilo è stata respinta.

A Kabul, intanto, le donne di RAWA – l’Associazione rivoluzionaria delle donne afghane, gruppo politico, sociale e umanitario a sostegno di tutta la popolazione afghana – non hanno intenzione di mollare di fronte alle terribili condizioni di vita. «Le sentiamo regolarmente. Sono convinte che nessun vero cambiamento possa venire dall’esterno. Dicono che giustizia e libertà possano giungere solo attraverso la lotte cosciente e unita della popolazione. Questo è il credo di RAWA, che dagli anni Settanta – dall’invasione sovietica, passando per guerre civili, i governi talebani e anche il periodo americano – non ha mai smesso di lottare. Loro vivono da sempre in clandestinità e quindi stanno portando avanti il loro lavoro come fatto in passato. Più difficile, invece, operare per le ONG che fino a qualche anno fa lavoravano indisturbate e oggi devono stare invece molto attente alla sorveglianza dei talebani per portare avanti in segreto la formazione delle bambine, la cui istruzione è stata proibita».

Chi non fa parte di associazioni o gruppi, porta avanti l’opposizione come può. «Con il progressivo assestarsi del potere talebano, scendere in strada come nei mesi seguenti la caduta di Kabul non è più possibile. La resistenza si è quindi spostata sui social. Non è un caso se nelle ultime settimane alcune regioni dell’Afghanistan abbiano subito un blocco dell’accesso alla rete». E questo fenomeno, ci racconta Mascheroni, non riguarda solo le donne. «Tutta la popolazione è stanca, e anche gli uomini sono contrari al dominio talebano. La società afghana è patriarcale: nei centri abitati al di fuori delle grandi città, i capi villaggio  sono esclusivamente uomini. Eppure collaborano strettamente con le associazioni femminili con cui siamo in contatto, specialmente nelle zone colpite recentemente dai terremoti, dove i talebani si sono ben guardati dal portare aiuti».

Parallelamente alla campagna contro l’apartheid di genere, da anni il CISDA porta avanti una lunga serie di progetti in Afghanistan a sostegno della popolazione. «Grazie a un nostro generoso sponsor, a Kabul e in altre quattro province possiamo finanziare un corso di cucito che garantisce, parallelamente, l’alfabetizzazione delle bambine. Contemporaneamente sosteniamo un’unità mobile, un team sanitario che va di villaggio in villaggio a visitare i pazienti». In passato l’organizzazione italiana, spiega la presidente, finanziava «grandi case protette per le donne afghane, ma molte sono state chiuse dopo l’arrivo dei talebani nel 2021. In questo momento, quindi, stiamo aiutando uno “shelter” più piccolo – che passa quindi inosservato – che al momento ospita quattro donne vittime di violenza e i loro 9 figli». Ma non finisce qui. «Da una decina d’anni, il nostro progetto Vite preziose permette il sostegno a distanza per chi ha subito violenze: così sponsor esterni possono aiutare finanziariamente, di solito per un anno, una donna afghana in difficoltà. Giallo fiducia, invece, supporta una coltivazione di zafferano nelle zone di Herat. Le dodici donne che lavorano in questo campo partecipano a un corso di alfabetizzazione e a uno sui diritti umani».

Piccoli numeri che, moltiplicati per la loro capillarità, fanno la differenza in una resistenza che vede l’alfabetizzazione, come già evidenziato, tema principale. «In risposta alla chiusura degli istituti scolastici, sono sorte migliaia di piccole scuole clandestine che, sparse un po’ ovunque, vedono insegnanti mettere a disposizione la propria casa per portare avanti la formazione di piccoli numeri di ragazze. La risposta a simili iniziative è alta, perché c’è la consapevolezza che l’istruzione è alla base della società. Senza, ottenere o mantenere libertà diventa molto più difficile».

L’articolo è stato pubblicato sul Corriere del Ticino il 22 novembre 2025

Trattare con i Talebani per “contrastare” i flussi migratori. Il vero volto della solidarietà europea

A fine ottobre la Commissione europea ha scritto ai 27 Stati membri per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, come l’Afghanistan. Una strategia brutale che getta una luce inquietante sugli aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul

L’articolo è stato pubblicato su Altreconomia, 18 novembre 2025

L’Unione europea sta rispondendo con prontezza alle richieste delle Nazioni Unite e delle agenzie umanitarie di inviare aiuti all’Afghanistan alle prese con il freddo che avanza, catastrofi naturali, crisi economica e sospensione dei finanziamenti statunitensi.

Ma è autentica solidarietà, generosa e disinteressata, o piuttosto un calcolato avvicinamento al governo talebano per convincerlo a riprendersi i “suoi” immigrati in Europa, in risposta alla sempre maggiore pressione delle forze di destra perché si liberino di questo “fardello”? Per provare a rispondere è utile fare un passo indietro e osservare come si sono mossi alcuni Stati europei in questi ultimi mesi.

L’isolamento in cui il governo di fatto dell’Afghanistan è stato confinato con le sanzioni comminate nei confronti dei ministri talebani, che impediscono loro di viaggiare, dovrebbe rendergli impossibile incontrare funzionari di Paesi dell’Unione, tanto più in Europa.

Invece la Germania già il 21 luglio non solo ha deportato a Kabul 81 migranti con il coordinamento dell’amministrazione talebana e l’aiuto del Qatar, ha persino invitato due rappresentanti diplomatici del governo talebano in Europa perché seguissero le pratiche dei respingimenti in futuro.

E questi personaggi non sono stati trattati da funzionari con mansioni “tecniche”: sono stati riconosciuti come nuovi portavoce facenti funzioni consolari, dopo che i precedenti della vecchia Repubblica hanno dato le dimissioni proprio per protesta contro l’invito ai “nuovi” delegati. Si è così scavalcato di fatto ogni impegno al non riconoscimento del governo talebano che gli Stati europei e la stessa Germania continuano a ribadire come loro vincolo imperativo, prefigurando un cambio della politica europea nei confronti del governo de facto.

La pensano così anche i Talebani, che infatti si sono affrettati a mettere in risalto il loro nuovo ruolo e a occupare tutti gli spazi resi disponibili in questo nuovo contesto, con grande rischio per gli emigrati e per le loro famiglie perché ora tutta la documentazione relativa ai profughi che vivono in Germania e alle loro famiglie rimaste in Afghanistan sono stati ceduti nelle loro mani.

Questa decisione di Berlino ha creato un gravissimo precedente, che altri Stati europei si sono affrettati a seguire. Infatti già il 29 luglio funzionari svizzeri hanno chiesto al loro governo un dialogo diretto con i funzionari dell’Emirato islamico dell’Afghanistan per facilitare il processo di rimpatrio forzato dei richiedenti asilo afghani.

Il 30 luglio anche la Svezia ha tentato di ricorrere alla burocrazia per rendere la vita difficile agli immigrati afghani e prepararne l’espulsione, dichiarando nulli i documenti di viaggio non regolari, unici documenti di cui sono in possesso i fuggitivi dall’Afghanistan.

Intanto i Talebani hanno alzato il tiro: hanno informato la Svizzera che non avrebbero più accettato i rimpatri che non fossero stati firmati da esponenti del proprio governo, imponendo così di fatto i loro funzionari, tanto che il 23 agosto si sono recati a Ginevra per aiutare a identificare chi dovesse essere deportato in Afghanistan.

Anche Vienna si è fatta avanti. A metà settembre una delegazione di cinque membri del ministero degli Esteri talebano si è recata nella capitale austriaca per discutere le missioni diplomatiche e i servizi consolari ai cittadini afghani che vivono in Austria e in altri Paesi europei.

Ma la tappa decisiva è stata l’istanza dei 19 Paesi europei che hanno sottoscritto il 19 ottobre di quest’anno una richiesta al Commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni affinché venga facilitato il rimpatrio, volontario o forzato, dei cittadini extra-europei senza permesso di soggiorno o asilo, chiedendo quindi che le deportazioni siano trattate come una “responsabilità condivisa a livello dell’Ue”.

A sottoscrivere il documento sono stati i governi di Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Slovacchia, Svezia, Repubblica Ceca e Paesi Bassi. Si è poi aggiunta la Norvegia la quale, pur non essendo membro dell’Ue, è un Paese Schengen.

Questa stretta migratoria, se è molto grave perché rischia di ripercuotersi pesantemente su tutti i profughi rifugiatisi in Europa, ha una ricaduta ancora più inquietante quando i migranti presi di mira sono cittadini afghani, costretti a tornare a vivere sotto un regime dittatoriale e repressivo dal quale erano fuggiti spesso per salvare la pelle. Ma è ancor più grave per il risvolto internazionale che prefigura, perché si ripercuote sulle relazioni tra Europa e Afghanistan, facendo diventare il governo afghano protagonista di una trattativa che lo riconosce di fatto se non di diritto, secondo una scelta che sembra essere sempre più considerata necessaria anche ai Paesi occidentali in quanto giustificata da esigenze pragmatiche.

