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Autore: Patrizia Fabbri

L’ipocrisia dell’Unione europea

Mentre continua a proclamarsi campione mondiale dei diritti umani, l’Unione Europea ha appena compiuto uno dei passi più controversi e politicamente ambigui degli ultimi anni: accogliere una delegazione talebana nel cuore dell’Europa per discutere di rimpatri, migrazione e cooperazione consolare. Una scelta che segna un precedente pericoloso e che rischia di trasformare la realpolitik europea in una clamorosa resa alle richieste talebane.

Il 23 giugno una delegazione di cinque rappresentanti talebani, guidata dal portavoce del ministero degli Esteri Abdul Qahar Balkhi, è stata ricevuta nella capitale europea per colloqui ufficialmente definiti “tecnici”. Secondo Bruxelles, l’obiettivo era discutere il ritorno di cittadini afghani privi di diritto di soggiorno nell’UE. Ma la versione fornita dagli stessi Talebani racconta una realtà molto diversa: ripristino dei servizi consolari, misure di fiducia reciproca e nuove forme di cooperazione politica. In altre parole, non semplici procedure amministrative, ma un dialogo che porta inevitabilmente con sé una dimensione diplomatica.

Ed è proprio qui che emerge l’ipocrisia dell’Unione europea.

Per anni Bruxelles ha sostenuto che qualsiasi forma di riconoscimento del regime talebano sarebbe stata subordinata a condizioni precise: rispetto dei diritti umani, tutela delle donne, inclusività politica e garanzie fondamentali per la popolazione afghana – e l’ultima di queste dichiarazioni è avvenuta pochi giorni fa al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Nessuna di queste condizioni è stata soddisfatta. Al contrario.

Dal ritorno al potere nell’agosto 2021 i Talebani hanno cancellato l’istruzione femminile oltre il livello primario, escluso le donne da gran parte del lavoro pubblico, limitato drasticamente ogni loro libertà, instaurando un sistema che, sempre più diffusamente nell’opinione pubblica e nelle istituzioni internazionali, e dalla stessa Unine europea, viene descritta apertamente come apartheid di genere, messa in atto da un governo fondamentalista che non deve essere riconosciuto formalmente, né agevolato nei fatti. Eppure oggi le istituzioni europee hanno deciso di contraddire tutti i principi dichiarati.

Le voci contrarie

La parlamentare europea Hannah Neumann è stata tra le voci più dure contro questa decisione. Il suo messaggio è semplice e dirompente nella sua chiarezza: non esistono colloqui “tecnici” con i Talebani. Ogni invito, ogni visto, ogni incontro ufficiale costituisce un segnale politico. E il segnale inviato questa settimana è che i Talebani possono ottenere accesso alle istituzioni europee senza aver cambiato di una virgola le proprie politiche repressive.

La questione centrale è che i Talebani non cercano soltanto accordi amministrativi. Cercano legittimità internazionale.

Dopo quasi cinque anni di isolamento diplomatico, qualsiasi fotografia di gruppo a Bruxelles, qualsiasi comunicato che parli di incontri con funzionari europei, diventa propaganda preziosa per Kabul. Il messaggio che il regime può trasmettere alla propria popolazione e ai sostenitori internazionali è semplice: l’Europa ci riceve, l’Europa tratta con noi, l’Europa ci considera interlocutori.

Le organizzazioni per i diritti umani lo hanno capito perfettamente. Amnesty International ha definito “sconsiderata” l’idea di costruire accordi di deportazione con un regime che continua a violare sistematicamente i diritti fondamentali e ha chiesto di interrompere ogni cooperazione finalizzata ai rimpatri forzati verso l’Afghanistan.

Anche un gruppo di parlamentari europei, ex parlamentari afghani e attivisti ha denunciato il rischio di normalizzazione del regime talebano. In una lettera aperta alle istituzioni europee, i firmatari hanno ricordato che il movimento islamista non ha rispettato nessuno dei criteri fissati dall’UE per l’avvio di relazioni ufficiali. Hanno inoltre avvertito che la cooperazione sui rimpatri potrebbe trasformarsi in una sorta di ricatto politico: concessioni diplomatiche in cambio della collaborazione sul controllo migratorio.

