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I delitti contro le donne… non sono delitti

Per le donne in Afghanistan non c’è giustizia, c’è una mirata e ossessiva persecuzione di genere. Il Ministero della Giustizia e tutte le leggi che vigevano nel paese sono state smantellate, così come il Ministero degli Affari femminili e tutti i programmi di sostegno alle donne vittime di violenza. L’unica legge in vigore nel paese è la sharìa, secondo l’interpretazione estrema dei Talebani. Legge, declinata in innumerevoli divieti, sempre più numerosi, che escludono le donne dalla vita sociale e sospendono la vita stessa.

E se limitare i diritti delle donne e delle ragazze è il principale risultato previsto degli editti, diversi editti sono diretti agli uomini (per esempio, un dipendente pubblico rischia la sospensione dal lavoro se sua moglie o sua figlia non indossano “l’hijab adeguato”) contribuendo così ad aumentare il controllo sociale sulle donne.

I delitti contro le donne non hanno nemmeno la dignità di essere delitti, sono comportamenti, governati dalla sharia. Accettati. Accolti dentro la vita di ogni giorno. L’impunità è totale. La violenza domestica e sociale non è più reato. Non c’è più nessuna autorità alla quale appellarsi. Nelle corti talebane le decisioni, in ambito sia civile che penale, vengono prese dagli uomini in assenza delle donne. I codici cambiano e sono i Talebani a possederli. La giustizia è sprofondata nel fanatismo. Basta la sharia.

Chiedere un intervento della corte talebana, mette le donne a rischio di violenza e violenza sessuale: le donne che chiedono il divorzio o fuggono da situazioni domestiche violente sono le più colpite, poiché sono abitualmente costrette a tornare a relazioni violente. Gli esperti dell’ONU hanno sentito gli avvocati che gestiscono casi in cui donne che erano andate in tribunale chiedendo il divorzio sono state ammonite dal giudice con osservazioni del tipo “la tua mano non è rotta, la tua gamba non è rotta, perché vuoi il divorzio?”, “Ottieni prima il consenso di tuo marito” e categoricamente “non puoi divorziare”. Il ritorno forzato delle donne a partner violenti è stato ulteriormente esacerbato da un editto secondo cui qualsiasi caso di divorzio risolto durante l’era della Repubblica può essere rivisto da un giudice dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.

Le donne che lavoravano in ambito giuridico, avvocate, procuratrici, giudici, sono senza lavoro, vivono nascoste e minacciate per la loro passata attività a favore delle donne. Sono anche il bersaglio di uomini condannati per le violenze inflitte e liberati dai Talebani. Uomini che cercano tenacemente vendetta.

L’applicazione della giustizia talebana ha riportato alle cronache le punizioni corporali comminate in pubblico: dal 2021 oltre 1.000 persone, tra cui oltre 200 donne, sono state fustigate in pubblico; nei primi tre mesi del 2025, l’UNAMA ha documentato punizioni corporali giudiziarie contro almeno 180 individui (142 uomini, 35 donne e tre ragazze).

Dopo la presa di potere nel 2021, i Talebani hanno effettuato arresti arbitrari su vasta scala, colpendo attivisti, giornalisti, ex funzionari governativi e manifestanti pacifici. Molti detenuti sono stati imprigionati senza processo o con accuse vaghe, spesso legate a presunte violazioni delle norme morali o religiose.

Le carceri afghane sono sovraffollate e mancano di servizi essenziali. I detenuti affrontano condizioni igieniche precarie, accesso limitato a cure mediche e alimentazione insufficiente. Pul-e-Charkhi, la principale prigione di Kabul, è nota per le sue condizioni brutali.

Le donne incarcerate affrontano abusi particolarmente gravi: secondo il Relatore Speciale delle Nazioni Unite, ci sono testimonianze credibili di molestie sessuali e stupri nelle prigioni talebane, oltre alle torture di vario tipo applicate ai detenuti uomini come essere appesi per i piedi, mettere sacchetti di plastica sulla testa e sul viso, fustigazioni, mettere la canna di un kalashnikov vicino alle orecchie con la minaccia di morte.

Tra i reati che portano all’affollamento delle carceri ce n’è uno particolarmente odioso in un paese dove l’insicurezza alimentare riguarda il 75% della popolazione: nel 2024 sono state introdotte severe leggi anti-mendicità che hanno portato all’arresto di quasi 60.000 persone a Kabul. Le donne arrestate per mendicità denunciano stupri, percosse e lavori forzati durante la detenzione e alcuni bambini detenuti con le madri sono stati picchiati a morte.

Chi ancora combatte per la giustizia delle donne

Nell’oscuro vuoto nel quale il paese è precipitato, dove la giustizia per le donne si è sbriciolata e se ne nega perfino l’esistenza, ci sono donne che mantengono vive piccole luci di protezione.

Organizzazioni di donne coraggiose come RAWA, HAWCA, OPAWC, continuano a cercare di difendere le donne, schivando, come possono, i divieti e le sanzioni talebane. Scuole segrete, dove ancora si parla di diritti e di giustizia per le donne, dove si trovano conforto e aiuto, piccoli appartamenti nascosti e sicuri dove le donne a rischio possono rifugiarsi, dopo la chiusura degli shelter, e cercare di vivere una vita protetta, nell’ombra.  È proprio nell’ombra, dove le donne si nascondono, che si coltiva la speranza.


Com’era prima: la giustizia nei 20 anni di occupazione USA/NATO

La violenza strutturale contro le donne non è stata intaccata nel corso degli ultimi 20 anni, nonostante la propaganda. Le opportunità c’erano, ma non per tutte. A fronte di alcune donne che riuscivano ad affermare la propria autonomia e a percorrere la propria strada professionale, spesso con gravi rischi (attacchi alle scuole e alle studentesse, omicidi mirati dei Talebani alle donne professionalmente attive, minacce e intimidazioni), il resto del mondo delle donne afghane soffocava nel silenzio e nella quotidiana violenza che raggiungeva l’87% delle donne.

