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La casa è diventata una tomba per le donne

La famiglia tradizionale in Afghanistan è molto più di un semplice nucleo domestico: rappresenta la struttura sociale fondamentale del Paese. In un contesto segnato da forti valori religiosi, cultura tribale e condizioni economiche complesse, la famiglia costituisce il centro della vita quotidiana, delle relazioni sociali e della trasmissione dei valori.

Insieme al rispetto per gli anziani e alla solidarietà e al sostegno reciproco, il nang è uno dei “valori” fondamentali della famiglia afghana e condiziona la vita di tutti gli individui, con un impatto devastante su quella delle donne in particolare. Nang è una parola pashtu che può essere tradotta approssimativamente come “onore”, ma per gli afghani — soprattutto per i pashtun — il concetto è molto più profondo e complesso. È uno dei pilastri del pashtunwali (il codice d’onore tradizionale non scritto, che guida la vita sociale e morale), rappresenta un valore fondamentale del comportamento individuale e collettivo ed è legato all’identità, alla reputazione e alla moralità della persona e della sua famiglia o tribù. Il mancato rispetto del nang è spesso visto come disonore o vergogna, e può avere gravi conseguenze sociali: ogni membro della famiglia, specialmente le donne, è considerato custode dell’onore; un comportamento ritenuto “inappropriato” da parte di una donna può essere visto come una macchia sull’intero gruppo familiare.

La maggior parte delle famiglie è patriarcale ed estensiva. Questo significa che non vivono insieme solo i genitori e i figli, ma spesso anche i nonni, gli zii, le zie e i cugini. Il capofamiglia è quasi sempre l’uomo più anziano (di solito il padre o il nonno), che prende le decisioni più importanti per tutti i membri.

I matrimoni combinati sono ancora molto comuni, soprattutto nelle zone rurali. Spesso i genitori scelgono il partner per i figli, valutando la reputazione, la religione e le possibilità economiche della famiglia del futuro coniuge. Le donne sposate vanno a vivere nella famiglia del marito e devono adattarsi alle regole della nuova casa.

I matrimoni infantili rappresentano un cancro che corrode la società afghana: già prima dell’agosto 2021, il 28,7% delle donne afghane di età compresa tra 15 e 49 anni risultava sposata prima dei 18 anni (UNICEF ); nel 2023, circa 1,4 milioni di ragazze tra i 20 e i 24 anni risultava essersi sposato prima dei 15 anni e circa 4,1 milioni prima dei 18 anni (Child Marriage Data Portal ). Le ragazze provenienti dalle famiglie più povere hanno una probabilità più che doppia di essere sposate precocemente rispetto a quelle delle famiglie più ricche (43,6% contro 17,5%) (Girls Not Brides) e il livello di istruzione influisce significativamente: il 35,2% delle ragazze senza istruzione è sposato prima dei 18 anni, rispetto al 15,3% di quelle con istruzione secondaria o superiore (Child Marriage Data Portal).

Nella tradizione afghana, il matrimonio è visto come una transazione e le bambine rappresentano una parte della transazione. Il matrimonio precoce è talvolta utilizzato per rafforzare i legami tra famiglie rivali e risolvere le controversie, una pratica nota come baad, e le bambine vengono promesse anche prima della loro nascita per poi contrarre matrimonio durante la pubertà. Ma anche se il matrimonio infantile è una piaga collegata alle tradizioni afghane, dal grafico si evince che la crescita dei matrimoni forzati di bambine è correlata alla presa del potere dei Talebani; non bisogna dimenticare che il 15 agosto 2021 è la data dell’entrata a Kabul dei Talebani, ma che già dal 2009-2010 controllavano ampie parti del paese, soprattutto quelle rurali.

Il grafico mostra l’incidenza dei matrimoni di bambine sotto i 15 anni sulle rilevazioni compiute da The Child Marriage Data Portal su donne di 20-24 anni al momento della rilevazione.  Calcolando l’anno approssimativo in cui il matrimonio può essere avvenuto, si nota che la crescita del fenomeno è strettamente correlata alla presa del potere da parte dei Talebani. Per quanto riguarda i dati più recenti bisogna ricordare che la data del 15 agosto 2021 corrisponde alla presa di Kabul da parte dei Talebani, ma questi controllavano ampie parti del Paese, soprattutto aree rurali, già negli anni 2009-2010.

L’ultimo Rapporto di Richard Bennet , Relatore speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, rileva infine la sempre più pericolosa situazione nella quale si trovano i bambini di ambo i sessi: “La ridefinizione del bambino da parte dei Talebani, in modo che la fine dell’infanzia si basi sui segni della pubertà anziché sul raggiungimento dei 18 anni, viola gli obblighi internazionali e nega ai bambini il diritto a una protezione, un sostegno e una cura adeguati. La situazione è aggravata dai divieti di proseguire gli studi, la crisi umanitaria, l’aumento dei tassi di matrimoni precoci, i continui abusi, come il bacha bazi e il lavoro minorile pericoloso”. Il bacha bazi è una pratica tradizionale abusiva diffusa in alcune aree dell’Afghanistan, in cui ragazzi adolescenti o bambini vengono truccati e vestiti da donna, costretti a danzare per uomini adulti in feste private e spesso abusati sessualmente.

Oltre alla reclusione imposta dai Talebani, ai matrimoni forzati e infantili spesso dentro le pareti di casa si consuma una violenza domestica che rimane impunita e il cui apice è rappresentato dallo stupro coniugale. Lo stupro coniugale è riconosciuto come violazione dei diritti delle donne dal dicembre 1993 ed è legalmente perseguibile in 104 paesi: in Afghanistan questo comportamento non solo è impunito, ma è anche spesso considerato come un “diritto dell’uomo”.  Un diritto considerato tale non solo dagli uomini, ma spesso dalle stesse donne che subiscono violenza: obbedienza ai mariti, adesione alle “leggi di Dio e del Profeta”, rispetto di usi e costumi, sono le motivazioni con le quali molte donne spiegano la propria sottomissione a rapporti sessuali non consenzienti.