L’Afghanistan non è un paese sicuro

Ma c’è un altro elemento che rende questa vicenda ancora più inquietante.

 

Mentre Bruxelles discute di deportazioni, le Nazioni Unite continuano a documentare arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e persecuzioni sotto il regime talebano. Lo stesso relatore speciale dell’ONU per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, ha ricordato che il principio di non-respingimento vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali esiste un rischio concreto di persecuzione o tortura. Nessuna assicurazione fornita dalle autorità talebane è credibile e può annullare tale rischio.

E invece in questi giorni l’UE ha approvato in grande spolvero un nuovo regolamento sui rimpatri che facilita e rende più rapide e uniformi le procedure per espellere i migranti che non ci fanno comodo.

Come può l’Unione Europea sostenere contemporaneamente che l’Afghanistan sia troppo pericoloso per riconoscere il governo talebano ma sufficientemente sicuro per deportarvi migliaia di persone?

È una contraddizione che sta alla base dell’intera politica estera europea.

Da paria a interlocutori

Dietro questa contraddizione si intravede la crescente pressione interna sui governi. L’immigrazione è diventata uno dei temi più sensibili del dibattito politico europeo e molti esecutivi cercano strumenti per aumentare le espulsioni dei richiedenti asilo respinti. E’ in questa logica che i Talebani vengono trasformati da paria internazionali a interlocutori necessari.

Ma il rischio è che i principi vengano sacrificati alla politica securitaria.

Bruxelles insiste nel sostenere che questi incontri non equivalgono a un riconoscimento formale.

Tecnicamente è vero, politicamente no. Perché nella diplomazia internazionale i simboli contano quanto i documenti ufficiali. Perciò quando un regime accusato di repressione sistematica viene ricevuto nelle istituzioni europee, il messaggio che arriva al mondo è chiaro.

L’Europa può continuare a ripetere che non sta legittimando i Talebani. Ma ogni incontro, ogni visto e ogni tavolo negoziale raccontano una realtà diversa, di compromissione con il regime talebano, nella quale la difesa dei diritti umani rischia di diventare negoziabile quando entra in conflitto con le esigenze della politica migratoria.

Come ha affermato Bennett, l’incontro tra funzionari europei e rappresentanti talebani a Bruxelles rappresenta “un insulto alle donne afghane”. Questo è il punto: mentre milioni di donne e ragazze afghane sono private dell’istruzione, escluse dalla vita pubblica, dal lavoro e dalla partecipazione politica, i loro oppressori vengono ricevuti nelle capitali europee come interlocutori legittimi.

La presenza dei Talebani a Bruxelles non è un semplice incontro tecnico, ma il simbolo di una comunità internazionale che rischia di abituarsi all’apartheid di genere imposto dal regime e di considerarlo un fatto compiuto anziché una violazione da combattere.

 

 

Una piazza per le donne e il popolo dell’Afghanistan

“Libertà per le donne afghane!”

“Istruzione, Lavoro, Libertà”

“Coraggio, Dignità, Libertà”

“Free, free, afghan woman!”

“Azadi! Libertà!”

Questi alcuni degli slogan intonati in Piazza Santi Apostoli (Roma) durante la manifestazione “Donne di Herat – Istruzione Lavoro Libertà” dello scorso 21 giugno. Una manifestazione organizzata, soprattutto, dalla comunità afghana italiana – la maggior parte residente a Roma, ma non solo – con l’aiuto e la partecipazione di diverse organizzazioni e associazioni vicine alle donne e al popolo dell’Afghanistan.

La manifestazione si apre con un minuto di silenzio in ricordo di tutte le vittime dell’Afghanistan dei Talebani, con particolare enfasi sugli ultimi avvenimenti di Herat, in cui alcune donne sono state maltrattate e imprigionate per aver presumibilmente violato il codice di abbigliamento talebano; dopo questo episodio donne e uomini si sono riversati in una protesta tra le strade di Herat, accolti però dalla repressione dei Talebani, che hanno aperto il fuoco uccidendo una donna e un bambino (vittime confermate), e ferendo altri manifestanti. Un silenzio carico di emozione e di commozione e che racchiude, in realtà, dentro di sé un grido di stanchezza, rabbia, denuncia, forza, voglia e necessità di cambiamento.