La giustizia per i reati commessi contro di loro restava una chimera ma esistevano fondamentali strutture di sostegno per le donne: Centri di Aiuto Legale, con assistenza legale, medica e psicologica, Case Protette, Ministero degli Affari Femminili, associazioni e Ong molto attive. L’impunità per i delitti contro le donne è rimasta comunque molto alta in tutto questo periodo.

Le leggi in vigore 2001/2021

Eppure, le leggi buone c’erano. Il sistema giudiziario era stato riformato proprio dagli italiani Eccole.

Ratificata nel 2003, la CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne).

Nel 2004 la Costituzione prevede l’Articolo 22: “I cittadini afghani, sia uomini che donne, hanno gli stessi diritti di fronte alla legge.” L’efficacia di questo articolo è però indebolita dall’Articolo n. 3: “Nessuna legge può essere contraria ai principi e alle disposizioni della sacra religione dell’Islam”, la sharia dunque è fondamento del diritto e non può essere ignorata in alcun caso.

Nel 2009 la legge EVAW (Eliminazione della violenza contro le donne, trasformata in legge da Karzai ma mai ratificata dal Parlamento) prevede sanzioni penali per i colpevoli di 17 forme diverse di violenza e criminalizza le tradizioni dannose, ba’d (bambine date in spose per riparare un torto) e badal (scambio di ragazze e bambine tra famiglie).

Solo il 5% dei casi è trattato con la procedura penale sotto la legge Evaw (Unama ’16); nell’80% dei casi funziona o la mediazione familiare o la Giustizia Parallela, sistema giuridico informale basato sulla sharìa e sulle leggi tribali tradizionali.

In pochi si rivolgono alla Giustizia governativa per gli alti costi della corruzione.

Purtroppo, le buone leggi, nei 20 anni di occupazione, sono state poco usate e molto ostacolate.

Le strutture del potere, che avrebbero dovuto applicarle, come il Parlamento o il Governo delle diverse province, erano saldamente in mano ai Signori della Guerra, potenti capi tribali, fondamentalisti feroci, che si erano macchiati di innumerevoli crimini di guerra oppure ai Talebani che continuavano a governare parte del paese. Proteggere le donne e condannare i colpevoli di violenza non era certo una loro priorità. Ostacolare i percorsi intrapresi per ottenere giustizia, era prassi comune nella quale venivano utilizzate minacce, intimidazioni, omicidi.

I sistemi giuridici. La difficile scelta delle avvocate

Come ci hanno spesso raccontato le avvocate che si battevano per i diritti delle donne, quando si è di fronte a una cliente in difficoltà, bisogna sostenere e coltivare il suo coraggio, ma rispettarne la paura. Difendere le donne e pretendere i loro diritti fondamentali era un’attività molto rischiosa per la cliente e per l’avvocata. Si potevano seguire percorsi legali diversi per cercare di ottenere giustizia, a seconda delle situazioni e dei rischi.

Processo Penale. Denunciare penalmente l’uomo violento sotto la legge Evaw, era una strada piena di ostacoli. Si prevedeva la condanna dell’aggressore, (che spesso scontava pene molto brevi perché era in grado di minacciare i giudici o corrompere le autorità) e diventava quindi più probabile la ritorsione violenta da parte dell’accusato e della sua famiglia.

Il processo civile alla Family Court. Non erano previste condanne né pene né denunce, il colpevole rimaneva impunito, ma si poteva ottenere almeno il divorzio, un prezioso pezzo di carta che sanciva la libertà della donna dal marito violento.

Mediazione Familiare. Era sempre il primo gradino, entrare nella famiglia, discutere, ottenere rassicurazioni e impegni positivi. Mettere sotto sorveglianza. Raramente efficace.

La Shura, Corte Tradizionale, Assemblea degli anziani e dei religiosi. Nella shura è in vigore la sharìa e le decisioni raramente sono a favore della donna. Ma, a volte, era l’unica strada e poteva sancire una separazione dal marito violento.

Cancellare la cultura anche per minare coesione sociale e identità

La cultura afghana è straordinariamente ricca e variegata, con radici profonde nella storia antica e fioriture artistiche notevoli nel corso dei secoli. Una cultura che il regime talebano – sia negli anni ‘90 sia dal ritorno al potere nel 2021 – ha fortemente represso fino a cancellare la maggior parte delle espressioni culturali.

Partiamo dalla letteratura. L’Afghanistan ha una tradizione letteraria antica di millenni. Fa parte dell’area culturale persiana, quindi molto della sua letteratura è in lingua dari (una variante del persiano), ma anche in pashtu, uzbeko e altre lingue locali. Uno dei più grandi poeti classici persiani, Rumi (Jalāl al-Dīn Muhammad Rūmī), nacque a Balkh, nell’attuale Afghanistan, anche se poi visse e morì in Anatolia. Altri poeti afghani noti includono Khoshal Khan Khattak (pashtu, XVII sec.) e Rahman Baba. Un’espressione artistica che non si limita certo all’antichità: nel XX secolo e fino agli anni ’70, la letteratura afghana fiorì con romanzi, racconti, poesie e giornalismo culturale dove erano comuni temi sociali, patriottici e filosofici; dopo il 2001, con la caduta del primo regime talebano, vi fu un nuovo fermento culturale, anche tra le donne scrittrici (come Homeira Qaderi, Spozhmai Zaryab).