Infatti il respingimento degli afghani nel Paese di origine necessita dell’accordo con il governo dei Talebani, fondamentalista e gravemente persecutorio nei confronti delle donne, che nessuno al mondo tranne la Russia ha voluto finora riconoscere. Ma questo governo è disponibile a dare il suo consenso al rientro dei suoi concittadini solo in cambio di un avanzamento del suo posizionamento nel mondo verso il riconoscimento legale. Posizione che rimane sottotraccia nella richiesta di deportazione avanzata degli Stati europei.

A estendere la nuova “linea politica” ci ha pensato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, inviando il 22 ottobre una lettera a tutti i 27 Stati dell’Unione per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con i Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, tipo l’Afghanistan.

Quindi trattare con il governo talebano, aprendo al dialogo e ai suoi ambasciatori, riconoscendogli di fatto un ruolo ufficiale sebbene ciò contraddica le dichiarazioni che la stessa Ue continua a proclamare, è la nuova strategia europea per “ridurre” l’immigrazione. La politica di dialogo dell’Ue con il governo talebano è stata del resto ribadita anche dal nuovo rappresentante Ue per l’Afghanistan, Gilles Bertrand, che appena eletto si è recato a Kabul per confermare direttamente ai Talebani l’intenzione dell’Ue a portare avanti il processo di dialogo stabilito nell’ambito degli accordi di Doha 3 – quelli cioè che escludono qualsiasi trattativa sui diritti delle donne per far piacere ai Talebani- offrendo e chiedendo collaborazione a vari livelli.

È quanto del resto ha ribadito il Parlamento europeo nel suo ultimo comunicato in cui, mentre prende una decisa posizione contro l’apartheid di genere e denuncia le responsabilità dei Talebani, anziché proporre provvedimenti per isolarli stringe i legami attraverso viaggi in Afghanistan e contatti segreti tra diplomatici, giustamente denunciati da alcune deputate europee.

In questa ottica, assume una luce più inquietante e interessata l’erogazione di aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul sotto varie forme: non appare come un libero impegno dei Paesi europei democratici, solidali nei confronti del popolo afghano affamato, ma invece come un sostegno al governo talebano per avere in cambio la deportazione dei migranti afghani e agevolare il consenso dell’opinione pubblica europea sempre più xenofoba.

Afghanistan 2025 – Sopravvivere sotto il regime talebano

Oblio è la parola che definisce la condizione della popolazione afghana oggi. Dimenticata dai media, dimenticata dalle istituzioni internazionali, abbandonata al proprio destino sotto il tallone del regime fondamentalista, criminale e misogino talebano.

22,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria per sopravvivere. 14,8 milioni di persone in Afghanistan (circa un terzo della popolazione) soffrono di insicurezza alimentare acuta. 3,5 milioni di bambini sotto i 5 anni affetti da malnutrizione acuta, con un aumento del 20% rispetto al 2024. 1,2 milioni di donne incinte o in allattamento sono a rischio di malnutrizione acuta. Sono solo alcuni dei dati relativi alle stime sul 2025 rilasciati da varie organizzazioni internazionali, dall’OCHA, all’UNICEF, al World Food Program, solo per citarne alcune.

Il sistema sanitario è in condizioni talmente disastrose da lasciare il 72% della popolazione rurale senza accesso a servizi sanitari primari e secondari.

Una catastrofe che ha le sue radici nella corruzione degli esponenti dei governi passati, sostenuti da NATO e ONU, durante i quali della pioggia di miliardi di dollari in aiuti umanitari e di sostegno allo sviluppo, solo poche gocce sono arrivate alla popolazione (che oltretutto nelle aree controllate dai Talebani, e non solo, doveva sottostare a varie forme di estorsione).

Con il ritorno dei Talebani al potere, parte degli aiuti che arrivano nel Paese viene intercettata dai Talebani in vario modo e trattenuta. Le organizzazioni internazionali finiscono infatti in qualche modo per “trattare” la loro presenza sul campo, ma è difficile pensare che la soluzione sia la sospensione totale degli aiuti, come fatto dall’amministrazione Trump nel febbraio 2025.

Ad aggravare la situazione vi è il fatto che l’Afghanistan è altamente soggetto a pericoli naturali, le cui frequenza e intensità sono esacerbate dagli effetti del cambiamento climatico e dai limiti strutturali nella mitigazione dell’impatto dei disastri. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) nel 2024 sono stati oltre 500.000 gli sfollati a causa di inondazioni, siccità e altri disastri attribuibili al cambiamento climatico. Ad essere più esposti a tali rischi sono le donne, i bambini e le comunità rurali che vivono nei territori più remoti. Allo stesso tempo l’Afghanistan deve misurarsi con una delle più gravi siccità che abbia mai visto.

Non ultimo l’impatto sulla fragile società afghana del ritorno degli oltre 2,43 milioni di migranti afghani rimpatriati dal Pakistan e dall’Iran tra settembre 2023 e aprile 2025.

Leggi e tecnologia per calpestare i diritti umani

La Costituzione del 2004 è stata sospesa e, con un definitivo colpo di spugna, tutte le norme e i regolamenti redatti dall’ex Repubblica sono stati automaticamente abbandonati perché contrari alla sharia. I vari editti e decreti sono stati consolidati nella “Legge per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” promulgata nel luglio 2024, i cui 35 articoli formalizzano e ampliano restrizioni già in vigore. Inoltre, la Legge conferisce al Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (PVPV) un ruolo esecutivo nel far rispettare tali disposizioni, con la definizione dei muhtaseeb ossia agenti incaricati di far rispettare la legge, superando il precedente ruolo consultivo.

“L’oppressione sistematica di genere è stata ulteriormente ampliata e istituzionalizzata attraverso nuove misure, tra cui la cosiddetta Legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Lo spazio civico in Afghanistan ha continuato a ridursi drasticamente, con i Talebani che impediscono ai media e alle organizzazioni della società civile di operare liberamente, mentre giornalisti, attivisti, accademici, scrittori e artisti sono esposti a gravi rischi di detenzione arbitraria e maltrattamenti. Le minoranze subiscono emarginazione, sottorappresentazione, discriminazione e mancanza di protezione. Vi è un rischio maggiore di matrimoni precoci, lavoro minorile, abusi e tratta di esseri umani”, afferma Richard Bennet, Relatore speciale dell’ONU sui diritti umani in Afghanistan, nella sua relazione del febbraio 2025.

Una repressione facilitata dal sistema HIIDE (Handheld Interagency Identity Detection Equipment), basato su dispositivi biometrici portatili che consentono di confrontare i principali tipi di dati biometrici (impronte digitali, scansione dell’iride e riconoscimento facciale) con una banca dati centrale. Originariamente sviluppato e distribuito dalle forze armate statunitensi per identificare sospetti, detenuti, combattenti nemici, personale militare o civile, dopo il ritiro degli americani diversi rapporti suggeriscono che i Talebani abbiano acquisito dispositivi HIIDE abbandonati che contenevano, o potevano accedere, a dati sensibili su collaboratori afghani delle forze NATO, personale militare e civile, giornalisti, attivisti e traduttori.

Un giovane ragazzo afghano rifugiatosi in Italia con la sua famiglia, impegnata politicamente, ci ha raccontato il momento del passaggio di frontiera con il Pakistan: “È stato duro, molto duro. Per tutto il viaggio da Jalalabad alla frontiera pensavo che se alla frontiera avessero avuto le macchinette per il rilevamento delle impronte digitali e avessero preso le impronte a mia madre e mio padre tutto sarebbe finito. Non sapevo cosa potesse succedere. La prima volta che sono andato legalmente in Pakistan alla frontiera non avevano questi apparecchi, speravo che non li avessero neanche questa volta …ero molto spaventato perché se avessero avuto gli apparecchi tutto sarebbe finito lì, alla frontiera. Ma per fortuna non li avevano”.

I Talebani hanno implementato un vasto sistema di sorveglianza a Kabul, installando circa 90.000 telecamere di videosorveglianza in tutta la città (contro le 850 presenti prima del 2021). Le telecamere, di fabbricazione cinese, sono dotate di funzionalità di riconoscimento facciale e possono identificare caratteristiche come età, genere, presenza di barba o copertura del volto; in condizioni favorevoli, possono zoomare su individui a chilometri di distanza. Un centro operativo centrale monitora in tempo reale le immagini provenienti da tutta Kabul, permettendo alle forze di polizia di intervenire rapidamente in caso di attività ritenute sospette. Alcuni residenti di Kabul hanno riferito di essere stati obbligati a contribuire economicamente all’installazione delle telecamere nelle loro aree, con minacce di interruzione dei servizi essenziali in caso di rifiuto.

E le attiviste di RAWA ci hanno detto: “Le città sono fortemente militarizzate. I Talebani sono molto ben equipaggiati… hanno armi, tecnologia, e con questi equipaggiamenti più moderni e sofisticati cercano di spaventare la popolazione. Le perquisizioni sono frequenti: rovistano dappertutto, anche tra i vestiti delle donne, nelle loro cose. È il loro modo di terrorizzare la popolazione, di mostrare il loro controllo totale”.