Al silenzio si susseguono poi voci, contributi, testimonianze e rappresentazioni legati da un unico filo rosso: la solidarietà e la vicinanza alle donne dell’Afghanistan, la denuncia forte e decisa nei confronti dei Talebani e il loro regime di terrore, la mobilitazione civile che a gran voce si oppone a qualsiasi forma di apertura verso il regime e la resistenza di un popolo che si batte per un Afghanistan libero.

Le voci e la presenza delle associazioni e organizzazioni – come il Cisda, la Comunità di Sant’Egidio, Binario 15, Associazione Nawroz, Nove Caring Humans, Amnesty International, Partito Radicale – si sono susseguite alla voce e alla presenza dei singoli – come Stefano Liberti, Zahra Tofigh e Lucia Mazzanti (quest’ultima in veste di mediatrice dell’intero evento). Voci che hanno raccontato dell’Afghanistan, che hanno portato la voce diretta e indiretta delle donne e del popolo afghano, che hanno raccontato del proprio lavoro e del proprio contributo in solidarietà con le donne e con la comunità dell’Afghanistan e che hanno ampliato il grido di resistenza e di protesta.

Ma le vere e i veri protagonisti sono state donne, ragazze, uomini e ragazzi afghani presenti alla manifestazione. Studentesse e studenti, attiviste e attivisti, rappresentanti di associazioni e organizzazioni, famiglie con le proprie bambine e i propri bambini; sono le testimonianze dirette di un popolo che soffre e ha sofferto, di donne e ragazze che hanno vissuto sulla propria pelle la privazione e negazione di ogni diritto fondamentale, di uomini e ragazzi che vogliono sconfiggere la narrazione tossica e patriarcale dei Talebani, di artiste e artisti che con la propria arte e con le proprie rappresentazioni hanno raccontato l’incubo di vivere sotto un regime di terrore, di privazione, di morte. La loro voce e le loro testimonianze sono state accompagnate da letture di poesie e racconti, da canti e da balli, da piccole ma potenti messe in scene teatrali, da grida e da gesti – il più emblematico: il “Signal For Help” internazionale (palmo rivolto verso l’interlocutore, pollice piegato all’interno e chiusura e apertura delle altre dita) utilizzato come gesto silenzioso per comunicare una situazione di pericolo, utilizzato soprattutto dalle donne in dinamiche di violenza.

Voci, gesti e testimonianze di persone che sono riuscite a scappare dall’Afghanistan, ma che non per questo hanno dimenticato il loro popolo e le loro donne, e che cercano tutti i giorni di essere vicine e vicini a quel popolo e a quelle donne, di far sentire la loro voce, di battersi affinché più persone e donne possano scappare…ma soprattutto battersi affinché quel popolo e quelle donne possano liberarsi, una volta per tutte, dal terrore e dalla violenza del regime talebano e possano tornare a godere dei propri diritti e tornare a respirare e a vivere in un paese finalmente libero.

Tanti i cartelli e gli striscioni: slogan e frasi che richiamano la lotta e la libertà del popolo dell’Afghanistan, messaggi di solidarietà e vicinanza alle donne afghane, denunce dirette contro i Talebani, una lista di tutti i divieti emanati dai Talebani e che gravano sulla vita e sui corpi delle donne afghane, messaggi di pace, di resilienza e di resistenza. E infine un grande striscione bianco, su cui bambine e bambini afghani hanno colorato e disegnato, facendo sentire anche la loro piccola – ma non per questo meno grande ed importante – voce per le donne e per un popolo che molti di loro non hanno neanche avuto modo di incontrare.

Un coro di voci, di presenze e di contributi che hanno animato una piazza intera per quasi 3 ore e che ci ha tenuto a mandare un messaggio forte e chiaro: vicinanza e solidarietà al popolo e alle donne dell’Afghanistan, appoggio alla liberazione di un popolo contro un regime di terrore e di violenza, e opposizione alla complicità e al silenzio di gran parte della comunità e delle istituzioni europee e internazionali.