I Talebani vietano ogni forma di espressione letteraria che non rispetti la loro rigida interpretazione dell’Islam. La censura colpisce testi critici o ritenuti “immorali”, tutto quello che riguarda l’educazione femminile (molte scrittrici sono fuggite o costrette al silenzio), le pubblicazioni moderne. Una direttiva del Ministero dell’Istruzione ha ordinato alle università private e agli istituti di istruzione superiore di tutto l’Afghanistan di eliminare dalle loro biblioteche i libri ritenuti “contraddittori con la giurisprudenza hanafita e che pongono sfide alla fede”. Nel mese di ottobre 2024 il cosiddetto Ministero dell’Informazione e della Cultura ha annunciato che la commissione incaricata di valutare i contenuti dei libri pubblicati, aveva individuato 400 nuovi titoli “in conflitto con i valori islamici e afghani, la maggior parte dei quali erano stati ritirati dai mercati”.

L’Afghanistan è stato un crocevia di civiltà, persiani, greci, buddisti, islamici, e quindi era particolarmente ricco nell’ambito delle arti visive e dell’architettura. La valle di Bamiyan, per esempio, ospitava le celebri statue dei Buddha, alte decine di metri, simboli dell’arte greco-buddista; decorazioni islamiche, miniature persiane, mosaici e calligrafia fiorirono nei secoli islamici. In epoca moderna artisti contemporanei come Shamsia Hassani, prima street artist donna dell’Afghanistan, hanno cercato di usare l’arte per denunciare guerra e repressione.

I Talebani proibiscono la rappresentazione di esseri umani e animali, l’arte astratta o politicamente impegnata, la street art. Hanno distrutto i Buddha di Bamiyan nel 2001, atto simbolico di cancellazione culturale. Molti artisti sono in esilio o costretti all’anonimato.

Ricca è anche la tradizione musicale afghana con strumenti come il rubab (strumento a corde), il tabla, la ghichak; canti popolari in dari, pashtu e altre lingue celebrano l’amore, la natura, la spiritualità; la musica classica afghana, influenzata dall’India e dalla Persia, ha prodotto musicisti famosi come Ustad Mohammad Omar. Dopo il 2001, c’è stato un vero e proprio boom di pop afghano, hip-hop, musica elettronica, anche con interpreti donne come Aryana Sayeed. La musica diventò anche mezzo di denuncia e rinascita culturale.

I Talebani vietano la musica, considerata haram (proibita) e durante entrambi i loro regimi strumenti musicali sono stati bruciati, scuole di musica chiuse, musicisti perseguitati o fuggiti all’estero, come è successo ai membri dell’Afghanistan National Institute of Music rifugiati in Portogallo o alla Zohra Orchestra, prima orchestra interamente femminile dell’Afghanistan, fondata nel 2015 e costretta all’esilio dalla presa di Kabul del 2021. Persino ascoltare musica in privato può portare a punizioni.

L’Afghanistan aveva una produzione cinematografica vivace negli anni ’60-’70. Dopo il 2001 nacquero nuovi registi come Siddiq Barmak (regista di Osama) e Shahrbanoo Sadat.

Oggi i Talebani vietano cinema, teatro e TV se non conformi alle loro regole. Gli attori rischiano l’arresto o la morte e tutta la produzione è sottoposta a censura o è completamente interrotta. Il 13 maggio 2025 i Talebani hanno sciolto l’Organizzazione Cinematografica Afghana, un tempo l’unico ente cinematografico statale del Paese, e ne hanno chiuso gli uffici. I Talebani non hanno rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale, ma il personale è stato informato che la struttura dell’istituzione è stata chiusa e le sue attività interrotte.

Gli scacchi sono stati parte della tradizione culturale e intellettuale nelle regioni afghane, anche se spesso praticati da classi colte o come passatempo in contesti urbani. Nel decennio precedente il ritorno dei Talebani era anche cresciuta la partecipazione femminile. A maggio 2025, il regime talebano ha vietato il gioco degli scacchi: il portavoce, Atal Mashwani, ha detto che ci sono “considerazioni religiose” che impediscono di giocare a scacchi; “Secondo la sharia – ha spiegato – gli scacchi sono un mezzo di gioco d’azzardo”.

Qualsiasi tipo di festa o manifestazione legato alle tradizioni culturali afghane viene represso o vietato. Per esempio il 13 maggio 2025, il Ministero talebano per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha vietato riprese e fotografie durante la tradizionale Festa di Shalimar del distretto di Arghandab, nella provincia di Kandahar, intimando ai giornalisti di non produrre reportage fotografici dell’evento; la celebrazione annuale segna l’arrivo della primavera con la maturazione delle bacche, dura in genere dai 20 ai 40 giorni e include wrestling tradizionale, danze Attan, canti e altri programmi culturali.

Particolarmente colpite le minoranze, come quelle della provincia Daikundi, conosciuta per la sua cultura distintiva, legata principalmente all’etnia hazara. Il dress code imposto dai Talebani è completamente estraneo a Daikundi: l’abito popolare della provincia è famoso per i suoi disegni elaborati che decorano con eleganza abiti e copricapi luminosi e audaci. Il 29 giugno 2024 le autorità talebane locali di Daikundi [80] hanno impartito un termine di sei giorni alle donne per indossare hijab neri che coprano tutto il corpo e per coprirsi il viso.