Il 46,1% delle donne afghane tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner intimo nel corso della vita (United Nations Population Fund). Una ricerca pubblicata su PubMed evidenzia che le sopravvissute alla violenza domestica affrontano uno stigma significativo da parte di famiglie e comunità, spesso manifestato attraverso colpevolizzazione, vergogna e isolamento.

In questo contesto, si verifica un altro tragico fenomeno, quello della violenza delle donne sulle donne in ambito familiare. È un tema approfondito in un articolo di Zan Times  nel quale si evidenzia come le donne non siano immuni dall’essere oltre che vittime anche carnefici influenzate da una serie di fattori come la struttura patriarcale, essere state vittime di violenza, vivere in un ambiente dove la violenza di genere è normale, accettata e addirittura glorificata, una deprivazione fisica e psicologica che spinge alla violenza, paura di venire ostracizzate se non riproducono comportamenti aggressivi contro figlie e nuore, mancanza di consapevolezza.

Come se ciò non bastasse, un rapporto dell’UNAMA ha documentato che le donne che denunciano violenze domestiche vengono spesso incarcerate se non hanno un parente maschio con cui vivere. Le donne che cercano aiuto rischiano di essere punite per “crimini morali”, come vivere da sole o tentare di fuggire da un marito violento. Inoltre, la legge islamica applicata dai Talebani non distingue tra relazioni sessuali consensuali fuori dal matrimonio e stupro, trattando entrambi come zina (rapporti sessuali illeciti secondo le regole islamiche), arrivando a “punire” la vittima con la lapidazione o la fustigazione.

In questo contesto il divorzio per le donne è una chimera. La sharia consente a un uomo di farlo senza motivo e senza nemmeno presentare una petizione in tribunale: il marito pronuncia ṭalaq (di solito tre volte) alla moglie, in forma verbale o scritta e, se non ci ripensa prima della terza volta, il divorzio diventa definitivo. Una donna deve invece presentarsi davanti a un giudice e dimostrare il suo diritto alla separazione in base a criteri specifici: l’interpretazione di questi criteri differisce tra le quattro principali scuole di giurisprudenza islamica sunnita, quella hanafita, seguita dalla maggior parte degli afghani, è la più restrittiva delle quattro su questo argomento contrariamente a quella malikita, leggermente più permissiva nei confronti delle donne che possono chiedere il divorzio per motivi di danno, abbandono, mancato pagamento del mantenimento e una più ampia gamma di malattie.

Nel 1977 in Afghanistan era stato introdotto un Codice civile che traeva la sua legislazione sul divorzio malikita, sebbene per le donne il divorzio rappresentasse quasi sempre uno stigma sociale. Il Codice era stato sospeso dai Talebani nel 1997 per tornare poi in vigore nel 2001. Nel settembre 2021, i Talebani annunciarono la sospensione della Costituzione del 2004 in attesa della revisione delle leggi vigenti, il che significava che anche il Codice Civile del 1977 era stato sospeso. La circolare numero 15, emessa il 23 maggio 2022, ha fornito linee guida ai tribunali afghani su come gestire le decisioni legali su tutte le questioni, incluso il divorzio per il quale è stata ripristinata l’interpretazione hanafita.

Nell’articolo Afghanistan Ieri – Una storia che viene da lontano descriviamo il processo di modernizzazione che, fino agli anni ’70 del secolo scorso, aveva portato a un cambiamento anche nelle strutture familiari con la presenza di movimenti, come RAWA, per l’emancipazione, l’uguaglianza e la giustizia sociale delle donne. Un cambiamento che ha avuto però un impatto limitatamente ai principali centri urbani quindi il regime fondamentalista e misogino talebano ha trovato terreno fertile nella società afghana.

“Prima dell’arrivo dei Talebani – dice una ragazza di Kabul in un articolo pubblicato da Il Manifesto – non eravamo al sicuro, era pericoloso c’erano attentati, ma almeno potevamo rivendicare i nostri diritti. Io studiavo perché volevo diventare medica. Poi non c’è stato più niente. I Talebani dicono che ‘la casa è il posto per una donna’, ma la casa è una tomba. Sono viva, ma non vivo. Ogni giorno ci impongono nuove leggi. Non possiamo uscire senza un mahram, un parente maschio. Non possiamo lavorare. Anche andare al parco è vietato. Se qualcuna protesta, viene arrestata o sparisce”.

 

 

 

 

 

Il peggior paese dove nascere donna

L’Afghanistan è il peggior paese al mondo per nascere donna. Lo dicono le innumerevoli statistiche e rapporti dell’ONU (che in un documento definisce il trattamento dei Talebani nei confronti delle donne esplicitamente “un crimine contro l’umanità”), di Human Rights Watch, di Amnesty International, solo per citare le fonti più quotate, che comunque possono riferire solo dati parziali, dal momento che le donne in Afghanistan raramente denunciano le violenze nei loro confronti, tanto meno dall’agosto 2021, momento in cui i Talebani hanno ripreso il potere e imposto un’interpretazione estremamente restrittiva della sharia (nel lessico islamico “la legge sacra, imposta da Dio”) .

La violenza inumana nei confronti delle donne afghane non è solo fisica ma anche psicologica; oggi in Afghanistan le donne sono escluse dalla vita. Non hanno accesso all’istruzione secondaria, non possono lavorare (e per i milioni di vedove questo significa non avere nulla con cui sostenere se stesse e le proprie famiglie), non possono frequentare parchi e palestre, non possono lavorare presso ONG, non possono uscire di casa senza un parente maschio ed è loro imposto di coprirsi da capo a piedi con un velo nero o con un burqa. Gli uomini sono ritenuti responsabili del comportamento delle donne di famiglia e quindi sono anche loro a subire condanne e sanzioni nel caso in cui le donne non si comportino come prescritto; questa “regola” costituisce un pesantissimo ricatto nei confronti della società tutta.