Giugno 2026. Rapporto sulla situazione in Afghanistan

Una delle organizzazioni afghane con le quali CISDA collabora ha inviato questo Rapporto sulle proteste seguite alle ultime inumane decisioni prese dalle autorità afghane e la dura repressione che ne è conseguita. “Oggi, più che mai, paura, incertezza e ansia incombono sulla vita delle donne e delle ragazze in Afghanistan.


Negli ultimi giorni, l’Afghanistan ha assistito a una significativa escalation di pressioni e restrizioni nei confronti di donne e ragazze. L’intensificarsi delle misure di sorveglianza, gli arresti di donne, le restrizioni alla libertà di movimento e la crescente presenza delle forze di sicurezza hanno generato paura e incertezza diffuse tra i cittadini. Per molte donne, la vita quotidiana è diventata sempre più difficile, con crescenti preoccupazioni per la propria sicurezza personale e per il futuro.

All’inizio di giugno, i funzionari del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio nella provincia di Herat hanno tenuto una riunione e annunciato un’applicazione più rigorosa delle norme relative all’abbigliamento femminile. Secondo le decisioni prese durante la riunione, le donne sono state obbligate a indossare indumenti approvati dalle autorità, tra cui il chadari (velo integrale) o il chador da preghiera. È stato inoltre specificato che le donne che non si fossero conformate a tali requisiti avrebbero potuto essere arrestate e incarcerate.

A seguito di questa decisione, le pattuglie della polizia morale sono aumentate significativamente in tutta la città di Herat e nei suoi mercati. Numerose segnalazioni indicavano che le donne venivano fermate anche quando indossavano quello che generalmente è considerato l’hijab islamico completo, semplicemente perché non indossavano il chadari o chador da preghiera. Secondo le testimonianze ricevute, diverse donne hanno subito trattamenti umilianti, pressioni psicologiche e ispezioni invasive dei loro telefoni cellulari. Messaggi personali e comunicazioni private sarebbero stati visionati durante alcune di queste ispezioni.

Le informazioni ricevute da fonti locali suggeriscono che queste misure hanno colpito in modo sproporzionato le donne delle comunità Hazara e sciite. In seguito agli arresti di donne a Herat, sono scoppiate manifestazioni nella zona di Jebrail, dove la maggior parte dei residenti appartiene alla comunità Hazara. I manifestanti hanno chiesto la fine degli arresti e dei maltrattamenti subiti dalle donne.

L’8 e il 9 giugno, le proteste si sono estese a Herat, con la partecipazione di donne, uomini e persino bambini. Secondo le fonti, le forze di sicurezza hanno usato la forza per disperdere i manifestanti, provocando vittime e feriti. Anche organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per l’uso della forza contro i manifestanti.

In seguito a questi eventi, diverse persone ferite hanno richiesto assistenza medica. Tuttavia, alcune segnalazioni indicano che in seguito hanno avuto paura di tornare nelle strutture sanitarie per timore di essere arrestati o interrogati. Diverse persone ferite si sarebbero nascoste nelle proprie case, pur necessitando urgentemente di cure mediche. Tra queste, alcune persone che hanno riportato ferite alle gambe e che non sono in grado o non vogliono farsi curare per timori legati alla sicurezza.

Venerdì si è svolta un’altra protesta a Herat, con i manifestanti che hanno marciato dalla Grande Moschea della città verso la sede del governo provinciale. Fonti locali hanno riferito che le autorità si erano precedentemente incontrate con gli anziani della comunità e avevano avvertito che qualsiasi manifestazione pubblica sarebbe stata repressa. Nonostante questi avvertimenti, la protesta è proseguita e sono stati segnalati ulteriori arresti.

Una delle ragazze che partecipa ai nostri programmi educativi ci ha informato che i telefoni cellulari di diversi insegnanti di una scuola di Herat sono stati controllati. Secondo il suo racconto, un insegnante è stato fermato dopo che le autorità hanno trovato sul suo telefono il numero di telefono di un organo di stampa internazionale e un messaggio vocale relativo alle proteste. Da allora la sua famiglia non è riuscita a ottenere informazioni sul suo luogo di residenza.