Infine, nella cultura afghana un posto particolare è riservato al volo degli aquiloni, un passatempo ma anche una tradizione storica, ricca di significati culturali, sociali e persino politici. Il volo degli aquiloni, in dari gudiparani, è una pratica antica, soprattutto a Kabul, ma diffusa anche in altre città. Tradizionalmente, far volare gli aquiloni è associato al divertimento dei bambini e degli adulti durante l’inverno e le feste ed è nel contempo un simbolo di libertà, fantasia e resilienza, specialmente nei periodi difficili. Non si tratta solo di far volare aquiloni, la vera passione è la competizione, chiamata jang-e-gudiparan, la guerra degli aquiloni: gli aquiloni sono dotati di fili speciali ricoperti di polvere abrasiva (chiamati tar) per tagliare il filo degli avversari in aria; il vincitore è colui che riesce a “liberare” l’aquilone nemico, che poi i bambini rincorrono per recuperare. Durante il primo regime talebano (1996-2001), gli aquiloni vennero vietati, perché considerati una forma di distrazione e intrattenimento occidentale o “non islamico”; questo divieto è stato uno dei simboli della soppressione culturale di quel periodo. A partire dal 2001, il volo degli aquiloni è tornato in auge, diventando anche un simbolo di rinascita culturale. Dopo il ritorno dei Talebani nel 2021, non è stato reintrodotto un divieto ufficiale generalizzato, ma in molte zone conservatrici o controllate rigidamente, gli aquiloni sono mal visti o limitati. Tuttavia, in città come Kabul o Herat, alcune persone continuano a far volare aquiloni, spesso di nascosto o in modo discreto; per molti, far volare un aquilone oggi è un atto di resistenza culturale.

Le donne, che erano state protagoniste del rinascimento culturale post-2001, sono state escluse dai Talebani da tutte le istituzioni culturali ed è loro vietato di cantare, recitare, scrivere liberamente, insegnare o studiare arte e lettere.

Come ha affermato il Relatore speciale dell’ONU per i diritti umani nel report rilasciato a febbraio 2025 [5] “la cancellazione culturale non solo priva le comunità del loro patrimonio comune, ma mina anche la coesione sociale e l’identità”. E questo è un chiaro obiettivo del regime fondamentalista, illiberale e misogino talebano.

Lo sport in Afghanistan: tra passione e divieti

Lo sport in Afghanistan è da sempre un’espressione viva della società, sospesa tra tradizione, modernità, guerra e religione. Dai campi polverosi di Kabul ai palazzetti costruiti con l’aiuto di ONG internazionali, fino alle arene rurali del buzkashi (sport tradizionale equestre in cui cavalieri si contendono la carcassa di una capra), lo sport è stato per anni un canale di espressione, libertà e persino riscatto sociale. Ma oggi, sotto il secondo regime talebano, molto di questo è cambiato.

Dopo la caduta del primo regime talebano nel 2001, l’Afghanistan ha vissuto un periodo di rinascita culturale e sportiva. In quel ventennio sono state costruite palestre, campi sportivi e stadi, anche grazie agli aiuti esteri; gli sport più popolari, come calcio, cricket, sollevamento pesi e arti marziali, si sono diffusi anche nelle periferie; le donne hanno iniziato a praticare sport pubblicamente con la nascita di squadre femminili di calcio, basket, pallavolo e ciclismo; alcuni atleti afghani hanno raggiunto successi internazionali, come Rohullah Nikpai, medaglia olimpica nel taekwondo.

Lo sport, in quegli anni, rappresentava uno strumento di inclusione sociale, educazione e pace, soprattutto tra i giovani. La partecipazione femminile, seppur contrastata da alcuni settori conservatori, era considerata simbolo di progresso.

Con il ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021, la situazione è radicalmente mutata: vietato lo sport per le donne, sia in pubblico sia in privato, quindi palestre femminili chiuse, atlete costrette all’esilio o al silenzio; alcuni sport, come gli scacchi, sono stati dichiarati contrari alla sharia; le competizioni pubbliche maschili sono state ridotte o rigidamente controllate; i pochi sport ammessi, come cricket e buzkashi, sono praticati solo da uomini e spesso sotto stretta sorveglianza.

Atlete fuggite all’estero (Australia, Europa, USA) cercano di tenere viva la propria carriera in esilio, dando vita a squadre clandestine o ufficialmente riconosciute dalla FIFA o da federazioni locali.

L’Afghanistan ha partecipato ai Giochi Olimpici di Parigi 2024 con una delegazione composta da sei atleti: tre uomini e tre donne. Questa rappresentanza equilibrata di genere è stata organizzata dal Comitato Olimpico Nazionale afghano in esilio, riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO); oltre alla delegazione ufficiale, alcuni atleti afghani hanno gareggiato come parte della Squadra Olimpica dei Rifugiati. Il regime talebano ha disconosciuto la partecipazione delle atlete donne, sostenendo che solo tre atleti maschi rappresentavano ufficialmente l’Afghanistan. Il CIO, tuttavia, ha escluso qualsiasi rappresentante talebano dalle Olimpiadi, non concedendo loro l’accreditamento per l’evento.

In bilico tra conflitti e crisi climatica

L’Afghanistan sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti; la convergenza dei conflitti e dei rischi climatici aggrava ulteriormente l’insicurezza alimentare ed economica della popolazione. Da un lato il paese subisce da più di 40 anni un conflitto armato le cui responsabilità sono segnatamente delle potenze regionali e mondiali che su quel terreno si confrontano per estendere la propria influenza su un territorio di estrema rilevanza geostrategica. Dall’altro, la situazione è aggravata dagli effetti del cambiamento climatico che mettono in luce una ulteriore profonda ingiustizia: pur avendo contribuito al cambiamento climatico globale in maniera ridotta – un afghano produce mediamente 0,2 ton di emissioni di anidride carbonica all’anno, rispetto alle quasi 16 dell’americano medio – l’Afghanistan registra un aumento delle temperature superiore alla media globale.