E dove divieti e tradizione non sono abbastanza, è la paura che costringe le donne a non uscire: “Si dice che i Talebani prendano le ragazze per darle ai loro soldati e quindi le famiglie impediscono loro di uscire in strada anche per comprare il pane. E sono sempre di più le ragazze che, chiuse in casa, senza poter andare a scuola manifestano disordini del sonno e disturbi psichici”, raccontano da Kabul.

Le attiviste, coloro che resistono, che sono state e continuano a essere in prima linea nelle proteste pacifiche per affermare i diritti delle donne, vengono arrestate, incarcerate, torturate; spesso non si sa nulla del loro destino.

Ma le donne afghane non sono oggetto di violenza solo dall’agosto 2021: la violenza nei loro confronti è endemica, e l’occupazione ventennale USA e NATO, portata avanti anche con il pretesto di voler liberare le donne, non è certo servita a risolvere il problema. La violenza domestica è una prassi in molte famiglie afghane così come i matrimoni forzati e precoci. In guerra da oltre 40 anni le donne sono le prime vittime di rapimenti e stupri, e nella società afghana conservatrice e patriarcale è la vittima a dover portare il peso della vergogna. Le donne sono considerate le custodi dell’“onore familiare” e in caso di stupro sono viste come coloro che disonorano la famiglia. Lo stigma sociale impedisce spesso alle donne di denunciare gli abusi. In molte comunità, la violenza domestica è considerata una questione privata, e le donne che cercano aiuto vengono spesso accusate di disonorare la famiglia.

Prima del ritorno al potere dei Talebani, le donne che avevano avuto il coraggio di scappare da situazioni estreme potevano far ricorso agli shelter per donne maltrattate che, sebbene insufficienti e spesso male organizzati, offrivano una via di fuga. Oggi i Talebani hanno imposto la chiusura di tutti gli shelter, rimandando le vittime a casa, dai loro aguzzini.

In pericolo sono anche le stesse operatrici degli shelter, persone facilmente rintracciabili e oggetto di ritorsione da parte dei Talebani, che cercano coloro che considerano “nemici” casa per casa con retate e perquisizioni a tappeto. CISDA ha sostenuto per anni alcuni shelter gestiti dalle organizzazioni afghane con le quali collabora, ma oggi sono stati tutti chiusi per questioni di sicurezza; ne è rimasto solo uno piccolo che accoglie poche donne coi loro bambini.

La violenza fisica e psicologica e la mancanza di supporto, insieme alle limitazioni imposte alla vita delle donne afghane, hanno un impatto devastante su ragazze e donne adulte: secondo un’indagine di Afghan Witness, tra aprile 2022 e febbraio 2024 sono stati documentati 195 casi di suicidio femminile.

Rappresentanza? Partecipazione? Non c’è posto per le donne

La partecipazione delle donne all’attività politica attiva è un diritto conquistato dalle donne afghane nei lunghi anni di lotta e, sebbene tra mille difficoltà, fino all’agosto 2021 le donne erano presenti nelle istituzioni afghane. Prima dell’agosto 2021, le donne costituivano il 27% dei membri nella Camera Bassa del Parlamento, il 22% nella Camera Alta e il 30% nella pubblica amministrazione, e ricoprivano ruoli chiave nel governo, nelle commissioni indipendenti e nel sistema giudiziario.

La presenza femminile in queste istituzioni non significava automaticamente l’appartenenza di queste donne a formazioni democratiche, molte di esse erano infatti legate ai gruppi fondamentalisti, ai vari signori della guerra e agli stessi talibani (così come la componente maschile del governo e del parlamento nei 20 anni di occupazione del paese da parte delle forze USA/NATO). Ciò non ha impedito al viceministro degli Affari esteri ad interim di annunciare, il 31 agosto 2021, che nessuna donna avrebbe occupato posizioni dirigenziali di vertice in un governo talebano. Le donne sono ora totalmente escluse dalla vita politica e pubblica in Afghanistan. Non c’è una sola donna che ricopra cariche pubbliche o politiche, e un numero limitato rimane nella pubblica amministrazione.

Il 18 settembre 2021, gli uffici del Ministero per gli affari femminili sono stati convertiti negli uffici del Ministero per la propagazione della virtù e la prevenzione del vizio, noto per il suo famigerato record di soppressione dei diritti delle donne. L’abolizione degli organi legislativi e del Ministero per gli affari femminili ha eliminato la rappresentanza delle donne e il loro accesso al processo decisionale, e di fatto il loro diritto alla partecipazione politica.

Contestualmente all’eliminazione della rappresentanza politica anche la partecipazione alla vita politica e sociale e duramente repressa. Le donne hanno partecipato all’assemblea di emergenza del 2002 (Loya Jirga), hanno svolto un ruolo attivo nella Loya Jirga costituzionale del 2003 e hanno partecipato come elettori e candidate alle successive elezioni presidenziali e parlamentari. Le donne hanno rappresentato oltre il 30 per cento dei votanti tra il 2004 e il 2019. Oggi sono escluse da ogni forma di partecipazione alla vita politica e pubblica.

Dall’agosto 2021, le donne hanno guidato manifestazioni pubbliche pacifiche rivendicando il diritto all’istruzione, al lavoro, alla partecipazione alla vita pubblica e alla libertà di movimento e di espressione. Anche nel 2024 e nel 2025 si svolte proteste di donne, soprattutto a Kabul ed Herat, che sono state duramente represse con intimidazioni, arresti, detenzioni arbitrarie.