L’espansione del sistema di sorveglianza a Kabul rappresenta una delle più estese implementazioni di controllo urbano e, sebbene le autorità talebane sostengano che l’obiettivo sia la riduzione della criminalità, il suo utilizzo è un formidabile sistema di controllo della popolazione, con evidenti rischi per le libertà civili e i diritti umani. “Sono dappertutto. In tutte le strade e nelle case. Lo hanno ordinato appena arrivati. Ogni immobile deve avere la sua, a spese dei condomini. La guardia, una specie di portiere, deve badare a tenerle sempre accese. Se vogliono sapere qualcosa è obbligato a mostrar loro i video. Per la strada le installano loro. Per questo dobbiamo essere assolutamente irriconoscibili”, ci dice Shakiba, l’attivista afghana che CISDA ha recentemente ospitato in Italia. “C’è di buono che spesso manca l’elettricità”, aggiunge con un sorriso amaro.

L’abisso delle donne afghane e la persecuzione delle persone LGBT+

Segregate in casa, costrette al silenzio, vittime di una società già storicamente discriminante nei confronti delle ragazze e delle donne, le afghane sono ripiombate nell’incubo del primo periodo talebano (1996-2001). Già da settembre 2021, contravvenendo a qualsiasi promessa fatta nel corso degli accordi di Doha, è iniziata la discriminazione nei loro confronti e oggi la vita delle donne è contraddistinta da divieti e obblighi che le rinchiudono in una soffocante prigione.

Come vedremo nelle pagine focalizzate sui singoli aspetti, alle imposizioni del governo si affianca un aumento della violenza domestica, compresi i matrimoni forzati e infantili, che trova le sue radici nella società tradizionale afghana e che rimane ormai totalmente impunita. Inoltre, permane un forte senso di insicurezza e instabilità perché l’applicazione dei decreti è incoerente e imprevedibile, vengono emessi e attuati da autorità diverse, rendendo così più difficile per le donne sapere cosa è permesso e cosa non lo è.

E il drammatico epilogo di questa situazione è dimostrato dall’elevato numero di suicidi tra le ragazze e le donne afghane: secondo un’indagine di Afghan Witness, tra aprile 2022 e febbraio 2024 sono stati documentati 195 casi di suicidio femminile, con un’incidenza particolarmente elevata tra le minoranze etniche e le donne precedentemente detenute dai Talebani.

Gli afghani LGBT+ continuano a essere perseguitati sulla base del loro orientamento sessuale e della loro identità di genere. La Legge sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio ne sancisce ulteriormente la criminalizzazione e il Relatore Speciale dell’ONU ha continuato a documentare casi di arresti e detenzioni arbitrarie, torture e maltrattamenti, inclusa la violenza sessuale, di persone LGBT+ da quando i Talebani hanno ripreso il potere.

E gli attentati terroristici non si placano

La situazione degli attentati terroristici in Afghanistan nel 2025 rimane critica, nonostante una diminuzione complessiva delle vittime rispetto agli anni precedenti. Il gruppo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (ISIS-K) continua a rappresentare una minaccia significativa, con attacchi mirati sia contro civili sia contro le autorità talebane.

Tra gli attentati più clamorosi del 2024, quello dell’11 dicembre dove l’attentatore suicida è riuscito ad entrare nel Ministero per i Rifugiati e il Rimpatrio del regime talebano e farsi esplodere uccidendo il ministro Khalil ur-Rahman Haqqani, figura di spicco del regime.

Non esistono dati aggregati e completi sulle attività del gruppo terroristico, ma guardando la Cronologia pubblicata in queste pagine si può notare che è uno stillicidio continuo, a conferma che la promessa di garanzia di sicurezza interna fatta dai Talebani al loro ritorno a Kabul non è stata mantenuta (gli unici attentati terroristici che si sono fermati sono quelli compiuti dai Talebani stessi fino all’agosto 2021).

“I Talebani avevano fatto passare il messaggio che non ci sarebbe più stata criminalità e ci sarebbe stata più sicurezza. Ma non è così, tutto continua come prima”, ci dice un attivista di Hambastagi, la sola differenza è che i Talebani hanno chiuso quasi tutti i media e quindi è più difficile sapere quello che succede.

Inoltre, l’Afghanistan sta diventando un vero e proprio hub di riferimento per i terroristi islamisti di tutto il mondo.

L’opposizione ai Talebani

Non esiste un’opposizione organizzata e unita al regime talebano mentre sono presenti vari gruppi armati, una resistenza che però risulta frammentata e in parte riconducibile a quegli stessi “signori della guerra” dei sanguinosi anni che hanno preceduto la comparsa dei Talebani nel 1996. Nel periodo tra novembre 2024 e gennaio 2025, l’ONU ha registrato un totale di 91 attacchi attribuiti alla resistenza con azioni come imboscate a convogli talebani, attacchi a posti di controllo e operazioni mirate contro obiettivi strategici.

Continua invece in clandestinità la resistenza di organizzazioni come RAWA, HAWCA e Hambastagi che, tra mille difficoltà, cercano di opporsi all’oppressione talebana (come vedremo nelle storie raccontate di seguito) soprattutto sostenendo la popolazione, fornendo istruzione alle ragazze cui è negata, supportando le donne la cui libertà è costantemente calpestata.

Il governo talebano e la comunità internazionale

Ad agosto 2025, l’unico paese che ha ufficialmente riconosciuto il governo dei Talebani in Afghanistan è la Russia. La mossa ufficiale ha portato a compimento un processo di riconoscimento de facto che il paese di Putin aveva intrapreso da tempo, stabilendo relazioni diplomatiche e accettando diplomatici nominati dai Talebani. Un comportamento nel quale è in compagnia di Cina, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Iran, Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan e India. Il Qatar, infine, svolge un ruolo chiave come mediatore e interlocutore diplomatico con il regime talebano.

I paesi confinanti, o storicamente connessi con l’Afghanistan come la Russia, oltre che da motivazioni economiche o strategiche sono mossi anche dalla comune preoccupazione che l’Afghanistan diventi rifugio e incubatore di movimenti jihadisti nell’area. E quale rimedio migliore del sostegno economico?

Per ora sembra essere la Cina la meglio posizionata, ma le risorse naturali afghane fanno gola a molti. Secondo l’Istituto Geologico degli Stati Uniti (Usgs), nel sottosuolo afghano potrebbero essere presenti fino a 60 milioni di tonnellate di rame e 2,2 miliardi di tonnellate di ferro, oltre a cobalto, oro e altri metalli preziosi. Ma soprattutto 1,4 milioni di tonnellate del nuovo oro delle società digitali, le cosiddette terre rare, come litio, lantanio, cerio, neodimio.

Avere contatti con i Talebani interessa un po’ a tutti e in questa nuova edizione del Dossier abbiamo dedicato un articolo proprio alla questione del riconoscimento internazionale del governo talebano.

I paesi occidentali devono però fare i conti con la propria opinione pubblica, sebbene le coscienze degli occidentali si siano alquanto assopite negli ultimi anni: UE e ONU hanno dichiarato di condizionare il riconoscimento del cosiddetto Emirato islamico dell’Afghanistan al rispetto dei diritti umani, di quelli di donne e ragazze e alla costruzione di un governo inclusivo per genere ed etnia. Ma, dicono le attiviste di RAWA, “un governo ‘inclusivo’ sarebbe una catastrofe. Significherebbe includere esponenti del passato regime, fondamentalisti e misogini quanto i Talebani. E, proprio in quanto tali, disposti a condividere con loro il potere. E non sarebbe un vantaggio per le donne afghane nemmeno se tra loro sedessero anche esponenti femminili, legate a quelle famiglie e a quei partiti: la loro presenza servirebbe solo a legittimare il sistema vigente, senza portare alcuna differenza sostanziale”.

Afghanistan

Cronologia Afghanistan

A partire dagli eventi più recenti, questa cronologia ripercorre la storia dell’Afghanistan fino agli anni delle guerre di indipendenza.