Il paese è annoverato tra i più vulnerabili al mondo ai cambiamenti climatici a causa della combinazione di una bassa capacità di adattamento, ovvero di prevenire o ridurre al minimo i danni ambientali, e di una elevata esposizione agli impatti climatici. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni OIM) nel 2024 sono stati oltre 500.000 gli sfollati a causa di inondazioni, siccità e altri disastri attribuibili al cambiamento climatico. Ad essere più esposti a tali rischi sono le donne, i bambini e le comunità rurali che vivono nei territori più remoti.

Le conseguenze sono l’accelerazione della crisi sociale con ulteriori violenze, fanatismi, guerre per l’accaparramento della terra, dell’acqua, delle risorse, oltre a migrazioni di massa: da oltre 40 anni milioni di cittadini afghani sono in fuga.

Quasi 4 milioni di sfollati interni vivono in campi profughi, privi dei più elementari servizi. Recenti analisi ipotizzano che altri 5 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare dall’Afghanistan a causa dei soli disastri climatici entro il 2050. Inoltre, a causa delle politiche restrittive adottate da Pakistan e Iran nei confronti degli afghani rifugiati in questi paesi, tra il 2023 e il 2024, più di 3,4 milioni di afghani sono tornati o sono stati deportati dall’Iran e dal Pakistan, inclusi oltre 1,5 milioni nel solo 2024.

Alluvioni e frane sono un pericolo naturale frequente in Afghanistan. I fenomeni di pioggia intensa sono aumentati tra il 10 e il 25% nel corso degli ultimi 30 anni. Nel 2024 inondazioni devastanti hanno colpito il paese, con oltre 160.000 persone direttamente interessate, migliaia di case distrutte e vaste aree agricole danneggiate. Nel maggio 2024, inondazioni improvvise hanno colpito 23 province, danneggiando più di 9.000 ettari di terreni agricoli. Allo stesso tempo l’Afghanistan deve misurarsi con una delle più gravi siccità che abbia mai visto con 25 delle 34 province in condizioni di grave siccità. Secondo l’ONU questo rischia di trasformarsi, da evento episodico, a evento annuale entro il 2030.

I principali sistemi di irrigazione dipendono dalla quantità di neve che cade l’inverno precedente sulle montagne dell’Hindu Kush o sugli altipiani centrali. A lungo termine, la perdita dei ghiacciai potrebbe compromettere radicalmente l’approvvigionamento idrico e idroelettrico della regione. Il loro restringimento, fenomeno comune in tutto il globo, e l’aumento delle temperature hanno conseguenze molto più gravi per l’Afghanistan che altrove, con la desertificazione di oltre il 75% della superficie totale del paese. Ciò significa che meno di un terzo della popolazione ha accesso ad acqua potabile pulita; migliaia di bambini muoiono ogni anno a causa della contaminazione e delle scarse condizioni igienico-sanitarie.

La distribuzione idrica è inoltre inficiata da cattiva gestione e carenze infrastrutturali, tenendo in considerazione che solo una piccola percentuale degli investimenti in Afghanistan sono stati indirizzati al settore durante l’occupazione Nato. Allo stesso tempo, i bombardamenti e gli attacchi dei Talebani agli impianti per terrorizzare la popolazione hanno distrutto la rete di irrigazione costruita dai contadini secondo metodi antichi.

Le conseguenze sociali di questa situazione sono ancor più gravi se si considera che l’80% della popolazione dipende dall’agricoltura per la sussistenza e la coltivazione del grano è molto suscettibile alla carenza d’acqua. Queste colture per anni sono state sostituite da campi di papaveri da oppio, molto più resistenti alla siccità e importante canale di finanziamento dei Talebani. Dopo il divieto di coltivazione imposto dai Talebani molti agricoltori non sono riusciti a rimpiazzare l’oppio con colture sostenibili e in regioni come l’Helmand, il divieto ha portato a un aumento della povertà e della fame, non a una riconversione produttiva di successo: gli agricoltori non hanno accesso a mercati, trasporti, refrigerazione e stoccaggio per colture alternative; spesso mancano semi di qualità, fertilizzanti, irrigazione e supporto tecnico. Inoltre, in alcune aree l’oppio è protetto da gruppi armati, riconducibili sempre ai Talebani, e i coltivatori rischiano ritorsioni se passano ad altre colture.

L’interazione tra cambiamento climatico, catastrofe umanitaria e assenza di governo dei fenomeni spinge le persone ad arruolarsi nelle file delle milizie talebane e verso la radicalizzazione in una spirale sempre più devastante per il paese.

La discriminazione nei confronti di donne e ragazze acuisce la loro vulnerabilità: i contadini ridotti alla miseria vendono il bestiame e cedono le figlie ancora bambine in sposa in cambio di denaro per poter sfamare il resto della famiglia o per ripagare i debiti. La siccità rende infertili i terreni e le inondazioni spazzano via case e beni e riducono la produttività agricola, portando gli uomini a migrare verso le aree urbane in cerca di lavoro. Le donne costituiscono quasi la metà della forza lavoro agricola in Afghanistan, contribuendo significativamente alla produzione di alimenti e alla sicurezza alimentare, ma svolgono il proprio lavoro in condizioni precarie dovute alla discriminazione e all’imposizione delle limitazioni dei Talebani.

Comunicato Hawca. Terremoto in Afghanistan: servono aiuti

Un potente terremoto di magnitudo 6,3 ha colpito le regioni settentrionali dell’Afghanistan, in particolare le province di Samangan e Balkh, nelle prime ore di lunedì 12 Aqrab (3 novembre). Secondo le prime stime, più di 50 persone hanno perso la vita e oltre 550 sono rimaste ferite.

Questo tragico evento ha causato un grave disagio psicologico ed emotivo tra le comunità colpite. Il numero di feriti è molto elevato, mentre i servizi medici rimangono insufficienti. Molte famiglie hanno perso le loro case di fango e argilla e attualmente affrontano il gelo senza alcun riparo. Testimoni riferiscono che i bambini rischiano di morire di freddo.