Sono numerosi i rapporti che testimoniano le violenze subite dalle donne, con ufficiali talebani che picchiano brutalmente, arrestano arbitrariamente e detengono donne manifestanti, molte delle quali sono state successivamente rilasciate a patto che cessassero il loro attivismo e rimanessero in silenzio sul loro trattamento. Le vittime riferiscono di aver subito violenza di genere, inclusa violenza sessuale, spesso assimilabile alla tortura, da parte di ufficiali talebani che cercavano informazioni sugli organizzatori della manifestazione.

Ma la politica attiva in Afghanistan è oggi appannaggio dei soli Talebani: dal 16 agosto 2023, il regime ha formalmente vietato tutti i partiti politici dichiarandoli contrari alla sharia e inutili per gli interessi del paese; secondo il Ministro della Giustizia del regime talebano, Abdul Hakim Haqqani, “non esiste il concetto di partito politico nella sharia”

 

Metanfetamine e oppio arricchiscono i Talebani… nonostante i divieti

Economica, facile e veloce, la produzione di sostanze sintetiche sta radicalmente trasformando il mercato della droga. In diverse aree del mondo metanfetamine e oppioidi di sintesi vengono prodotti in piccoli laboratori clandestini e mobili, con investimenti minimi e un know how che si acquisisce in poco tempo. Un’opportunità che ha rapidamente attratto l’attenzione di uno dei principali protagonisti del traffico internazionale di droga degli ultimi 25 anni: i Talebani.

Fin dagli anni Ottanta il contrabbando di oppio ha rappresentato un’importante fonte di finanziamento per tutti i signori della guerra afghani. Ma è solo con la presa del potere da parte dei Talebani, a metà degli anni Novanta, che la coltivazione del papavero è stata non solo incentivata pubblicamente, ma in molti casi addirittura imposta.

Nel 1997 si stimava che il 96% dell’eroina prodotta nel Paese provenisse dalle zone controllate dagli “studenti coranici” e da allora la crescita è stata costante (a parte un blocco nel 2001) fino al 2022, anno in cui la coltivazione del papavero da oppio è aumentata del 32% rispetto al 2021.

Sia negli anni della prima presa del potere (1996-2001) sia durante l’occupazione militare della Nato, i Talebani si sono sempre finanziati attraverso l’imposizione di tangenti sulla coltivazione del papavero, sull’estrazione e sul trasporto dell’oppio. In anni più recenti il pagamento di mazzette è stato esteso anche alla produzione di metanfetamine, con il coinvolgimento diretto anche in alcuni dei laboratori clandestini che avevano iniziato a proliferare nel Paese, in particolare nelle aree meridionali e Sud-occidentali tornate sotto controllo talebano tra il 2006 e il 2007.

Uno dei possibili metodi di produzione dello stimolante sintetico prevede l’utilizzo dell’efedrina, attraverso un processo molto semplice, che si sviluppa in una sola fase e può essere eseguito con conoscenze chimiche basilari. Questa sostanza si può estrarre sia da medicinali (importati in gran parte illegalmente) sia a partire dalla pianta dell’efedra, che cresce spontaneamente sulle montagne afghane.

L’ultima nota, infine, riguarda una new entryda qualche anno, infatti, circolano in Afghanistan anche delle pasticche con proprietà stimolanti (ribattezzate “compresse K”) che contengono diverse sostanze come metanfetamine e Mdma (ecstasy) disponibili in un’ampia gamma di colori e forme. Di solito non vi si trovano oppioidi (che sono “depressivi” e agiscono in direzione “opposta” rispetto ai farmaci con effetto stimolante) ma da qualche tempo le analisi di un gran numero di campioni di queste compresse hanno evidenziato la presenza contemporanea di oppioidi e metanfetamine. Come ha evidenziato l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) nel World Drug Report 2024 : “L’aumento dell’uso e della produzione di metanfetamina in Afghanistan è soggetto a crescente preoccupazione nell’Asia sud-occidentale, dove il traffico della sostanza si sta estendendo oltre questa regione”.

Ma pochi mesi dopo la presa di Kabul, apparentemente, tutto cambia. Con il bando alla raccolta dell’efedra (dicembre 2021) e il divieto alla coltivazione dell’oppio (aprile 2022) i Talebani sembrano voler dare seguito al programma del loro leader Hibatullah Akhundzada per eradicare le coltivazioni di papavero.

Ci sono però alcuni elementi da tenere in considerazione. Questi divieti arrivano dopo raccolti estremamente abbondanti delle due piante che hanno permesso di immagazzinarne quantità ingenti. Secondo le stime del ricercatore indipendente David Mansfield -che dal 1997 indaga le economie illecite dell’Afghanistan- “è probabile che attualmente nel Paese rimangano scorte significative di oppio, dato che la sua produzione ha superato le seimila tonnellate all’anno per gran parte dell’ultimo decennio”, contro le tremila degli anni Novanta. Ed è probabile che le quantità stoccate siano addirittura superiori “a causa della sistematica sotto-dichiarazione dei rendimenti”, aggiunge Mansfield. Informazioni confermate anche dalle fonti di Cisda sul terreno. I due divieti hanno inoltre avuto un impatto diretto sull’impennata del prezzo di oppio e metanfetamine a livello globale, continuando a garantire ingenti guadagni.

In secondo luogo, quello talebano non è un governo coeso: le fazioni opposte si scontrano quotidianamente a Kabul e nelle province l’applicazione dei diktat del governo centrale non è omogenea. Non sempre la popolazione rurale -per la quale la coltivazione dell’oppio è spesso l’unica fonte di sussistenza- rispetta questi divieti e spesso sono gli stessi amministratori locali a ignorare le direttive dei leader. Come riporta sempre Mansfield “alcuni comandanti Talebani incaricati di scoraggiare la coltivazione del papavero da oppio e di distruggere le coltivazioni, hanno fatto il possibile per evitare di mettere in pratica l’editto”.