2025

  • 21 gennaio: i talebani annunciano il rilascio di due cittadini americani in cambio del leader talebano Muhammad Khan, arrestato nella provincia di Nangarhar e imprigionato negli Stati Uniti.
  • Un cittadino cinese viene ucciso in un attacco al suo veicolo da parte di un gruppo che si autodefinisce Fronte di Mobilitazione Nazionale nella provincia di Takhar
  • 1° febbraio: una coppia britannica di stanza a Bamiyan viene arrestata dai talebani in circostanze non specificate.
  • 2 febbraio: un combattente talebano apre il fuoco sul complesso delle Nazioni Unite a Kabul, ferendo una guardia prima di essere trovato morto in circostanze non specificate. Il governo talebano attribuisce l’incidente a un “malinteso”.
  • 4 febbraio: talebani ordinano la sospensione delle attività della stazione radiofonica femminile Radio Begum per “fornitura non autorizzata” di contenuti e programmi a un canale televisivo straniero.
  • 6 febbraio: la Turchia revoca l’accreditamento ai diplomatici afghani che rappresentano il governo pre-2021.
  • 11 febbraio: cinque persone vengono uccise in un attentato suicida nei pressi di una banca nella provincia di Kunduz.
  • 13 febbraio: una persona viene uccisa in un attentato suicida presso il complesso del Ministero dello Sviluppo Urbano e dell’Edilizia Abitativa a Kabul.
  • 17 febbraio: i talebani effettuano una visita diplomatica in Giappone per la prima volta da quando hanno preso il potere nel 2021.
  • 26 febbraio: almeno 36 persone sono morte a causa di forti piogge e tempeste di neve in tutto il paese.
  • 3 marzo: un soldato afghano viene ucciso durante gli scontri con le forze pakistane al valico di frontiera di Torkham.
  • 20 marzo: i talebani annunciano il rilascio del turista americano George Glezmann, che avevano trattenuto dal 2022, a seguito di negoziati mediati dal Qatar.
  • 23 marzo: talebani annunciano la rimozione delle taglie poste dagli Stati Uniti su tre alti funzionari, ovvero il ministro degli Interni Sirajuddin Haqqani, Abdul Aziz Haqqani e Yahya Haqqani.
  • 11 aprile: Hibatullah Akhundzada, ha destinato 9 milioni di dollari del nuovo bilancio fiscale dell’Afghanistan al sostegno dei seminari religiosi in Pakistan. I fondi, destinati alle madrase nelle province di confine pakistane di Belucistan, Sindh e Punjab, sono stati ordinati da Akhundzada nonostante l’amministrazione talebana si trovi ad affrontare un grave deficit finanziario.
  • 11 maggio: i talebani annunciano la sospensione del gioco degli scacchi a livello nazionale, citando preoccupazioni sulla sua associazione con il gioco d’azzardo.
  • 4 giugno: Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump emette un proclama che vieta ai cittadini afghani di entrare negli Stati Uniti.
  • 3 luglio: La Russia diventa il primo paese a riconoscere i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan da quando hanno ripreso il potere nel 2021.
  • 8 luglio: La Corte penale internazionale emette mandati di arresto contro il leader supremo dei talebani Hibatullah Akhundzada e il giudice capo Abdul Hakim Haqqani per la persecuzione delle donne in Afghanistan.
  • 17 luglio: Afghanistan, Pakistan e Uzbekistan firmano un accordo quadro tripartito a Kabul per condurre uno studio di fattibilità per il progetto ferroviario trans-afghano.
  • 18 luglio: La Germania lancia il suo secondo volo di rimpatrio in Afghanistan dalla presa del potere da parte dei talebani nel 2021, deportando 81 cittadini afghani.
  • 26 agosto: I talebani emettono un divieto sulle pratiche nuziali sontuose e “non islamiche”.
  • 30 agosto: I talebani emettono un divieto sulla poesia romantica.
  • 31 agosto: Un terremoto di magnitudo 6.0 colpisce la provincia di Kunar, uccidendo almeno 2.210 persone. Almeno cinque persone muoiono a causa delle inondazioni nella provincia di Nangarhar.
  • 8 settembre: Le guardie di frontiera iraniane aprono il fuoco su un gruppo di 120 migranti afghani che tentavano di entrare nel paese al valico di frontiera di Golshan, uccidendo sei persone.
  • 16 settembre: I talebani ordinano il divieto di internet in fibra ottica nella provincia di Balkh, citando preoccupazioni di immoralità.
  • 18 settembre: I talebani ordinano il divieto di internet in fibra ottica nelle province di Baghlan, Badakhshan, Kunduz, Nangarhar e Takhar.
  • 23 settembre: Un terremoto di magnitudo 4,9 colpisce la provincia di Nangarhar, ferendo 15 persone.
  • 29 settembre: I talebani ordinano la chiusura a livello nazionale della fibra ottica. L’accesso a Internet viene ripristinato il 1° ottobre. Il personale del consolato generale afghano a Bonn, in Germania, si dimette in massa per protesta contro la decisione del governo tedesco di accreditare rappresentanti talebani come diplomatici.