Siamo venuti a conoscenza anche del caso di una giovane donna che, al momento dell’arresto, era incinta di tre mesi. Secondo la sua famiglia, in seguito ha avuto una grave emorragia e ha contattato i parenti a tarda notte chiedendo aiuto. Le sue condizioni fisiche e psicologiche rimangono motivo di profonda preoccupazione.

In un altro caso, una giovane donna fidanzata ha subito gravi conseguenze sociali a seguito del suo arresto. Secondo il suo racconto, la famiglia del fidanzato ha annullato il fidanzamento dopo aver saputo del suo arresto. L’incidente ha avuto un profondo impatto sul suo benessere emotivo e sulle sue prospettive future.

Queste sono solo alcune delle storie che siamo riusciti a documentare. A causa delle forti restrizioni imposte ai media e alla libertà di espressione, ottenere informazioni indipendenti rimane estremamente difficile. Molte donne e ragazze non sono disposte a parlare apertamente delle loro esperienze per paura, pressione sociale e timori per la propria sicurezza. Di conseguenza, la reale portata del problema è probabilmente molto maggiore di quanto si possa documentare attualmente.

A Kabul, negli ultimi due giorni, i pattugliamenti della polizia morale sono aumentati significativamente. Sulla base di informazioni ricevute da studenti, insegnanti e famiglie, le donne sono state avvertite di evitare spostamenti non necessari fuori casa e di astenersi dal frequentare luoghi pubblici se non strettamente indispensabile. In alcune zone, le famiglie sarebbero state informate che le donne dovrebbero rimanere a casa, salvo in casi di necessità. Sono stati inoltre emessi avvisi secondo cui le donne sorprese in luoghi pubblici e ritenute non conformi alle norme vigenti potrebbero essere arrestate.

Allo stesso tempo, sono pervenute numerose segnalazioni di ispezioni dei telefoni cellulari delle donne. In alcuni casi, sono state esaminate fotografie personali e familiari memorizzate sui dispositivi e le donne sarebbero state avvertite che immagini considerate non conformi agli standard ufficiali potrebbero comportare ulteriori conseguenze. Queste pratiche hanno intensificato la paura e l’ansia tra le famiglie, spingendo molte donne ad evitare completamente gli spazi pubblici.

Abbiamo inoltre ricevuto informazioni secondo cui alcune donne, in particolare all’interno della comunità Hazara, avevano pianificato manifestazioni pacifiche per esprimere la propria preoccupazione per la situazione attuale. Tuttavia, dopo che le autorità sono venute a conoscenza di questi piani, sono state imposte ulteriori restrizioni e le misure di sicurezza sono state intensificate in alcune aree.

Date le circostanze attuali e al fine di garantire la sicurezza dei nostri studenti e insegnanti, siamo stati costretti a sospendere temporaneamente le nostre attività didattiche e a chiudere la nostra sede. Questa decisione è stata estremamente difficile per i nostri studenti. Quando è stata annunciata la chiusura, molte ragazze hanno pianto ed espresso profonda preoccupazione per il loro futuro.

Le abbiamo rassicurate dicendo che questa sospensione è temporanea e che speriamo di riprendere le lezioni non appena le condizioni saranno più sicure. Ciononostante, la paura, l’incertezza e la delusione erano chiaramente visibili tra di loro.

Una delle nostre studentesse, con le lacrime agli occhi, ha detto: “Cinque anni sono una parte enorme della nostra vita. Le donne di tutto il mondo non ci vedono? Cosa abbiamo fatto di male per dover vivere in questo modo?“. Un’altra studentessa ha affermato: “Ogni volta che penso che la situazione non possa peggiorare, viene imposta una nuova restrizione o un nuovo divieto”. Oggi, più che mai, paura, incertezza e ansia incombono sulla vita delle donne e delle ragazze in Afghanistan. Nonostante queste immense difficoltà, molte continuano ad aggrapparsi alla speranza e a lottare per il loro diritto all’istruzione, alla dignità umana e a un futuro migliore.