E infatti UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine) ha rilevato che nel 2024 , dopo la drastica riduzione registrata nel 2023, la produzione di oppio è aumentata del 30% rispetto all’anno precedente e il valore del raccolto di oppio del 2024 ammonta a circa 260 milioni di dollari, con un aumento del 130% rispetto all’anno precedente. È vero che la coltivazione rimane del 93% e inferiore dell’80% rispetto ai livelli del 2022, ma evidenzia il mercato dell’oppio si stia riattivando.

L’emanazione di questi divieti ha avuto conseguenze interessanti. Partiamo dal mercato delle metanfetamine: all’aumento della raccolta dell’efedra ha fatto seguito un abbassamento sia del prezzo della materia prima (da 1,8 dollari al chilo del 2020 a 0,63 del novembre 2021) sia della metanfetamina che è passata dai circa 286 dollari del 2020 ai 187 alla fine del 2021. Il bando imposto dai Talebani ha avuto l’effetto di far risalire in pochi giorni il prezzo dell’efedra (nel 2025 il costo varia da 7,70 a 8,51 dollari al chilo all’ingrosso e da 11,06 a 12,22 dollari al dettaglio) e quello delle droghe sintetiche derivate il cui prezzo ha avuto un’impennata a gennaio 2022 (un mese dopo il divieto di raccolta dell’efedra) arrivando a circa 530 dollari al chilo per toccare i 600 a dicembre dello stesso anno.   

Un guadagno per i commercianti (che nel giro di pochi mesi hanno visto quadruplicare il valore del prodotto stoccato) e soprattutto un aumento del “gettito fiscale” per il governo di Kabul: che incassa sia sul trasporto di efedra (circa 5.700 dollari a camion, contro i mille degli anni scorsi) sia sul contrabbando di metanfetamine oltre i confini del Paese la cui “tassa” è passata da 3,75 a 7,15 dollari al chilo nel 2022. Solo quest’ultima voce, secondo le stime contenute in un report di Alcis del gennaio 2023  ha permesso ai Talebani di incassare circa 26 milioni di dollari all’anno. Senza contare che i Talebani impongono tasse sui laboratori clandestini che producono metanfetamina, specialmente in province come Nangarhar, Ghazni e Farah.

Oggi il prezzo delle metanfetamine si è stabilizzato intorno ai 350 dollari al chilo e l’Afghanistan ne rimane uno dei principali produttori, continuando a rimpinguare le tasche dei Talebani.

Anche i prezzi dell’oppio e dell’eroina sono aumentati vertiginosamente a seguito del divieto imposto ad aprile 2022, attestandosi ai livelli più alti degli ultimi vent’anni. Per quanto riguarda l’oppio, prima del divieto, nel 2021, il prezzo era stabilizzato intorno ai 75 dollari al chilo per passare a 219 dollari subito dopo il divieto con una continua crescita fino a raggiungere il massimo storico dei 750 dollari nel 2024.

Date le levate scorte accumulate e la graduale ripresa della coltivazione, i guadagni derivanti dall’oppio sono garantiti ancora per molti anni.

La decisione di vietare la coltivazione dell’oppio e la raccolta dell’efedra non ha dunque danneggiato economicamente i Talebani. Inoltre, un articolo di Foreign Policy  del settembre 2023 afferma che i Talebani hanno ampliato le loro attività nel commercio di metanfetamine, passando dall’uso di precursori naturali come l’efedra a sostanze chimiche industriali più economiche e facilmente reperibili. Questo cambiamento ha reso la produzione più efficiente e redditizia, permettendo ai Talebani di includere la metanfetamina nelle spedizioni di eroina destinate a mercati internazionali, tra cui Australia, India, il Golfo Persico, l’Asia centrale e porti europei come Rotterdam e Anversa.

Ma c’è un altro aspetto molto importante da tenere in considerazione: come avevano già fatto nel 2001, al di là delle dichiarazioni ufficiali, una delle principali motivazioni politiche che ha ispirato questi divieti è il tentativo del governo di Kabul di accreditarsi presso la comunità internazionale. Ottenendo così un riconoscimento formale e la conseguente apertura a investimenti di capitali esteri nel Paese. È questa la vera posta in gioco e per vincerla i Talebani potrebbero essere disposti a rinunciare (o più probabilmente a limitare) gli introiti derivanti dal narcotraffico. Ma qui usciamo dal campo dei fatti ed entriamo in quello delle ipotesi.


I tossicodipendenti in Afghanistan

 

Oggi l’Afghanistan, sul piano economico, è come un buco nero che emette onde di insicurezza e caos in una regione che sta attraversando molteplici crisi. Le infrastrutture del paese sono in rovina. I servizi pubblici essenziali presenti in qualsiasi paese sottosviluppato qui non esistono.

Non ci sono acqua corrente, elettricità, reti telefoniche, strade carrozzabili.

È difficile dunque quantificare il numero esatto dei tossicodipendenti. Nel 2005 c’erano circa 200.000 dipendenti da oppio. Nel 2009 erano già saliti a un milione (cifra che, secondo l’ONU comprendeva circa il 3% delle donne afghane) e nel 2020 i tossicodipendenti da varie droghe (oppio, eroina, metanfetamine ecc.) hanno raggiunto i 2,5 milioni per arrivare a 2,9 milioni nel 2023. Non sono disponibili dati ufficiali aggiornati, ma le tendenze indicano un ulteriore aumento del numero di tossicodipendenti.

Secondo le stime del Ministero della Salute Pubblica afghano, alla fine del 2022 il numero delle donne tossicodipendenti era vicino al milione e quello di ragazzi e ragazze oltre 100.000. I motivi principali per cui le donne cadono nella tossicodipendenza sono la situazione economica e la mancanza di lavoro. La precarietà le rende incapaci di combattere per la propria vita o di provvedere alla propria famiglia, e il modo più semplice è fare uso di sostanze. In molti casi sono i mariti a iniziarle. Madri che hanno usato droghe durante la gravidanza, quando i figli piangono per farli tacere danno loro della droga. Quindi fin dalla giovane età questi bambini sono dipendenti.