2024

  • 4 gennaio: un portavoce del Ministero del Vizio e della Virtù dei Talebani annuncia l’arresto di un numero imprecisato di donne per aver indossato l’hijab in modo non corretto.
  • 6 gennaio: l’Isis-K ha rivendicato la responsabilità dell’esplosione di un minibus avvenuta nel quartiere occidentale di Dasht-e-Barchi a Kabul, in cui sono morte almeno due persone.
  • 18 febbraio – 19 febbraio: si è tenuta la II Conferenza di Doha sull’Afghanistan, organizzata dall’ONU. Il primo giorno si è svolto l’incontro di inviati speciali e gruppi provenienti dall’Afghanistan, tra cui rappresentanti delle donne e della società civile. I talebani sono stati invitati all’incontro ma hanno rifiutato di partecipare, adducendo condizioni non soddisfatte. Hanno partecipato all’incontro rappresentanti speciali di almeno 25 paesi. Quattro membri, tra cui Shah Gul Rezaee, Mahbouba Seraj, Mitra Mehran e Lotfullah Najafizada, rappresentano la società civile afghana. Antonio Guterres ha annunciato l’intenzione di avviare le consultazioni per la nomina di un inviato delle Nazioni Unite per facilitare le interazioni tra i talebani e la comunità internazionale. Il Segretario Generale dell’ONU ha espresso la speranza che i funzionari talebani partecipino a futuri incontri di questa natura.
  • 19 febbraio: una frana nella provincia del Nuristan seppellisce il villaggio di Nakre nella valle del Tatin e provoca la morte di almeno 25 persone.
  • 20 febbraio – 13 marzo: almeno 60 persone vengono uccise e altre 23 ferite a causa di inondazioni e condizioni meteorologiche avverse che coinvolgono neve e pioggia a livello nazionale.
  • 22 febbraio: le autorità talebane hanno eseguito due condanne a morte pubbliche. Le esecuzioni hanno avuto luogo nello stadio di Ghazni, nel sudest dell’Afghanistan, nei confronti di due uomini responsabili di due accoltellamenti mortali: di fronte a migliaia di spettatori, sono stati uccisi dai parenti delle vittime a colpi d’arma da fuoco.
  • 2 marzo: il Fronte per la Libertà ha affermato che i suoi membri hanno attaccato un avamposto talebano nella zona di Tahia-e Maskan, a nord di Kabul, sostenendo che nell’attacco sono stati uccisi alcuni membri talebani e che altri due sono rimasti feriti. In una precedente dichiarazione, il Fronte di Resistenza aveva affermato di aver ucciso un membro dei talebani e di averne feriti altri tre in un attacco avvenuto il giorno prima nel distretto di Farkhar, nella provincia nordorientale di Takhar.
  • 18 marzo: cinque donne e tre bambini vengono uccisi durante due attacchi aerei pakistani nelle province di Khost e Paktika in seguito alle accuse secondo cui dall’Afghanistan sarebbero partiti attacchi contro il Pakistan. In risposta, i talebani aprono il fuoco sulle truppe pakistane al confine.
  • 21 marzo: un attentato suicida, rivendicato dall’Isis-K, all’interno di una banca a Kandahar uccide 27 persone e ne ferisce oltre 50.
  • 23 marzo: Hibatullah Akhundzada, “leader supremo” dei talebani, ha annunciato alla radio afghana la reintroduzione della lapidazione, anche in pubblico, per le donne accusate di adulterio.
  • 12-14 aprile: almeno 33 persone vengono uccise e altre 27 ferite in inondazioni improvvise causate da forti piogge in 20 province.
  • 17 aprile – I Talebani ordinano la sospensione dei canali televisivi Noor TV e Barya TV con l’accusa di non aver “considerato i valori nazionali e islamici”.
  • 20 aprile: una persona viene uccisa e altre tre rimangono ferite in un attentato, con una bomba piazzata sotto un minibus, in un quartiere a maggioranza Hazara di Kabul. L’attentato è rivendicato da Isis-K.
  • 29 aprile: sei persone vengono uccise dopo che un uomo armato ha aperto il fuoco all’interno di una moschea sciita nel distretto di Guzara, nella provincia di Herat.
  • 3 maggio: forti proteste dei residenti del villaggio di Qarloq nel distretto di Darayim; Alcuni manifestanti hanno chiesto la “cacciata” dei talebani dalle loro zone. Almeno una persona è stata uccisa e diverse altre sono rimaste ferite quando i talebani hanno aperto il fuoco sui residenti. La portata di queste proteste si è estesa al distretto di Argo, nel Badakhshan, dove il giorno successivo decine di persone si sono radunate per protestare contro i talebani, scandendo slogan anti-talebani.
  • 7 maggio: un rapporto dell’United States Institute of Peace (USIP) rivela una minaccia crescente da parte dell’ISIS-K con capacità più ampie rispetto a prima del ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan. Il Senior Study Group on Counterterrorism in Afghanistan and Pakistan ha valutato che l’ISIS-K ora “rappresenta una minaccia crescente con una portata che va oltre la regione immediata, maggiore rispetto al periodo precedente al ritiro”. Il rapporto mette in guardia dalle implicazioni regionali più ampie delle attività terroristiche incontrollate in Afghanistan, in particolare per quanto riguarda l’India.
  • 8 maggio: una motobomba uccide tre membri del personale di sicurezza talebani a Faizabad, nella provincia di Badakhshan. L’attentato è rivendicato da Isis-K.
  • 9 maggio: nella provincia di Nangarhar, durante la manifestazione dei residenti contro la demolizione delle loro case, tre civili sono stati uccisi e altri cinque sono rimasti feriti quando i talebani hanno sparato per disperdere i dimostranti. L’incidente è avvenuto mentre i residenti stavano manifestando. Durante le proteste, alcuni residenti di Nangarhar hanno bloccato per due ore l’autostrada Jalalabad-Torkham per protesta.
  • 10 maggio – 25 maggio: 21 distretti nel Nord-Est dell’Afghanistan vengono colpiti da devastanti alluvioni. Save the Children fa sapere che, nella sola provincia di Baghlan, la più colpita, 40mila bambini sono rimasti senza casa. Il bilancio dei morti è di oltre 300 persone, secondo le stime del Programma alimentare mondiale (Wfp) delle Nazioni unite, tra cui si contano almeno 51 bambini, ha aggiunto l’Unicef. 80mila circa le persone colpite; ponti, strade, scuole e ospedali sono crollati; i servizi sanitari sono stati sospesi in almeno 11 cliniche delle province di Baghlan e Takhar. Dilagano gravi malattie come polmoniti e diarrea tra i bambini, a causa dell’assenza di acqua potabile. Un disastro aggravato da decenni di guerra e dall’incapacità del governo talebano di far fronte alle emergenze climatiche. Le vittime delle inondazioni a Baghlan hanno criticato i talebani per aver trascurato la loro situazione e non aver risposto adeguatamente alle loro esigenze. I residenti hanno riferito che gli sforzi di salvataggio dei talebani sono stati insufficienti, lasciando soli gli abitanti del villaggio nelle operazioni di salvataggio di che erano rimasti intrappolati dalle inondazioni.
  • 17 maggio: sei persone, tra cui tre cittadini spagnoli, vengono uccise e altre sette rimangono ferite in un attacco a fuoco a Bamiyan. L’attentato è rivendicato da Isis-K.
  • 21 maggio: la Turkish Airlines riprende i voli per l’Afghanistan per la prima volta dalla presa del potere dei talebani nel 2021.
  • 3 giugno: il Kazakhistan ha rimosso i talebani dalla lista delle organizzaizoni terroristiche.
  • 4 giugno: un gruppo di manifestanti afghane ha pubblicato una risoluzione di dieci articoli che chiede il boicottaggio della partecipazione dei talebani al prossimo incontro di Doha e la fine dell’impegno globale con i talebani. Rivolgendosi alle Nazioni Unite, hanno sottolineato la necessità di includere nella riunione “figure non talebane” e rappresentanti di “fronti anti-talebani”. In rappresentanza dell’“Afghan Women’s Political Participation Network”, le donne hanno affermato che la nomina del rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan dovrebbe “essere in linea con gli standard e le richieste del popolo afghano, in particolare delle donne”. Durante l’incontro di Doha hanno sollecitato il riconoscimento dell’“apartheid di genere” in Afghanistan e hanno chiesto la difesa dei diritti delle donne nel Paese.
  • 14 giugno: i talebani hanno frustato quasi 150 persone, tra cui 14 donne, in varie province negli ultimi 44 giorni, secondo i dati raccolti da Amu TV. La provincia di Sar-e Pul ha registrato il numero più alto di incidenti, seguita da Kandahar, Paktika, Ghazni, Nimroz, Ghor, Kunduz, Badakhshan, Khost, Bamyan, Kabul, Paktia, Parwan, Kapisa, Panjshir e Jawzjan. Le critiche pubbliche alle misure repressive dei talebani stanno crescendo. Molti afghani vedono queste punizioni come una continuazione della brutalità storica dei talebani. “I talebani di oggi non sono diversi dai talebani del passato. Erano soliti frustare le persone allora, e stanno facendo lo stesso ora. Il mondo non dovrebbe rimanere in silenzio nei confronti dei talebani”, ha affermato un residente di Kabul.
  • 30 giugno – 1 luglio: si tiene la III Conferenza di Doha, organizzata dall’Onu per normalizzare i rapporti con il governo de facto dell’Afghanistan e riaprire ufficialmente le relazioni economiche e politiche con le economie occidentali, che in realtà non si erano mai interrotte per alcuni paesi come Cina, India, Asia centrale, Russia, Iran. La novità è stata la partecipazione diretta dei talebani, che nelle due precedenti Conferenze di Doha non avevano accettato di partecipare, grazie all’accoglimento delle loro condizioni, finora sempre escluse, che hanno imposto di invitare solo loro come rappresentanti del popolo afghano (escludendo le donne e le organizzazioni per i diritti umani) e di non affrontare il problema dell’oppressione e dell’esclusione sistematica delle donne dall’istruzione e dalla società. Per approfondire leggi Doha 3: la “prima volta” dei talebani.
  • 8 luglio: almeno 217 persone, tra cui 180 membri dei talebani, sono state uccise e altre 212 sono rimaste ferite in attentati nel paese negli ultimi tre mesi, secondo un rapporto di Afghanistan Security Watch. Il rapporto dell’organismo di controllo ha elencato dettagliatamente 94 attacchi alla sicurezza registrati in 18 province durante questo periodo; Kabul ha registrato il numero più alto di incidenti, 47, seguita da Herat con 11, Baghlan con nove e Takhar con cinque; il Fronte della Resistenza ha rivendicato 57 attacchi, il Fronte della Libertà 19 e il gruppo Isis-K 6, mentre nove attacchi sono stati attribuiti a entità ignote. Il rapporto aggiunge che molti di questi attacchi hanno preso di mira le forze talebane, provocando la morte di 180 membri talebani e il ferimento di altri 168.
  • 10 luglio:
    • il Pakistan ha annunciato una proroga di un anno per i rifugiati afghani registrati, attenuando i timori di un rimpatrio immediato in Afghanistan. Il governo pakistano aveva già annunciato nell’ottobre dell’anno scorso il rimpatrio di tutti i migranti irregolari, adducendo motivi di sicurezza. Il rimpatrio degli afghani senza documenti è iniziato il 1° novembre, con i funzionari che ora segnalano che fino a 500.000 sono stati rimpatriati. Inizialmente, le autorità hanno dichiarato che c’erano circa 1,7 milioni di afghani senza documenti, la maggior parte dei quali risiedeva in Pakistan da 40 anni. “Il gabinetto federale ha approvato un’estensione di un anno della validità delle carte PoR (Proof of Registration) per 1,45 milioni di rifugiati afghani. Le loro carte PoR erano scadute il 30 giugno 2024. L’estensione è stata concessa fino al 30 giugno 2025”, ha affermato una dichiarazione dell’ufficio del Primo Ministro. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in Pakistan vivono ancora circa 1,3 milioni di afghani registrati.
    • i talebani hanno frustato due individui con l’accusa di “falsificazione di documenti” nella provincia meridionale di Kandahar. Nelle ultime due settimane, i talebani hanno pubblicamente frustato almeno 38 persone in diverse province. Da quando hanno preso il potere in Afghanistan, i talebani hanno applicato punizioni corporali a centinaia di persone, comprese le esecuzioni.
  • 15 luglio – Almeno 40 persone muoiono a causa di una tempesta nella provincia di Nangarhar.
  • 30 luglio – I talebani sospendono le relazioni con 14 missioni diplomatiche afghane all’estero e annunciano che non accetteranno più documenti consolari emessi da queste missioni.
  • 5 agosto – I talebani consentono agli stranieri all’interno del paese con visti emessi dal precedente governo di rimanere, mentre coloro che hanno visti ma si trovano fuori dall’Afghanistan non potranno entrare senza documenti emessi da una missione diplomatica approvata dai talebani.
  • 11 agosto – Almeno una persona viene uccisa e altre undici rimangono ferite in un’esplosione di IED a Dasht-e-Barchi, Kabul, rivendicata dallo Stato Islamico.
  • 13 agosto – Tre civili afghani vengono uccisi durante scontri tra i talebani e le forze pakistane al valico di frontiera di Torkham.
  • 17 agosto – Il primo ministro uzbeko Abdulla Aripov diventa il più alto funzionario straniero a visitare l’Afghanistan dall’ascesa al potere dei talebani nel 2021.
  • 20 agosto
    • I talebani vietano l’ingresso nel paese al relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, accusandolo di diffondere “propaganda”.
    • Il ministero per la virtù dei talebani licenzia 281 membri delle forze di sicurezza per non aver fatto crescere la barba e annuncia di aver distrutto 21.328 strumenti musicali nell’ultimo anno, impedendo anche a migliaia di operatori informatici di vendere film “immorali e non etici” nei mercati.
  • 21 agosto – I talebani emanano nuove leggi sulla moralità e la virtù, limitando gravemente i diritti delle donne.
  • 29 agosto – I talebani vietano le arti marziali miste, dichiarando che sono troppo violente e presentano un rischio di morte, oltre a essere incompatibili con la legge islamica.
  • 2 settembre – Sei persone vengono uccise e altre 13 ferite in un attentato suicida nel quartiere di Qala Bakhtiar a Kabul. Lo Stato Islamico rivendica l’attacco il giorno seguente.
  • 12 settembre – Quindici hazara vengono uccisi e altri sei feriti in un attacco armato nella provincia di Daykundi. Lo Stato Islamico rivendica l’attacco.
  • 16 settembre – Le Nazioni Unite annunciano la sospensione del programma di vaccinazione contro la poliomielite nel paese a causa dei talebani.
  • 17 settembre – I talebani annunciano la riapertura dell’ambasciata afghana a Mascate, in Oman.
  • 22 settembre – L’Iran convoca il capo ad interim dell’ambasciata afghana dopo aver affermato che un funzionario afghano in visita non ha mostrato rispetto per l’inno nazionale del paese rimanendo seduto durante la sua esecuzione, pochi giorni dopo un episodio simile avvenuto in Pakistan. Il delegato afghano si scusa, sostenendo che ciò è avvenuto perché la performance pubblica di musica è vietata dai talebani.
  • 27 settembre – L’ambasciata afghana a Londra chiude in seguito a una “richiesta ufficiale” dell’Ufficio per gli Affari Esteri, del Commonwealth e dello Sviluppo del Regno Unito, secondo l’ambasciatore Zalmai Rassoul. Tuttavia, il FCO afferma che la decisione di chiudere l’ambasciata è stata presa dallo “Stato dell’Afghanistan”.
  • 23 ottobre – Undici persone rimangono ferite in un’esplosione in un mercato nel quartiere del Cinema Pamir a Kabul.
  • 24 ottobre – La provincia di Helmand impone un divieto sulla trasmissione, ripresa e creazione di immagini di esseri viventi.
  • 23 novembre: Unama ha condannato l’attacco armato a un santuario sufi nel distretto di Nahrin, nella provincia di Baghlan, secondo quanto riportato da Afghanistan International. Il SATP aveva precedentemente riferito che il 22 novembre almeno 10 civili erano stati uccisi a colpi d’arma da fuoco mentre eseguivano lo “zikar” (un rituale nelle prime ore del mattino) presso il santuario di Syed Badshah Agha.
  • 2 dicembre: Mullah Hibatullah Akhundzada ha emanato una nuova direttiva che impedisce alle donne di frequentare istituti medici e semi-professionali, di fatto tagliando fuori una delle ultime vie di accesso all’istruzione superiore a disposizione delle donne nel paese.
  • 5 dicembre: i talebani chiudono Arezo TV per aver trasmesso contenuti “volgari” e per aver collaborato con organi di stampa esteri.
  • 11 dicembre: Khalil Haqqani, Ministro per i Rifugiati e il Rimpatrio sotto il regime talebano, viene ucciso insieme ad altre due persone in un attentato suicida presso la sede del ministero a Kabul.
  • 23 dicembre: l’Arabia Saudita riapre la sua ambasciata a Kabul per la prima volta dalla presa del potere da parte dei talebani nel 2021.
  • 24 dicembre: almeno 46 persone vengono uccise in seguito agli attacchi aerei pakistani nella provincia di Paktika.
  • 28 dicembre: i talebani affermano di aver lanciato attacchi contro molteplici obiettivi in ​​Pakistan in rappresaglia per gli attacchi aerei nella provincia di Paktika.