 

Corso per estetiste e parrucchiere

L’Afghanistan sta attualmente affrontando una grave crisi economica e sociale. Le restrizioni all’occupazione femminile hanno lasciato migliaia di famiglie senza una fonte di reddito affidabile. In molte famiglie, le donne svolgevano in passato un ruolo significativo nel sostentamento economico familiare, ma oggi le loro opportunità di lavorare e guadagnare un reddito sono diventate estremamente limitate.

Oltre alle difficoltà economiche, la disoccupazione prolungata, l’isolamento sociale e l’incertezza sul futuro hanno avuto un profondo impatto sul benessere mentale delle donne. Molte delle donne con cui lavoriamo sperimentano alti livelli di stress, ansia e disperazione. Creare opportunità per le donne di apprendere competenze pratiche per generare reddito può non solo migliorare le condizioni di vita delle famiglie, ma anche restituire loro fiducia, dignità e speranza.

Attraverso consultazioni e valutazioni dei bisogni condotte con donne vulnerabili, la formazione di estetiste e parrucchiere è emersa come una delle competenze più richieste. Nonostante le restrizioni esistenti, i servizi di bellezza rimangono tra i pochi settori in cui le donne possono lavorare discretamente da casa o all’interno di reti femminili e generare un modesto reddito per sostenere le proprie famiglie.

Obiettivo generale

Migliorare la resilienza economica e il benessere psicosociale delle donne vulnerabili fornendo formazione professionale come estetiste e parrucchiere e supportandole nell’avvio di piccole attività generatrici di reddito.

Obiettivi specifici

  • Fornire formazione professionale come estetiste e parrucchiere a donne vulnerabili.
  • Aumentare le opportunità di lavoro autonomo e di generazione di reddito per le donne.
  • Rafforzare l’autostima e il senso di speranza delle partecipanti.
  • Contribuire a migliorare la stabilità economica familiare.
  • Promuovere opportunità di sostentamento sostenibili a domicilio per le donne.

Gruppo target

Il progetto sosterrà direttamente 20 donne vulnerabili che hanno un accesso limitato o nullo a opportunità di generazione di reddito.

La priorità sarà data a:

  • Famiglie con a capo una donna.
  • Vedove e donne senza una fonte di reddito stabile.
  • Donne provenienti da famiglie a basso reddito ed economicamente vulnerabili.
  • Donne che affrontano significative sfide sociali ed economiche.

Durata del progetto

12 mesi

Attività principali

  1. Formazione professionale per estetiste e parrucchiere

Verrà condotto un programma di formazione della durata di un anno, che combinerà apprendimento teorico e pratico. Il programma includerà:

  • Tecniche di cura dei capelli e di estetica
  • Taglio e acconciatura dei capelli
  • Colorazione e trattamenti per capelli
  • Applicazione del trucco
  • Pratiche di base per la cura della pelle
  • Igiene e sanificazione professionali
  • Competenze di servizio al cliente
  • Introduzione alla gestione di piccole imprese
  1. Competenze imprenditoriali e commerciali

Oltre alla formazione tecnica, le partecipanti riceveranno una formazione di base in ambito commerciale che comprenderà:

  • Gestione del bilancio familiare e finanziaria
  • Pianificazione del risparmio e del reddito
  • Marketing dei servizi
  • Gestione delle relazioni con i clienti
  • Sviluppo di piccole imprese
  1. Distribuzione di kit di avviamento

Al termine del corso di formazione, ogni partecipante riceverà un kit di avviamento di base contenente strumenti e materiali essenziali per estetiste e parrucchiere, per aiutarle ad avviare la propria attività e generare reddito.

Il kit iniziale può includere:

  • Asciugacapelli
  • Forbici professionali
  • Pettini e spazzole
  • Attrezzi base per il trucco
  • Prodotti per la cura dei capelli
  • Altre attrezzature e forniture essenziali

Risultati attesi

  • 20 donne completano con successo la formazione professionale di estetista e parrucchiera.
  • 20 donne ricevono un attestato di partecipazione.
  • 20 kit iniziali vengono distribuiti alle partecipanti.
  • Almeno 20 famiglie ottengono l’accesso a nuove opportunità di reddito.
  • Le partecipanti sperimentano una maggiore autostima e un miglior benessere psicosociale.
  • Le donne sono meglio attrezzate per contribuire all’economia familiare.
  • Vengono create opportunità di sostentamento sostenibili a domicilio per le donne vulnerabili.