Il nostro rappresentante sul campo è riuscito a raggiungere la zona con grande difficoltà, poiché le strade sono state danneggiate dal terremoto. Ci ha riferito che le persone, soprattutto donne e bambini, hanno urgente bisogno di indumenti caldi, rifugi temporanei, medicine, cibo e acqua potabile.

Fonti locali indicano che il governo non è stato finora in grado di adottare misure efficaci, poiché le attrezzature necessarie per la pulizia delle strade non sono disponibili. Inoltre, l’elettricità importata è stata interrotta e persino l’ospedale provinciale di Samangan ha subito danni, con gravi ripercussioni sui servizi sanitari.

In queste difficili circostanze, senza un’assistenza immediata per donne e bambini, si prevede che il numero delle vittime aumenterà drasticamente.

Invitiamo sinceramente la comunità internazionale, le organizzazioni umanitarie e i nostri partner ad agire con urgenza e a fornire supporto per soddisfare i bisogni immediati della popolazione colpita.

Il vostro sostegno e la vostra solidarietà sono la speranza per la sopravvivenza di queste persone colpite dal disastro.

Team di Hawca

PER AIUTARE LE POPOLAZIONI COLPITE DAL TERREMOTO FAI UN BONIFICO BANCARIO A CISDA

Beneficiario:
COORDINAMENTO ITALIANO SOSTEGNO DONNEAFGHANE ONLUS*
BANCA POPOLARE ETICA – Filiale di Milano
IBAN: IT74Y0501801600000011136660
Causale: terremoto Afghanistan

*Attenzione: in base alle nuove normative bancarie il nome del beneficiario del bonifico deve corrispondere esattamente all’intestatario del conto per cui va scritto come indicato sopra (donneafghane tutto attaccato e onlus invece di ETS)

Il messaggio di RAWA per l’incontro nazionale CISDA

Care sorelle di CISDA,

Vi inviamo i saluti dell’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA) e ci sentiamo onorate di poter parlare con voi a distanza durante il vostro importante incontro annuale.

Sono trascorsi più di quattro anni dal crollo del governo Ghani e dal momento in cui il regime repressivo e misogino dei talebani ci è stato nuovamente imposto. In questo periodo, il popolo afghano, in particolare le donne, è stato privato dei suoi diritti umani più elementari e sottoposto a incessante oppressione, esclusione e violenza sistemica.

Anche nei momenti più bui, le donne afghane continuano a resistere, con coraggio, intelligenza e incrollabile solidarietà. Sebbene le donne afghane siano private dei loro diritti umani fondamentali, utilizzano costantemente ogni risorsa disponibile per istruirsi, alzare la voce e lottare per la giustizia e la libertà contro il governo oppressivo e criminale dei talebani. Dalle aule clandestine alle campagne di sensibilizzazione globali, le donne afghane stanno ridefinendo la loro resistenza sotto la tirannia.

Sotto il fascismo religioso talebano, l’Afghanistan è diventato un cimitero per le libertà fondamentali. Le azioni del gruppo negli ultimi quattro anni non sono solo violazioni dei diritti; sono crimini sistematici contro l’umanità.

Donne e ragazze sono state completamente cancellate dalla vita pubblica, bandite dall’istruzione secondaria e superiore, escluse dal lavoro nella maggior parte dei settori e a loro viene persino impedito l’ingresso in parchi, palestre e spazi pubblici.

Oltre a questo, i talebani hanno preso di mira giornalisti, attivisti della società civile ed ex dipendenti pubblici, minoranze etniche e religiose con detenzioni arbitrarie, torture, sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali. Questi crimini sono stati documentati da organizzazioni internazionali per i diritti umani ma continuano impunemente.

Il governo dei talebani in Afghanistan ha portato a diffuse violazioni dei diritti umani, soprattutto contro le donne, le minoranze e i gruppi vulnerabili. Con le loro politiche e azioni i talebani hanno aumentato la pressione sulle minoranze etniche e religiose, portando a più discriminazione, paura e isolamento sociale.

Il regime opera attraverso la paura, la sorveglianza e il controllo ideologico, e mette a tacere il dissenso con brutalità e governando attraverso il terrore. E mentre il mondo osserva, una popolazione di quasi 40 milioni di persone è tenuta in ostaggio da un regime che non riconosce altra legge se non la propria fede violenta.

Uno degli strumenti di controllo più devastanti utilizzati dal regime talebano è stata la chiusura sistematica e la severa restrizione dell’accesso a Internet in tutto l’Afghanistan. Interrompere la connettività digitale non è solo una questione tecnica, è una strategia calcolata per isolare le persone, mettere a tacere il dissenso e sopprimere la libertà di espressione.

Per le donne afghane, che sono già state cacciate dalle scuole, dai luoghi di lavoro e dagli spazi pubblici, Internet rappresenta un’ancora di salvezza fondamentale. Offre accesso all’istruzione, all’informazione, alle reti di advocacy e alla solidarietà globale. A causa dei ripetuti blackout e della censura di Internet, i talebani stanno cercando di cancellare questi spazi digitali, rendendo quasi impossibile la resistenza e la connessione.

Questo blackout digitale rafforza la presa del potere da parte del regime, interrompendo il flusso di informazioni sia all’interno che all’esterno dell’Afghanistan. Isola attivisti, giornalisti e società civile dal mondo e priva la popolazione di notizie critiche, informazioni sanitarie e comunicazioni di emergenza.

In un’epoca in cui il mondo è più connesso che mai, le azioni dei talebani rappresentano un tentativo deliberato di riportare l’Afghanistan alla completa oscurità. Il diritto di comunicare liberamente è un diritto umano fondamentale e la sua negazione è l’ennesimo crimine contro il popolo afghano.