2023

  • 1° gennaio: un attentato all’aeroporto di Kabul provoca un numero imprecisato di vittime
  • 11 gennaio: un attentatore suicida dell’ISIS-K uccide almeno 20 persone a Kabul.
  • 9 marzo: tre persone, tra cui Mohammad Dawood Muzamil, il governatore nominato dai talebani della provincia di Balkh, vengono uccise da un’esplosione nel suo ufficio.
  • 27 marzo: sei persone vengono uccise e molte altre ferite quando un attentatore suicida si fa esplodere nei pressi della sede del Ministero degli Affari Esteri a Kabul.
  • 4 aprile: i talebani vietano alle donne afghane di lavorare per le Nazioni Unite e i relativi fondi, programmi e agenzie.
  • 29 aprile: nonostante l’evidente pericolo e sfidando le forze di sicurezza talebane, a Kabul si svolge una manifestazione spontanea di un gruppo di donne che chiedono alla comunità internazionale di non riconoscere il governo dei talebani. L’iniziativa arriva in vista dell’incontro internazionale sull’Afghanistan convocato dalle Nazioni Unite a Doha.
  • 4 maggio: si chiude la conferenza ONU a Doha preceduta dalle forti polemiche scatenate dalle precedenti dichiarazioni della vice-segretaria, Amina Mohammed, che aveva accennato alla necessità di fare «piccoli passi» per un dialogo politico con i Talebani. Antonio Guterres ha riportato le conclusioni: nessun riconoscimento dell’Emirato, denuncia delle politiche discriminatorie, ma “non possiamo disimpegnarci”. Quindi l’ONU continuerà a lavorare in Afghanistan anche se il Consiglio di sicurezza è spaccato sullo stesso mandato di Unama, la missione Onu a Kabul (il cui termine è attualmente fissato al 17 marzo 2024), come sono divise tra loro le diverse agenzie ONU dopo che i talebani, ad aprile, hanno vietato alle donne afghane di lavorare per loro.
  • 8 giugno: muoiono 15 persone e sono oltre 50 i feriti in un attentato in una moschea di Faizabad, nel nord dell’Afghanistan, durante la celebrazione dei funerali del vicegovernatore della provincia di Badakhshan, il talebano Mawlawi Nisar Ahmad Ahmadi, ucciso in un attentato il 6 giugno.
  • 7 ottobre – Il Pakistan annuncia che, entro il 31 ottobre 2023, tutti gli stranieri irregolari, privi di documenti certificati dalle autorità dovranno lasciare il paese. Anche se l’annuncio riguarda tutti i cittadini stranieri, la misura colpisce principalmente gli afghani, circa 1 milione e 700mila rifugiati che, spesso, vivono in Pakistan da decenni o vi sono addirittura nati. Un numero alimentati anche dagli oltre 700mila che sarebbero arrivati nel paese dopo il ritorno al potere dei talebani.
  • 7 e 15 ottobre: tre forti terremoti di magnitudo 6.8 hanno squassato l’Afghanistan. L’epicentro è stato localizzato a 30 km a nord-est del distretto di Zinda Jan, nella provincia di Herat che conta poco meno di due milioni di abitanti. Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dello scorso dicembre, i terremoti hanno impattato circa 275.000 persone, in distretti dove il 23% della popolazione è composto da bambini di età inferiore ai 5 anni; anche se avere dati affidabili non è facile, il sisma dovrebbe avere provocato la morte di circa 1.500 afghani e il ferimento di oltre 2.100. Gravissimo l’impatto sulle infrastrutture con centinaia di abitazioni distrutte, danni a una rete idrica già fortemente compromessa e a circa 40 strutture sanitarie.
  • 29 dicembre: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato quasi all’unanimità una delibera che darà l’avvio a un nuovo corso nei rapporti del mondo con l’Afghanistan dei Talebani il cui obiettivo è “un Afghanistan in pace con se stesso e con i suoi vicini, pienamente reintegrato nella comunità internazionale e che onori i suoi obblighi internazionali”. Un provvedimento che cambia la strategia finora adottata dall’ONU e confermata nella Conferenza di Doha dello scorso maggio che stabiliva di non trattare direttamente con i Talebani finché non avessero riconosciuto i diritti alle donne.

2022

  • Marzo: è definitivamente vietato l’accesso alle donne alla scuola secondaria.
  • 7 maggio: alle donne viene ordinato di coprirsi integralmente, visi compresi, in pubblico, e, in genere, di starsene a casa. È inoltre loro vietato di compiere viaggi interurbani senza essere accompagnate da un uomo.
  • Novembre: alle donne è vietato l’ingresso in parchi, luna park, palestre e bagni pubblici.
  • 7 dicembre: riprendono esecuzioni e fustigazioni pubbliche.
  • 20 dicembre: alle donne è vietato l’accesso all’università.
  • 24 dicembre: è vietato alle ONG di impiegare personale femminile.

2021

  • 1° maggio: ha inizio l’offensiva dei talebani che li porta a controllare, nei giro di 3 mesi, 223 distretti contro i 73 pre-offensiva.
  • 2 luglio: Germania e Italia ritirano le loro truppe. Le truppe USA lasciano l’aeroporto di Bagram, consegnandolo alle forze armate afghane.
  • 6 agosto: i talebani lanciano l’assalto alle principali città dove le forze dell’esercito afghano si arrendono senza combattere.
  • 13 agosto: i talebani prendono Herat, Kandahar e Lashkargah.
  • 15 agosto: Ashraf Ghani fugge dal Paese e Kabul viene conquistata dai talebani.
  • 6 settembre: viene conquistata la provincia del Panjshir; i talebani dichiarano il controllo territoriale su tutto il Paese e reinstaurano l’Emirato Islamico dell’Afghanistan.
  • 12 settembre: i talebani annunciano che le donne possono frequentare le università solo utilizzando ingressi e aule separate; gli studenti e le studentesse possono avere insegnanti solo del proprio sesso o uomini anziani.