I dati relativi alle figure maschili sono altrettanto allarmanti: soprattutto uomini e ragazzi fanno uso di tramadolo e captagon, la “droga dei jihadisti”, un’amfetamina che toglie la stanchezza e la paura.

 

 

 

Muoversi per una donna è sempre più difficile

Per più di due decenni l’Afghanistan ha detenuto un primato drammatico: la maggior parte dei rifugiati registrati dalle Nazioni Unite proveniva da qui, da questo territorio stretto tra vicini ingombranti, ecologicamente fragile, martoriato dai conflitti e tornato, prima parzialmente e poi totalmente, sotto il potere dei Talebani: “La crisi da migrazioni forzate dall’Afghanistan è una delle più ampie e delle più prolungate nei sette decenni di storia dell’Unhcr”, ha dichiarato l’Alto commissario dell’ONU per i Rifugiati, Filippo Grandi.

Ci sono più di 6 milioni di rifugiati afghani nel mondo e 4,2 milioni di sfollati interni (UNHCR), costretti a lasciare le proprie case per insicurezza, calamità naturali, povertà o per scelta. Nel 2024, l’Afghanistan è stato il terzo paese al mondo per numero di rifugiati dopo la Siria e il Sudan, ma il 2024 è stato anche l’anno dei rimpatri forzati dall’Iran e dal Pakistan: tra settembre 2023 e aprile 2025 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha documentato che oltre 2,43 milioni di migranti afghani irregolari sono tornati dal Pakistan e dall’Iran, di cui il 54%, è stata rimpatriata forzatamente.

Il governo pakistano ha avviato la seconda fase del suo Piano di Rimpatrio degli Stranieri Illegali (IFRP), che potrebbe avere un impatto stimato su 1,6 milioni di migranti afghani irregolari e titolari di Carta di Cittadino Afghano (ACC) per tutto il 2025. Annunciato nell’ottobre 2023, l’IFRP mira a rimpatriare i migranti afghani dal Pakistan in tre fasi. Dopo il grande afflusso nella prima fase, tra settembre e dicembre 2023, l’OIM segnale che i rimpatri sono ripresi con una forte intensità: tra il 1° e il 13 aprile 2025, l’OIM ha registrato un forte aumento dei rimpatri forzati, con quasi 60.000 persone che hanno attraversato nuovamente il confine con l’Afghanistan attraverso i valichi di frontiera di Torkham e Spin Boldak. Nel frattempo, i rimpatri dall’Iran sono rimasti costantemente elevati dalla fine del 2023 e per tutto il 2024; le autorità iraniane hanno anche annunciato l’intenzione di intensificare le espulsioni nel 2025 (IOM).

Ma i rimpatri forzati non riguardano solo Pakistan e Iran. Il Joint-Way Forward, l’accordo tra l’Unione europea e il governo di Ashraf Ghani firmato a Bruxelles nell’ottobre 2016 prevede il rimpatrio – anche forzato – di tutti quegli afghani la cui richiesta di asilo venga rigettata dai Paesi membri.  L’Europa ha trovato un alleato nella Turchia, che nel 2018 ha cominciato a condurre veri e propri rimpatri di massa di afghani, senza chiedere l’assistenza dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

I dati Eurostat indicano che 19.390 afghani sono stati rispediti indietro dai Paesi dell’Unione europea tra il 2015 e il 2017, di cui circa la metà forzatamente, e 26.900 nel 2019. Dopo la presa del potere da parte dei Talebani nell’agosto 2021, molti Paesi dell’UE hanno sospeso i rimpatri forzati verso l’Afghanistan, riconoscendo l’instabilità e i rischi per i diritti umani nel Paese. Tuttavia, alcuni Stati membri hanno espresso il desiderio di continuare tali rimpatri. Ad esempio, nel 2021, sei Paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi) hanno chiesto alla Commissione Europea di proseguire con i rimpatri, sostenendo che fermarli avrebbe potuto incentivare ulteriori migrazioni verso l’Europa: dal 2021 al terzo trimestre 2024 sono stati rimpatriati 7.645 afghani dai paesi dell’UE, di cui 5.980 forzatamente.

Il Relatore Speciale dell’ONU Richard Bennet nel suo ultimo Rapporto evidenzia il timore di persecuzione nei confronti dei rimpatriati: “Tra questi rientrano anche individui che necessitano di una maggiore protezione internazionale, come donne e ragazze, persone LGBT+, ex funzionari pubblici, personale militare, giudici, pubblici ministeri, minoranze, difensori dei diritti umani, attivisti e giornalisti. Alcuni afghani sono fuggiti nei paesi limitrofi dopo aver ricevuto indicazioni di reinsediamento in un paese terzo, solo per poi ritrovarsi di fronte a programmi di reinsediamento respinti o modificati negativamente”.

Se una parte dei rimpatriati rischia di essere sottoposta a violenze e persecuzioni una volta varcato il confine, per molti di loro si tratta comunque di un vero disastro economico perché rappresentano quell’immenso bacino di lavoratori informali che non potranno più sostenere le famiglie. La storia delle migrazioni afghane insegna infatti che la mobilità, interna o transnazionale, è sempre stata parte del panorama sociale e culturale afghano alla ricerca di condizioni di vita migliori. Guerre e insicurezza non sono dunque le uniche ragioni delle migrazioni che hanno intensificato e reso più drammatico un processo già in atto.

In questo contesto, con il reinsediamento dei Talebani il perimetro della mobilità delle donne è ancora più limitato. Qui non si tratta di muoversi più o meno facilmente oltrefrontiera, ma di riuscire a uscire da casa per fare una passeggiata, ma anche per andare dal medico o a fare la spesa. Sotto il regime dei Talebani, le donne sono soggette a restrizioni severe riguardo alla loro libertà di movimento. In particolare, è richiesto che siano accompagnate da un mahram (un parente maschio stretto, come padre, fratello, marito o figlio) quando si spostano, soprattutto per viaggi superiori a 72 chilometri. Le donne senza un mahram spesso incontrano difficoltà nell’accedere a servizi sanitari, lavorativi o governativi e in alcune province, sono state arrestate per essersi spostate senza accompagnatore (European Union Agency for Asylum).