Dopo vent’anni di occupazione giustificati da falsi slogan come ‘libertà’ e ‘democrazia’, gli Stati Uniti hanno spudoratamente restituito il nostro Paese agli stessi terroristi misogini che affermavano di combattere.

La cosiddetta ‘Guerra al Terrore’ non ha mai riguardato la liberazione del nostro popolo. Era una guerra per il controllo, per i profitti, per il dominio. Mentre le vite degli afghani venivano distrutte e le nostre donne pagavano il prezzo più alto, gli Stati Uniti e i loro alleati se ne sono andati, lasciandosi alle spalle il caos e la tirannia.

Questo non è stato un fallimento della politica; è stato un tradimento intenzionale e un brutale promemoria per ricordarci che le potenze imperiali non portano libertà, ma distruzione, manipolazione e abbandono.

Per quanto riguarda la base aerea di Bagram, l’opinione generale è che questa volta gli Stati Uniti siano seriamente intenzionati a tornare, con l’obiettivo principale di fare pressione sull’Iran e, in caso di guerra, sostenere Israele. Tuttavia, tra i talebani esiste una divisione interna. La fazione di Kandahar, la più potente, è fortemente influenzata dall’Iran e, in misura minore, da Cina e Russia.

Il ritorno degli Stati Uniti a Bagram significherebbe di fatto la rioccupazione dell’Afghanistan. Gli afghani conservano ancora amari ricordi dei quasi due decenni di occupazione statunitense e della NATO, segnati da crimini di guerra e brutalità. Pertanto, il loro ritorno rappresenta un incubo e una cattiva notizia per il nostro popolo. Con il rientro degli Stati Uniti, nel mezzo dell’intenso confronto tra Est e Ovest in corso in Asia, gli Stati Uniti otterrebbero un importante vantaggio strategico, trasformando l’Afghanistan in una roccaforte occidentale — una cosa che non è né nell’interesse del popolo afghano né del mondo. Si tratterebbe inoltre di una minaccia diretta per Cina, Russia e Iran, ed è probabile che questi paesi si muoveranno per impedire il ritorno delle forze di occupazione.

Inoltre, nonostante il continuo record di violazioni dei diritti umani, apartheid di genere e violenta repressione da parte dei talebani, alcuni paesi e istituzioni internazionali hanno iniziato a riconoscere tacitamente o esplicitamente il regime. Gli inviti ai rappresentanti talebani a conferenze internazionali e incontri diplomatici inviano un messaggio pericoloso: il mondo è disposto a ignorare i loro crimini in cambio di opportunità politiche.

Il riconoscimento, senza che venga chiesto conto delle responsabilità, incoraggia gli oppressori e indebolisce la determinazione di coloro che lottano per la giustizia e la libertà in Afghanistan. Segnala che gli interessi politici hanno la precedenza sui diritti umani e sulla dignità.

 

Care compagne,

Invitiamo tutti i movimenti amanti della libertà, in particolare le donne e altri alleati che hanno consapevolezza politica, a considerare criticamente le conseguenze della legittimazione dei talebani. La vera pace e stabilità non possono essere raggiunte senza giustizia, uguaglianza e rispetto dei diritti fondamentali di tutti gli afghani.

In questi momenti cruciali e difficili, RAWA rimane ferma nel suo impegno a stare al fianco del popolo afghano e a garantire che la sua voce sia ascolta forte e chiara sulla scena globale.

In una situazione in cui le donne sono rinchiuse nelle loro case e viene loro negato l’accesso a tutte le istituzioni tranne le scuole religiose, RAWA lavora instancabilmente per raggiungere donne e ragazze attraverso lezioni a domicilio e garantire che continuino a ricevere istruzione ed emancipazione nonostante le restrizioni oppressive.

Con le nostre iniziative sociali, tra cui team sanitari mobili, centri educativi e distribuzione di forniture essenziali, vogliamo mantenere stretti contatti con la gente comune. Attraverso la documentazione e la diffusione di rapporti sulla violenza, la povertà e i disastri naturali, diamo una voce potente alle comunità sofferenti che serviamo.

Desideriamo esprimere la nostra sincera gratitudine a CISDA per il suo incrollabile sostegno nel corso degli anni. Il vostro fermo impegno e la vostra solidarietà sono stati per noi un pilastro di forza mentre continuiamo la lotta per i diritti, la dignità e l’emancipazione delle donne afghane. In questi tempi difficili, avere alleati come CISDA che è saldamente al nostro fianco, ci dà speranza e coraggio per andare avanti. Insieme crediamo che il cambiamento sia possibile e che le voci delle donne afghane non verranno messe a tacere.

Ovunque ci sia oppressione, c’è resistenza. Combatteremo fino alla fine per liberarci dalle grinfie del fascismo religioso.

Lunga vita alla solidarietà di tutte le persone amanti della libertà in tutto il mondo!

Associazione rivoluzionaria delle donne afghane (RAWA)

Incontro nazionale CISDA. Viareggio, 17-19 ottobre

Si è svolto dal 17 al 19 ottobre a Viareggio l’Incontro Nazionale del CISDA. Un momento di confronto che, ogni anno, vede riunite le attiviste del CISDA per analizzare le attività svolte nell’anno passato e per delineare strategie e attività che dovranno caratterizzare l’Associazione nel 2026.

Il sostegno diretto alle donne afghane

Positiva la chiusura del 2025 con il finanziamento di progetti realizzati dalle associazioni di donne afghane che lavorano sul territorio e con le quali CISDA collabora fin dalla sua nascita: educational center, scuole clandestine, Giallo fiducia, corsi di taglio/cucito e alfabetizzazione, piccolo shelter, Vite preziose, Mobile Healt Unit.