Sostenibilità

Il progetto si concentra su competenze pratiche e spendibili sul mercato del lavoro che le partecipanti possono continuare a utilizzare anche dopo la fine della formazione. Le partecipanti saranno in grado di offrire servizi a domicilio e all’interno di reti comunitarie femminili. La distribuzione dei kit iniziali fornirà le risorse iniziali necessarie per avviare attività generatrici di reddito su piccola scala e sostenere la sostenibilità economica a lungo termine.

Conclusione

Le donne in Afghanistan continuano ad affrontare significative sfide economiche e sociali, tra cui un accesso limitato alle opportunità di lavoro. Investire in competenze professionali pratiche è un modo efficace per rafforzare la loro resilienza, ridare speranza e migliorare le condizioni di vita delle famiglie. Questo progetto consentirà alle donne vulnerabili di sviluppare preziose competenze professionali, generare reddito e svolgere un ruolo più attivo nel sostenere le proprie famiglie e comunità, nonostante le difficili circostanze in cui si trovano.

Il supporto di CISDA

CISDA, per supportare la raccolta fondi per questo progetto, ha realizzato un volantino che può essere distribuito a parrucchiere ed estetiste affinché divulghino il progetto presso le loro clienti.

Scarica qui il volantino.

La resistenza ad Herat: un aggiornamento da Hambastagi

Su quanto sta accadendo a Herat, riceviamo e pubblichiamo questo aggiornamento che ci arriva direttamente dalle nostre compagne e compagni di همبستگی Solidarity (Hambastagi)

L’aggiornamento di Hambastagi

“I talebani stanno diventando sempre più brutali. Picchiano, imprigionano e fanno sparire donne in tutto il paese con il pretesto di un “hijab non conforme”.

La popolazione di Herat si è ribellata a questo comportamento barbaro e ha condannato questi crimini, gridando a gran voce “Pane, lavoro, libertà!”.

I talebani hanno risposto sparando, uccidendo una donna e ferendone molte altre. Hanno sparato contro le donne che protestavano, uccidendo una donna e un bambino e ferendone molti altri.

Il popolo afghano crede che questa rivolta segnerà l’inizio della fine di questo regime disumano, reazionario e medievale, poiché il coraggio e la resistenza degli uomini e delle donne di Herat possono ispirare rivolte di liberazione in tutto il paese.”

Il racconto di RAWA

Già Rawa News aveva pubblicato un articolo su quanto è accaduto a Herat il 9 giugno in cui spiegava che è scoppiata nel quartiere di Jebrail, a Herat, una delle più significative proteste contro il regime talebano degli ultimi mesi, dove centinaia di persone sono scese in strada dopo l’arresto di diverse giovani donne da parte del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, la cosiddetta polizia morale talebana.

Secondo fonti locali, almeno nove ragazze sarebbero state fermate il 7 giugno senza una motivazione chiara, nonostante rispettassero le rigide norme sull’abbigliamento imposte dalle autorità. I talebani non hanno fornito spiegazioni ufficiali né reso noto il luogo di detenzione delle donne.

La protesta si è rapidamente trasformata in una manifestazione contro le crescenti restrizioni imposte dal regime. I partecipanti hanno scandito slogan come «Istruzione, Lavoro, Libertà» e «Pane, Lavoro, Libertà», chiedendo il rilascio delle detenute e il rispetto dei diritti fondamentali.

La risposta delle autorità è stata immediata. Secondo numerosi testimoni, le forze talebane hanno aperto il fuoco contro la folla pochi minuti dopo l’inizio della manifestazione. Video diffusi sui social media mostrano uomini armati mentre sparano, colpiscono i manifestanti con bastoni e inseguono i civili. In uno dei filmati più condivisi si vedrebbe un combattente talebano sparare contro una donna che indossava l’hijab.