L’ultimo Rapporto UNAMA  rileva inoltre che le  autorità talebane, attraverso la polizia religiosa, hanno intensificato i controlli, effettuando ispezioni nei luoghi pubblici e arrestando donne che violano queste restrizioni. Nel Rapporto si legge anche che gli ispettori hanno ordinato a cliniche sanitarie, negozi, mercati, uffici governativi e tassisti di negare i servizi alle donne non accompagnate da un mahram, oltre a impedire loro di accedere ad altri spazi pubblici.

Le donne che non hanno un mahram, come vedove o divorziate, si trovano in una situazione particolarmente difficile: molte sono costrette a pagare uomini per accompagnarle in attività quotidiane, come andare dal medico o firmare contratti di affitto.

Il divieto di accesso delle donne e delle ragazze ai bagni pubblici, ai parchi e alle palestre, insieme alle politiche del mahram e dell’hijab, ha creato un ambiente in cui è difficile per le donne e le ragazze lasciare le proprie case. Nelle parole di un’ex studentessa, “le donne sono in carcere, non possono lavorare, studiare o uscire. Siamo depresse”, si legge nel report rilasciato nel giugno 2023 dall’Human Rights Council dell’ONU che, inoltre, riferisce che i gruppi di più di tre o quattro donne vengono regolarmente dispersi dai funzionari, sostenendo la necessità di prevenire le proteste. Un intervistato ha spiegato che “anche se un piccolo gruppo di ragazze si siede insieme, i Talebani chiedono cosa stanno facendo”.

 

I delitti contro le donne… non sono delitti

Per le donne in Afghanistan non c’è giustizia, c’è una mirata e ossessiva persecuzione di genere. Il Ministero della Giustizia e tutte le leggi che vigevano nel paese sono state smantellate, così come il Ministero degli Affari femminili e tutti i programmi di sostegno alle donne vittime di violenza. L’unica legge in vigore nel paese è la sharìa, secondo l’interpretazione estrema dei Talebani. Legge, declinata in innumerevoli divieti, sempre più numerosi, che escludono le donne dalla vita sociale e sospendono la vita stessa.

E se limitare i diritti delle donne e delle ragazze è il principale risultato previsto degli editti, diversi editti sono diretti agli uomini (per esempio, un dipendente pubblico rischia la sospensione dal lavoro se sua moglie o sua figlia non indossano “l’hijab adeguato”) contribuendo così ad aumentare il controllo sociale sulle donne.

I delitti contro le donne non hanno nemmeno la dignità di essere delitti, sono comportamenti, governati dalla sharia. Accettati. Accolti dentro la vita di ogni giorno. L’impunità è totale. La violenza domestica e sociale non è più reato. Non c’è più nessuna autorità alla quale appellarsi. Nelle corti talebane le decisioni, in ambito sia civile che penale, vengono prese dagli uomini in assenza delle donne. I codici cambiano e sono i Talebani a possederli. La giustizia è sprofondata nel fanatismo. Basta la sharia.

Chiedere un intervento della corte talebana, mette le donne a rischio di violenza e violenza sessuale: le donne che chiedono il divorzio o fuggono da situazioni domestiche violente sono le più colpite, poiché sono abitualmente costrette a tornare a relazioni violente. Gli esperti dell’ONU hanno sentito gli avvocati che gestiscono casi in cui donne che erano andate in tribunale chiedendo il divorzio sono state ammonite dal giudice con osservazioni del tipo “la tua mano non è rotta, la tua gamba non è rotta, perché vuoi il divorzio?”, “Ottieni prima il consenso di tuo marito” e categoricamente “non puoi divorziare”. Il ritorno forzato delle donne a partner violenti è stato ulteriormente esacerbato da un editto secondo cui qualsiasi caso di divorzio risolto durante l’era della Repubblica può essere rivisto da un giudice dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.

Le donne che lavoravano in ambito giuridico, avvocate, procuratrici, giudici, sono senza lavoro, vivono nascoste e minacciate per la loro passata attività a favore delle donne. Sono anche il bersaglio di uomini condannati per le violenze inflitte e liberati dai Talebani. Uomini che cercano tenacemente vendetta.

L’applicazione della giustizia talebana ha riportato alle cronache le punizioni corporali comminate in pubblico: dal 2021 oltre 1.000 persone, tra cui oltre 200 donne, sono state fustigate in pubblico; nei primi tre mesi del 2025, l’UNAMA ha documentato punizioni corporali giudiziarie contro almeno 180 individui (142 uomini, 35 donne e tre ragazze).

Dopo la presa di potere nel 2021, i Talebani hanno effettuato arresti arbitrari su vasta scala, colpendo attivisti, giornalisti, ex funzionari governativi e manifestanti pacifici. Molti detenuti sono stati imprigionati senza processo o con accuse vaghe, spesso legate a presunte violazioni delle norme morali o religiose.

Le carceri afghane sono sovraffollate e mancano di servizi essenziali. I detenuti affrontano condizioni igieniche precarie, accesso limitato a cure mediche e alimentazione insufficiente. Pul-e-Charkhi, la principale prigione di Kabul, è nota per le sue condizioni brutali.

Le donne incarcerate affrontano abusi particolarmente gravi: secondo il Relatore Speciale delle Nazioni Unite, ci sono testimonianze credibili di molestie sessuali e stupri nelle prigioni talebane, oltre alle torture di vario tipo applicate ai detenuti uomini come essere appesi per i piedi, mettere sacchetti di plastica sulla testa e sul viso, fustigazioni, mettere la canna di un kalashnikov vicino alle orecchie con la minaccia di morte.