Inoltre grazie ai propri carissimi donatori, Cisda ha sostenuto la popolazione afghana colpita in questi ultimi anni da una serie di calamità: servizi sanitari essenziali a donne e bambini che vivono in una baraccopoli auto costruita da rifugiati interni non lontano da Kabul, emarginati e abbandonati dalle autorità di fatto; aiuti nei villaggi della provincia di Nangarhar, Dasht-e-Barchi; aiuti per l’alluvione nella provincia di Baghlan; visita nel Dar-e-Noor dove le donne hanno un peso centrale per il sostentamento della famiglia e dall’alba al tramonto, lavorano nei campi, si prendono cura del bestiame, preparano il foraggio e gestiscono le faccende domestiche, oltre a crescere i figli; aiuti ai deportati da Iran e Pakistan ad Herat – Islam Qala Border; aiuti alle vittime del terremoto nella parte est dell’Afghanistan.

Le attività in Italia

Intensa l’attività di CISDA in Italia per raccogliere contributi a sostegno delle donne afghane, per mantenere accesi i riflettori sulla situazione in Afghanistan e per contrastare ogni relazione con i talebani e i tentativi, più o meno striscianti, del governo de facto.

Uno dei pilastri delle attività di CISDA nel 2025 sono state la Campagna Stop Apartheid di genere Stop fondamentalismi e la raccolta di firme per la petizione lanciata con la Campagna. Questa attività ha consentito all’Associazione di ampliare il proprio bacino di relazioni con partiti e personaggi politici, importante per la maggiore visibilità che si è riusciti a dare alla situazione delle donne in Afghanistan anche attraverso canali ai quali fino ad oggi CISDA aveva un accesso limitato. Sfruttando anche la presentazione della Campagna, da ottobre 2024 a oggi, sono stati realizzati quasi 80 eventi distribuiti su tutto il territorio.

Elevata anche l’attività del Gruppo Scuola realizzando incontri con le scuole durante i quali è stata approfondita la condizione delle donne in Afghanistan con la proiezione, in alcune realtà, del film What we fight for con la partecipazione delle registe e di attiviste afghane e iraniane. Complessivamente sono stati coinvolti circa 400 studenti.

Per quanto riguarda la Comunicazione, il continuo aggiornamento del sito Cisda e di Osservatorio Afghanistan, la diffusione di post su Facebook e Instagram e l’invio della Newsletter hanno consentito di mantenere attiva l’attenzione sull’Afghanistan nella comunità di amici e sostenitori di CISDA. È stato inoltre realizzato l’aggiornamento del Dossier I diritti negati delle donne afghane che verrà diffuso a partire dal 1° novembre.

Strategia e attività future

L’impegno principale di CISDA rimane quello che raccogliere fondi per finanziare i progetti delle organizzazioni afghane che sosteniamo che si affianca a quello di mantenere viva l’attenzione sulla condizione delle donne afghane e, più in generale, del popolo afghano.

Per fare questo continuerà a essere attiva la Campagna Stop apartheid di genere Stop fondamentalismi che rappresenterà la piattaforma sulla quale si innesteranno le diverse attività.

Il CISDA continuerà a mantenere e sviluppare le relazioni con le associazioni della Coalizione euro-afghana per la democrazia e la laicità e, nel contempo, conscio della necessità di ampliare il bacino cui presentare le proprie iniziative, cercherà di estendere il confronto anche ad altre realtà che si occupano di sostegno alla popolazione dell’Afghanistan. Si cercherà di consolidare la relazione instaurata con il Tribunale Permanente dei Popoli e si seguirà il processo di definizione del crimine di apartheid di genere presso l’ONU e la Corte Penale Internazionale.

Pur nell’autonomia comunicativa che deve essere necessariamente il più adatta possibile all’utenza italiana, rimarrà prioritario il confronto con le associazioni afghane che rimangono il riferimento politico del CISDA.

Tra gli strumenti che potranno essere utilizzati nei prossimi mesi si ricorda che a partire dalla fine di ottobre saranno disponibili il libro Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani di Cristiana Cella e il Dossier 2025 Diritti negati delle donne afghane.

L’incontro con Belqis

L’Incontro nazionale CISDA si è svolto nella sede della Casa delle donne di Viareggio che ci ha gentilmente ospitato e nel tardo pomeriggio di sabato le porte si sono aperte per il collegamento con Belqis Roshan, ex parlamentare afghana costretta a rifugiarsi in Germania dopo l’arrivo dei talebani.

La politica afghana ha raccontato, a una platea attenta e in alcuni momenti commossa, la condizione sempre più precaria nella quale sono costrette a vivere le donne in Afghanistan. Ha inoltre spiegato come adesso le attenzioni repressive dei talebani si stiano rivolgendo anche agli uomini con imposizioni sempre più stringenti sull’abbigliamento, la lunghezza della barba o la frequenza in moschea. Belqis ha poi portato l’attenzione su un altro aspetto che sta diventando sempre più inquietante e che riguarda l’aumento della repressione e della violenza all’interno delle famiglie: che sia per paura delle ritorsioni dei talebani se il controllo sulle donne di casa non è sufficientemente “efficiente” che sia per l’impunità garantita negli atti di volenza nei confronti delle donne, la vita sta spesso diventando un inferno per le donne anche dentro casa.

In questo quadro terrificante, Belqis ha voluto anche lanciare un messaggio di speranza ricordando la resilienza delle donne che, nonostante queste condizioni, cercano comunque di istruirsi, incontrarsi e mettere in atto piccole azioni di resistenza quotidiana. Ci ha infine esortato a continuare a sostenere le donne e la popolazione afghane mantenendo viva l’attenzione e mettendo in atto tutte le azioni possibili affinché non avvenga il riconoscimento del governo de facto dei talebani.