Le fonti locali riferiscono di almeno due morti e ventidue feriti. Tra questi figurerebbero anche due adolescenti di 14 e 16 anni colpiti da arma da fuoco. Diversi altri civili, compreso un bambino, sarebbero rimasti feriti. Più di dieci persone sarebbero inoltre state arrestate durante e dopo gli scontri, anche se il numero esatto non è stato confermato.

La repressione è proseguita nelle ore successive. Residenti della zona riferiscono di una vasta operazione di rastrellamento condotta dai talebani nel quartiere di Jebrail, con pattuglie impegnate a identificare i partecipanti alla protesta. Alcuni cittadini sospettati di aver filmato gli eventi sarebbero stati arrestati nelle proprie abitazioni. Secondo altre testimonianze, le forze di sicurezza avrebbero visitato gli ospedali della città per individuare e fermare i manifestanti feriti.

I talebani non hanno finora rilasciato dichiarazioni ufficiali sulle sparatorie, sulle vittime o sugli arresti che hanno dato origine alla protesta. Gli eventi di Herat rappresentano tuttavia un nuovo segnale del crescente malcontento che attraversa parte della società afghana, in particolare tra donne e giovani, colpiti dalle restrizioni imposte dal regime all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica.

Emergenza Afghanistan: un messaggio da Hawca

L’Afghanistan continua a vivere una delle più gravi emergenze umanitarie degli ultimi anni. Dietro numeri e statistiche ci sono milioni di persone che ogni giorno affrontano povertà, disoccupazione, malnutrizione e condizioni di vita sempre più difficili. A subire le conseguenze più pesanti sono soprattutto le donne, colpite da restrizioni diffuse che limitano fortemente l’accesso al lavoro e alle opportunità economiche.

Condividiamo con voi una testimonianza ricevuta da HAWCA, una delle associazioni afghane con cui collaboriamo:

Cari amici,

La situazione attuale in Afghanistan, in particolare per le donne, è estremamente difficile e preoccupante. Le diffuse restrizioni e la mancanza di opportunità lavorative hanno aggravato la povertà, ridotto il reddito delle famiglie e peggiorato le condizioni socioeconomiche. Le conseguenze sono evidenti: aumento della malnutrizione, diffusione delle malattie e crescente vulnerabilità di madri e bambini.

Grazie al prezioso sostegno e alla collaborazione di CISDA, siamo riusciti a distribuire aiuti alimentari a numerose famiglie particolarmente vulnerabili. È stato motivo di grande soddisfazione poter rispondere ad alcuni dei loro bisogni più urgenti e offrire un aiuto concreto. Allo stesso tempo, però, siamo rimasti profondamente colpiti dalle difficoltà che queste famiglie affrontano quotidianamente.

La maggior parte delle persone incontrate vive in condizioni di estrema povertà e deve fare i conti con malattie, disoccupazione e mancanza di beni essenziali. Molte famiglie necessitano di un sostegno continuativo e sostenibile, poiché non dispongono di alcuna fonte di reddito e si prendono cura di bambini piccoli, anziani o persone con problemi di salute.

In diversi casi ci è stato raccontato di lunghi periodi trascorsi senza cibo sufficiente e in condizioni estremamente precarie. Questo dimostra quanto sia urgente non solo garantire aiuti di emergenza, ma anche sviluppare programmi di sostegno duraturo e di autonomia economica che possano aiutare le famiglie a ricostruire il proprio futuro.

Vi siamo sinceramente grati per il vostro continuo sostegno e per la collaborazione. Grazie al vostro aiuto possiamo raggiungere un numero sempre maggiore di famiglie vulnerabili e contribuire a migliorare le loro condizioni di vita.

Grazie ancora per la vostra generosità e il vostro impegno.

Questa testimonianza si conclude con un sentito ringraziamento che desideriamo estendere a tutte le persone che sostengono il nostro lavoro. Grazie a chi continua a non dimenticare le donne afghane, che ogni giorno affrontano con coraggio sfide enormi e continuano a lottare per la propria dignità, i propri diritti e il proprio futuro.