2020

  • 18 febbraio: a distanza di quasi 6 mesi dalle elezioni, Ashraf Ghani viene formalmente dichiarato vincitore e quindi presidente; Abdullah Abdullah contesta i risultati e annuncia la formazione di un proprio governo.
  • 29 febbraio: viene siglato l’Accordo di Doha tra USA e talebani che chiude formalmente il conflitto armato e prevede il totale ritiro dal paese delle forze NATO entro il 31 agosto 2021; parti degli accordi vengono secretate. Contestualmente viene siglato a Kabul un accordo diplomatico con il governo che serve solo a rassicurare Ghani.
  • 12 settembre: i talebani incominciano a negoziare a Doha con i rappresentanti del fronte “repubblicano” di Kabul che comprende un’ampia schiera di attori politici, legati ai precedenti governi e a varie fazioni fondamentaliste.

2019

  • Febbraio: a Mosca incontro infra-afgano tra i talebani e altre figure afgane, fra cui Karzai, ma non membri del governo di Ghani. Proseguono i colloqui tra americani e talebani.
  • UNAMA: il numero di morti e feriti civili nel primo trimestre del 2019 è paragonabile a quello dell’anno precedente, ma per la prima volta dal 2009 le morti civili attribuite a governo afghano, USA e forze internazionali hanno superato quelle attribuite ai talebani e all’ISIS-K.
  • 28 settembre: dopo innumerevoli rinvii, si tengono le elezioni presidenziali.

2014

  • Aprile e giugno: elezioni presidenziali. Il risultato viene contestato con l’accusa di brogli e a settembre una commissione elettorale indipendente dichiara nuovo presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani Ahmadzai. Sotto le pressioni internazionali, viene sancito un travagliato accordo per un governo di unità nazionale, nel quale lo sconfitto al ballottaggio, Abdullah Abdullah, è nominato primo ministro.

2015

  • L’Institute for the Study of War documenta la presenza dell’ISIS nel Paese, in particolare nelle zone al confine con il Pakistan.
  • UNAMA: 3.545 morti e 7.457 feriti civili causati da scontri e bombe nel conflitto tra signori della guerra, talebani, esercito e polizia afghani e forze NATO.
  • La FAO dichiara che il 70% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.

2016

  • Continuano gli attentati dei talebani e dell’ISIS e gli scontri diretti tra forze USA/forze armate afghane e talebani/ISIS.
  • 22 settembre: dopo un negoziato di due anni sotto l’egida del “Comitato quadrilaterale”, Afghanistan-Pakistan-Cina-USA, il governo afghano firma accordi di pace con il movimento armato Hezb-e-Islami di Hekmatyar, responsabile di crimini contro l’umanità.

2017

  • Il paese è sempre più instabile con quotidiani attentati e scontri armati.

2018

  • Luglio: ufficiali americani iniziano colloqui segreti con i talebani presso il loro ufficio politico di Doha.
  • UNAMA: morti e feriti civili sono aumentati rispettivamente del 5% e del 11% rispetto al 2017.
  • Transparency International: l’Afghanistan è al 172 posto (su 180) dei paesi più corrotti al mondo.

2010

  • 16 marzo: viene varata una legge che prevede l’amnistia per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti dell’uomo compiuti prima del 2001.
  • 18 settembre: terze elezioni parlamentari. Ottengono la maggioranza dei seggi tre partiti fondamentalisti che erano stati protagonisti della guerra fazionale 1992-1996, guidati rispettivamente dai signori della guerra Rabbani, Mohaqiq e Dostum.

2009

  • I talebani controllano tre quarti del paese e sono ormai alle porte di Kabul. Si moltiplicano gli attentati, in cui perdono la vita soprattutto civili innocenti. Viene convertito in legge un decreto che legalizza la discriminazione contro le donne sciite.
  • 20 agosto: si tengono le seconde elezioni presidenziali. Dopo alterne vicende e accuse di brogli, la presidenza viene confermata a Hamid Karzai.

2007

  • La NATO estende di altri 12 mesi il mandato ISAF. Continuano le violenze, il Paese non vede segnali tangibili di ricostruzione. Il Parlamento emana la Legge sulla riconciliazione nazionale, l’amnistia generale e la stabilità nazionale, che garantisce la completa impunità ai responsabili di atroci crimini.
  • 21 maggio: Malalai Joya viene illegalmente sospesa dalla carica di deputata.

2005

  • 18 settembre: si tengono le prime elezioni parlamentari. Viene eletto un Parlamento formato per la maggior parte dai leader di fazioni fondamentaliste responsabili di crimini di guerra. L’attivista Malalai Joya viene eletta con migliaia di voti.
  • Si intensificano gli atti della resistenza talebana. La NATO espande la presenza dell’ISAF nell’ovest del Paese.

2004

  • 25 gennaio: il presidente Karzai promulga il testo della nuova Costituzione, che sancisce l’uguaglianza tra uomo e donna “davanti alla legge” (art. 22). Il testo costituzionale afferma però che “nessuna legge potrà essere contraria ai princìpi e ai precetti della sacra religione dell’Islam in Afghanistan” (art. 3).
  • 9 ottobre: si tengono le prime elezioni presidenziali che confermano Karzai alla guida del paese.
  • Il paese è leader mondiale nella produzione di oppio.
  • Viene fondato il Partito afgano della solidarietà, Hambastagi, di ispirazione laica e democratica, che apertamente denuncia la corruzione e i crimini dei principali esponenti del governo e della politica afghana.

2003

  • Kabul è ancora sotto il controllo del governo solo grazie alla presenza di un contingente militare internazionale (ISAF), ma il resto del Paese è già attraversato da lotte di potere e attentati.
  • 17 dicembre: Malalai Joya, giovane operatrice sociale della provincia di Farah, prende la parola alla Loya Jirga, denunciando la presenza di signori della guerra responsabili della distruzione del Paese.

2002

  • 8 marzo: prima celebrazione della Giornata internazionale della donna a Kabul.
  • Giugno: la Loya Jirga, assemblea generale dei capi tribù, indetta dopo gli accordi di Bonn, elegge Hamid Karzai alla guida del governo di transizione formato dai signori della guerra che hanno devastato il paese negli anni della guerra civile.

2001

  • Marzo: a Bamiyan i talebani fanno saltare le grandi statue di Buddha.
  • 9 settembre: Ahmad Shah Massud, capo dell’Alleanza del Nord, viene assassinato in un attentato di al Qaeda.
  • 11 settembre: al Qaeda dirotta quattro aerei negli USA, distruggendo il World Trade Center a New York e colpendo il Pentagono.
  • 7 ottobre: gli USA si pongono alla guida di un’ampia coalizione e lanciano un attacco contro i talebani, appoggiando le forze dei fondamentalisti dell’Alleanza del Nord. I talebani vengono cacciati da Kabul in poche settimane.
  • 5 dicembre: nella Conferenza di Bonn, quattro delegazioni afghane siglano, sotto l’egida dell’ONU, un accordo per la ricostruzione di uno Stato rappresentativo. Hamid Karzai viene nominato presidente ad interim dell’Afghanistan.

1996

  • I talebani conquistano Kabul e instaurano un regime oscurantista, basato sulla sharia, che nega ogni diritto alle donne. Osama bin Laden organizza campi di al Qaeda in Afghanistan.

1995

  • I talebani conquistano Herat e Kandahar.

1994

  • La guerra civile riduce Kabul in rovine. In Pakistan si formano i primi gruppi di talebani.

1993

  • La guerra civile tra i signori della guerra Burhanuddin Rabbani, Abdul Rashid Dostum e Gulbuddin Hekmatyar provoca decine di migliaia di vittime.

1992

  • Aprile: i mujaheddin prendono Kabul e spodestano Najibullah.

1989

  • Febbraio: le truppe sovietiche si ritirano dall’Afghanistan, lasciando al potere il regime fantoccio di Najibullah contro il quale i mujaheddin continuano a combattere.

1987

  • I mujaheddin ottengono importanti vittorie.

1982

  • Osama bin Laden si trasferisce in Pakistan.

1980

  • I mujaheddin, gruppi anticomunisti e ribelli islamici, cominciano la lotta di resistenza contro gli occupanti sovietici. Massicce manifestazioni studentesche antisovietiche a Kabul.

1979

  • Febbraio: l’ambasciatore degli USA è rapito e ucciso. Il nuovo regime firma accordi con l’URSS. Due presidenti afghani vengono uccisi l’uno dopo l’altro.
  • Dicembre: le truppe sovietiche invadono l’Afghanistan.

1978

  • Aprile: il PDPA compie un colpo di stato e uccide Daud. Migliaia di intellettuali e democratici afghani vengono incarcerati o uccisi.

1977

  • L’attivista Meena Keshwar Kamal fonda RAWA.

1973

  • Re Zahir è spodestato da Daud e da membri del PDPA. La monarchia viene abolita. Daud si proclama presidente.