Tra i reati che portano all’affollamento delle carceri ce n’è uno particolarmente odioso in un paese dove l’insicurezza alimentare riguarda il 75% della popolazione: nel 2024 sono state introdotte severe leggi anti-mendicità che hanno portato all’arresto di quasi 60.000 persone a Kabul. Le donne arrestate per mendicità denunciano stupri, percosse e lavori forzati durante la detenzione e alcuni bambini detenuti con le madri sono stati picchiati a morte.

Chi ancora combatte per la giustizia delle donne

Nell’oscuro vuoto nel quale il paese è precipitato, dove la giustizia per le donne si è sbriciolata e se ne nega perfino l’esistenza, ci sono donne che mantengono vive piccole luci di protezione.

Organizzazioni di donne coraggiose come RAWA, HAWCA, OPAWC, continuano a cercare di difendere le donne, schivando, come possono, i divieti e le sanzioni talebane. Scuole segrete, dove ancora si parla di diritti e di giustizia per le donne, dove si trovano conforto e aiuto, piccoli appartamenti nascosti e sicuri dove le donne a rischio possono rifugiarsi, dopo la chiusura degli shelter, e cercare di vivere una vita protetta, nell’ombra.  È proprio nell’ombra, dove le donne si nascondono, che si coltiva la speranza.


Com’era prima: la giustizia nei 20 anni di occupazione USA/NATO

La violenza strutturale contro le donne non è stata intaccata nel corso degli ultimi 20 anni, nonostante la propaganda. Le opportunità c’erano, ma non per tutte. A fronte di alcune donne che riuscivano ad affermare la propria autonomia e a percorrere la propria strada professionale, spesso con gravi rischi (attacchi alle scuole e alle studentesse, omicidi mirati dei Talebani alle donne professionalmente attive, minacce e intimidazioni), il resto del mondo delle donne afghane soffocava nel silenzio e nella quotidiana violenza che raggiungeva l’87% delle donne.

La giustizia per i reati commessi contro di loro restava una chimera ma esistevano fondamentali strutture di sostegno per le donne: Centri di Aiuto Legale, con assistenza legale, medica e psicologica, Case Protette, Ministero degli Affari Femminili, associazioni e Ong molto attive. L’impunità per i delitti contro le donne è rimasta comunque molto alta in tutto questo periodo.

Le leggi in vigore 2001/2021

Eppure, le leggi buone c’erano. Il sistema giudiziario era stato riformato proprio dagli italiani Eccole.

Ratificata nel 2003, la CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne).

Nel 2004 la Costituzione prevede l’Articolo 22: “I cittadini afghani, sia uomini che donne, hanno gli stessi diritti di fronte alla legge.” L’efficacia di questo articolo è però indebolita dall’Articolo n. 3: “Nessuna legge può essere contraria ai principi e alle disposizioni della sacra religione dell’Islam”, la sharia dunque è fondamento del diritto e non può essere ignorata in alcun caso.

Nel 2009 la legge EVAW (Eliminazione della violenza contro le donne, trasformata in legge da Karzai ma mai ratificata dal Parlamento) prevede sanzioni penali per i colpevoli di 17 forme diverse di violenza e criminalizza le tradizioni dannose, ba’d (bambine date in spose per riparare un torto) e badal (scambio di ragazze e bambine tra famiglie).

Solo il 5% dei casi è trattato con la procedura penale sotto la legge Evaw (Unama ’16); nell’80% dei casi funziona o la mediazione familiare o la Giustizia Parallela, sistema giuridico informale basato sulla sharìa e sulle leggi tribali tradizionali.

In pochi si rivolgono alla Giustizia governativa per gli alti costi della corruzione.

Purtroppo, le buone leggi, nei 20 anni di occupazione, sono state poco usate e molto ostacolate.

Le strutture del potere, che avrebbero dovuto applicarle, come il Parlamento o il Governo delle diverse province, erano saldamente in mano ai Signori della Guerra, potenti capi tribali, fondamentalisti feroci, che si erano macchiati di innumerevoli crimini di guerra oppure ai Talebani che continuavano a governare parte del paese. Proteggere le donne e condannare i colpevoli di violenza non era certo una loro priorità. Ostacolare i percorsi intrapresi per ottenere giustizia, era prassi comune nella quale venivano utilizzate minacce, intimidazioni, omicidi.

I sistemi giuridici. La difficile scelta delle avvocate

Come ci hanno spesso raccontato le avvocate che si battevano per i diritti delle donne, quando si è di fronte a una cliente in difficoltà, bisogna sostenere e coltivare il suo coraggio, ma rispettarne la paura. Difendere le donne e pretendere i loro diritti fondamentali era un’attività molto rischiosa per la cliente e per l’avvocata. Si potevano seguire percorsi legali diversi per cercare di ottenere giustizia, a seconda delle situazioni e dei rischi.

Processo Penale. Denunciare penalmente l’uomo violento sotto la legge Evaw, era una strada piena di ostacoli. Si prevedeva la condanna dell’aggressore, (che spesso scontava pene molto brevi perché era in grado di minacciare i giudici o corrompere le autorità) e diventava quindi più probabile la ritorsione violenta da parte dell’accusato e della sua famiglia.

Il processo civile alla Family Court. Non erano previste condanne né pene né denunce, il colpevole rimaneva impunito, ma si poteva ottenere almeno il divorzio, un prezioso pezzo di carta che sanciva la libertà della donna dal marito violento.

Mediazione Familiare. Era sempre il primo gradino, entrare nella famiglia, discutere, ottenere rassicurazioni e impegni positivi. Mettere sotto sorveglianza. Raramente efficace.

La Shura, Corte Tradizionale, Assemblea degli anziani e dei religiosi. Nella shura è in vigore la sharìa e le decisioni raramente sono a favore della donna. Ma, a volte, era l’unica strada e poteva sancire una separazione dal marito violento.