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Ahdia, Laghman

Pubblicazione: 1 Gennaio 2023

Ahdia è una donna disperata, ha perso da poco suo figlio di 18 anni che era soldato nell’ANA (Afghan National Army). Ha avuto sei figli, quattro ragazze e due maschi. Come migliaia di altre famiglie afghane che vivono una situazione economica difficile, è stata costretta a far arruolare suo figlio, appena diplomato, nell’esercito. Il ragazzo ha combattuto con l’esercito solo per sei mesi. È molto comune che i nuovi arruolati, soldati giovani, siano mandati in prima linea, anche se inesperti, e spesso vengono uccisi. Un giorno bussano alla porta dei ragazzi in uniforme e annunciano alla famiglia che il loro amico e compagno è morto e che il corpo è stato trasportato a Kabul. Quando Ahdia va a Kabul per riconoscere il figlio, non può farlo perché il corpo è tutto bruciato, irriconoscibile. Sono i suoi compagni a riconoscerlo, conoscono le circostanze di quella tragedia. A quel punto possono portare a Laghman il corpo del figlio, dove vivono. Questo procedimento è molto lungo ed è una tortura insopportabile per tutta la famiglia. Ahdia racconta piangendo: ’Eravamo poveri ma vivevamo una vita relativamente felice. Nonostante io abbia sposato contro la mia volontà quest’uomo anziano, siamo stati capaci di vivere decentemente insieme. Come contadino, mio marito aveva un reddito molto basso. Lavorava nella terra di altri padroni. Eravamo una grande famiglia e vivevamo tutti insieme in un’unica stanza. Avevo comprato qualche gallina e vendendo le uova e dei polli riuscivo a portare a casa un po’ di denaro in più. Mi sono occupata della mucca del vicino per diversi anni e, in cambio dei miei servizi, il vicino mi ha dato un vitello. Dopo un po’ di tempo, sono riuscita a vendere il vitello che ormai era diventato una mucca, e con quei soldi , siamo riusciti a vivere un po’ meglio e a mandare a scuola i ragazzi.
Mio marito soffriva di una brutta asma e non abbiamo mai potuto curarlo o portarlo in un ospedale ben attrezzato, così lui è peggiorato, le sue condizioni erano instabili, e, alla fine, è morto. Dopo questa tragedia, non avevamo più nemmeno una moneta per mangiare. Tutto quello che eravamo riusciti a risparmiare se n’è andato per le cure e per il funerale. Per poter vivere e dar da mangiare ai miei figli, non avevo che una scelta: mandare il mio figlio maggiore o a raggiungere i talebani o l’Esercito. Combattere era l’unico lavoro possibile. Lui era il maggiore e gli altri fratelli erano troppo piccoli per poter lavorare e sostenerci in qualche modo. Ma solo dopo sei mesi ho avuto davanti a me il suo corpo bruciato… perché sono ancora viva? Io ho bruciato mio figlio con le mie stesse mani…’
Niente può consolare Ahdia, niente può darle speranza, ma deve comunque resistere e stare in piedi perché i suoi altri figli hanno bisogno di lei e quest’anno sono tutti abbastanza grandi per andare a scuola. Ahdia viene da un’area remota del paese, molto chiusa, dove le donne non possono lasciare la propria casa né cercare lavoro né andare a fare le faccende nelle case di altre persone. Sa bene di non essere l’unica in difficoltà economiche nel suo vicinato ma è completamente spezzata dalla perdita del figlio di cui si sente in colpa. Non è un dolore facile da sopportare e ogni giorno si sente più debole. È preoccupata per il futuro dei suoi figli e non ha nessun parente o amico che possa aiutarla o confortarla. Ha bisogno di una mano per sostenere la famiglia, finché i suoi figli possano essere abbastanza grandi da lasciare la casa e vivere autonomamente.’ Non riesco più a trovare la forza di vivere, sono una persona completamente devastata ma cosa devo fare con i miei figli? Loro devono crescere, devono vivere.’

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Il sostegno economico darebbe un po’ di pace a questa donna, permettendole di far mangiare e studiare i suoi figli, finché siano loro a portare a casa di che vivere, dato che a lei non è permesso.

Aggiornamento gennaio 2023

Ahdia vive una vita molto difficile, ma non si lamenta mai ed è molto coraggiosa. Alleva polli e vende polli e uova per strada ma guadagna davvero molto poco. Non può coprire le spese quotidiane della famiglia. È stata molto felice di ricevere il denaro della sua sponsor. “Non avevo nulla per comprare da mangiare per noi,- ci racconta – e adesso sono ricca e posso far mangiare i miei figli e stare al caldo. Grazie, ci hai salvato in questo triste inverno. Sono molto felice di averti nella mia vita, tu sei quella che sa entrare nella terribile vita delle donne e le salva dal disastro.” Ahdia non si arrende e, incoraggiata dal sostegno che riceve, continua a combattere i suoi quotidiani ostacoli.

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Una storia del progetto Vite preziose.

La fotografia è di solo carattere grafico e non rappresenta la donna protagonista della storia. Data la attuale situazione in Afghanistan, per evitare l’identificazione delle donne i nomi sono stati modificati, così come i luoghi dove si svolgono i fatti.

 

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