1965

  • Prime elezioni nazionali. Votano gli uomini e le donne. Nasce il Partito democratico del popolo afghano (PDPA), filosovietico.

1964

  • Viene varata una nuova Costituzione democratica che sancisce il voto per le donne.

1963

  • Re Zahir rimuove il primo ministro Daud.

1959

  • Daud e altri ministri appaiono in pubblico con le loro mogli senza velo. Portare il velo diventa facoltativo. L’università di Kabul apre alle donne. Le donne entrano nel mondo del lavoro e nelle istituzioni.

1955

  • Daud si rivolge all’URSS per chiedere appoggi e aiuti.

1953

  • Il principe Mohammed Daud diventa primo ministro dell’Afghanistan sotto re Zahir, suo cugino.

1947

  • La Gran Bretagna si ritira dall’India: separazione del Pakistan dall’India.

1933-1973

  • Regno di Mohammed Zahir, sovrano aperto al mondo occidentale.

1921

  • Terza guerra anglo-afghana. L’Afghanistan ottiene la piena indipendenza. Re Amanullah avvia la modernizzazione sociale e politica del paese. L’istruzione delle donne riceve particolare attenzione.

1878-1880

  • Seconda guerra anglo-afghana, nella quale si distingue l’eroina afghana “Malalai of Maiwand”.

1839-1842

  • Prima guerra anglo-afghana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Talebani fanno affari mentre la povertà attanaglia la popolazione

Con un PIL pro capite nominale intorno ai 415 dollari, l’Afghanistan si posiziona 195° posto su 196 nella classifica delle economie mondiali, collocandosi quindi tra i più poveri del pianeta.

Sebbene l’economia afghana sia cresciuta di circa il 2,5% nel 2024 ha recuperato solo il 10% del PIL perso nel biennio 2021-2022 e “il ritmo di crescita rimane troppo modesto per tradursi in miglioramenti tangibili del tenore di vita. Povertà e disoccupazione rimangono diffuse e le famiglie continuano a subire una riduzione del potere d’acquisto”, scrive nel suo report la Banca Mondiale; ricordiamo che il PIL nominale nel 2023 era di 17,23 miliardi di dollari, un’inezia.

Su una popolazione di circa 45 milioni, nel 2024, 23,7 milioni hanno avuto bisogno di assistenza umanitaria e circa un terzo della popolazione, 14,8 milioni di persone, è risultato vivere in condizioni di insicurezza alimentare, con oltre 3,5 milioni sono bambini sotto i cinque anni e 1,2 milioni donne incinte o in allattamento affetti da malnutrizione acuta.

L’Afghanistan è ricchissimo di risorse naturali, molte delle quali sono ancora largamente inesplorate o sottosviluppate a causa di decenni di conflitti e instabilità. Secondo stime del governo afghano, del Pentagono e di studi geologici internazionali, il valore delle risorse minerarie del paese potrebbe superare i 3.000 miliardi di dollari: l’Afghanistan è considerato una delle più grandi potenziali fonti di litio al mondo, essenziale per batterie elettriche; è ricco di terre rare, usate in elettronica, armamenti e tecnologie verdi; il giacimento di rame di Mes Aynak (i cui diritti di estrazione sono stati ceduti alla Cina già nel 2007) è uno dei più grandi del mondo; e poi ancora ferro, bauxite, piombo, oro e altre pietre preziose e non mancano giacimenti di gas naturale e petrolio nonché miniere di carbone.

Ovviamente le risorse afghane attirano l’interesse di numerosi paesi.

E infatti alcuni paesi, come Cina, Russia e Kazakhistan hanno ormai intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti con i Talebani e gli affari tra gli esponenti del regime fondamentalista e questi paesi sono in crescita.

La Cina è il principale investitore estero in Afghanistan: il colosso cinese Capeic ha siglato un accordo per l’estrazione di petrolio nel bacino dell’Amu Darya, con un investimento iniziale di 150 milioni di dollari nel 2023, previsto aumentare a 540 milioni entro il 2026; la Fan China Afghan Mining Processing and Trading Company ha annunciato piani per investire 350 milioni di dollari in settori come la produzione di energia, la costruzione di una fabbrica di cemento e iniziative sanitarie; inoltre dal 1° dicembre 2024, la Cina ha eliminato i dazi per le merci importate dai paesi meno sviluppati con cui ha relazioni diplomatiche, incluso l’Afghanistan.

Ottimi i rapporti anche con la Russia, la cui Corte Suprema, ad aprile 2025, ha rimosso ufficialmente i Talebani dalle organizzazioni terroristiche: nel 2024, il commercio bilaterale tra Russia e Afghanistan ha raggiunto circa 300 milioni di dollari, con un focus su prodotti petroliferi, plastica e farina; in particolare, l’Afghanistan è diventato il principale importatore di farina russa, con acquisti per quasi 80 milioni di dollari, raddoppiando rispetto all’anno precedente. Del resto, la Russia mira a estendere il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) attraverso l’Afghanistan, collegandosi al Pakistan e all’Oceano Indiano; un progetto chiave in questo contesto è la costruzione della ferrovia trans-afghana, discussa tra il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo Sergei Shoigu e Abdul Ghani Baradar.

Per quanto riguarda il Kazakhistan, nell’aprile 2025 sono stati siglati accordi commerciali per 140 milioni di dollari riguardanti settori come agricoltura, tessile, logistica e farmaceutica, con l’obiettivo di raggiungere i 3 miliardi di dollari di scambi bilaterali nel breve termine.

Intanto, mentre i Talebani fanno affari, la povertà ha costretto la popolazione, soprattutto nelle aree rurali, a “misure drastiche” per procurarsi un sostentamento minimo, dalla vendita di oggetti domestici vitali all’avvio al lavoro dei bambini, al matrimonio di giovani ragazze e di bambine spose per la dote, fino alla vendita dei propri organi per i trapianti.

Ma se tutti soffrono, chi sta pagando la crisi economica e sociale in misura enormemente sproporzionata sono le donne, che in conseguenza delle regole sempre più costrittive dei loro diritti di movimento, di lavoro, umani e sociali hanno visto drasticamente ridotte le possibilità di lavorare fuori casa e di procurarsi il cibo per sé e per i figli, ricevere assistenza sanitaria o trovare risorse finanziarie. Il divieto di spostarsi senza un parente maschio che le accompagni, anche quando sono rimaste vedove o sono le uniche in famiglia a poter lavorare, le ha rese ancora più povere e ha trascinato i loro figli nel lavoro minorile più duro.

Anche le donne che erano riuscite a studiare e godevano di posizioni professionali hanno visto chiudersi tutti gli spazi. Le leggi restrittive dei Talebani hanno spazzato via quasi completamente quei lavori che nei vent’anni precedenti erano stati una faticosa conquista di una parte della popolazione femminile, quella che era riuscita a realizzare, o almeno sognare, un riscatto dalla posizione di subalternità e segregazione. Magistrate, giornaliste, mediche, infermiere, insegnanti… sono ora perseguitate e rinchiuse; le maglie del fondamentalismo talebano si sono strette sempre più intorno alle donne, comprese le operatrici delle ONG e dell’ONU cui è stato vietato il lavoro, rendendo così ancora più difficile il sostegno umanitario e l’accesso delle donne all’assistenza sanitaria.

Mentre il 14,7% delle donne afghane era impegnato in lavori formali nel 2021, in particolare nelle aree urbane e in alcuni settori (ad esempio, professioni assistenziali e media), la loro partecipazione alla forza lavoro è scesa al 5,2% nel 2023.

Il lavoro da casa è diventato la forma predominante di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, rendendole invisibili e sempre più vulnerabili. Tuttavia, la capacità di svolgere queste attività dipende spesso dall’approvazione dei parenti maschi e possono sorgere numerose altre sfide, tra cui l’accesso limitato ai materiali necessari e alle procedure di registrazione per le imprese formali. Senza contare le intimidazioni dei Talebani: il 23 febbraio 2025 a Sar-e-Pul, gli ispettori del cosiddetto Ministero Propagazione della Virtù e della Prevenzione del Vizio hanno condotto una perquisizione domiciliare per distruggere e confiscare prodotti di bellezza femminili provenienti da saloni di bellezza aperti da donne nelle loro case e non è un caso isolato.

Inoltre, alle restrizioni e ai divieti, si aggiunge, per le donne afghane,  la  mancanza di accesso ai finanziamenti per sostenere la creazione e l’attività imprenditoriale, una sfida di lunga data che molte hanno incontrato anche prima dell’agosto 2021: un’indagine del 2024 sulle piccole e medie imprese guidate da donne condotta dal Programma delle Nazioni Unite [49] per lo sviluppo (UNDP) mostra che le intervistate che hanno ottenuto prestiti più frequentemente lo hanno fatto da familiari (61%), amici (45%) e altre aziende (21%), con solo il 5% delle intervistate che ha indicato di aver ricevuto prestiti da istituzioni finanziarie formali.

Come dice una delle nostre compagne di RAWA, “Oggi in Afghanistan è una grandissima sfida anche essere semplicemente un essere umano”.